Nostra Signora lo Spirito Santo

Alla memoria di
Francesco Brunelli
Bernardino Del Boca
Emilio Servadio
Nevio Viola
 
Lo gnosticismo afferma che all’uomo è accessibile la diretta conoscenza personale ed assoluta delle autentiche verità dell’esistenza e che l’acquisizione di tale sapienza è il reale scopo della vita individuale, attraverso l’esperienza terrena e l’intuizione psichica rivelatrice e creativa, percepita come una impetuosa progressione verso una sempre maggiore comprensione.
 
Qualcuno ha definito la gnosi come illuminazione totalizzante ed improvvisa, ampliamento illimitato della coscienza, evento liberatorio di “conoscenza di sé da parte di se stesso”, risveglio abbagliante dell’intelletto alla consapevolezza, con la scoperta di qualcosa di increato, di un seme divino, di quella scintilla sfuggita alla catastrofe cosmica iniziale, appartenente alla stessa sostanza di dio. Eppure una descrizione più accettabile la invoca quale intelligenza intuitiva e creativa, proprio perché l’esperienza gnostica sembra sia sostanzialmente mitopoietica nella allegoria come nel cerimoniale, esprimendosi entrambi grazie ad intuizioni visionarie, sottili ed inesprimibili percezioni ed un fervido onirismo profondamente simbolico. La metafora sconfina nel pensiero magico e speculare e dio viene immaginato come diade, insieme unità e dualità, un doppio che si completa in una contemporanea reciprocità. L’esperienza del numinoso consente di percepire empiricamente tutta una serie di aspetti paradossali, qualità complementari, funzioni contrastanti dell’incomprensibile. Dio è una coppia maschile e femminile, una comunione di unità distinte, riproposta in natura dalle differenze sessuali, la cui congiunzione non soltanto la rende procreativa quale atto fisico momentaneo di un’eterna e continua creazione cosmica, ma istantaneamente l’accosta all’essenza celeste. La natura femminile era considerata degna di venerazione alla pari dell’altra. La resurrezione poteva così essere intesa come ripristino dell’unione di elementi separati, per ricongiungere coloro che sono morti a causa (del peccato originale) della separazione.
 
Genesi 1, 26-27
 
Il racconto della Genesi, relativo alla Caduta è molto verosimilmente da interpretare come rappresentazione della situazione esistenziale umana. Il mito di Adamo ed Eva conteneva un suo significato al di là della lettura moraleggiante della Scrittura. I cosiddetti progenitori sarebbero interpretati piuttosto come princìpi esistenti nella psiche di ciascun uomo.
L’uno simbolizza il complesso mente/emozione da cui nascono pensiero e sentimento (diciamo l’”anima”). L’altra si identifica con lo spirito (o pneuma) e rappresenta la forma più alta e trascendentale di coscienza.
Il vero dio avrebbe creato la prima coppia umana maschio e femmina, a sua immagine e somiglianza (Genesi 1, 26-27), poiché è dio stesso ad avere una duplice natura. Cosicché la donna è pari all’uomo in tutto e per tutto ed il loro accoppiamento raggiunge, altrimenti impossibili, attimi di divinità.
 
Tetragrammaton YHWH
 
Come Genesi (1,27) afferma che l’umanità fu creata maschio e femmina ad immagine di dio, una tradizione segreta proveniente da Gesù, attraverso Giacomo e Maria Maddalena, si è espressa nella preghiera rivolta ai divini progenitori: “Da te, Padre, e per tuo tramite, Madre, i due nomi immortali, Genitori dell’essere divino, e tu che dimori nei cieli, umanità, dal potente nome…”.
Gli israeliti avevano adorato la dea  Asherah quale consorte di Yahweh, più conosciuta forse  con il nome di Anat Jahu. E, nella versione greca dei Proverbi, della Sapienza di Salomone, dell’Ecclesiaste e della Sapienza di Gesù, figlio di Sirac, diviene compartecipe della creazione col nome di Sophia.
Nell’”Apocrifo di Giovanni” Eva proviene direttamente dalla sapienza celeste e non dalla costola di Adamo; personifica la Sofia, per cui saggiamente risveglia il suo compagno dal sonno dell’incoscienza.
Il testo dal titolo “Sull’Origine del Mondo” la descrive messaggera della divina Sofia, con funzione di guida dell’uomo sulla via della riconciliazione con lo spirito.
Il Tetragrammaton YHWH, Javé, non sarebbe altro che un acronimo significante l’unione del maschile con il femminile di Dio. Mentre infatti la lettera Yod ne rappresenta la parte maschile, Haveh, sarebbe la versione più arcaica dell’Eva ebraica. Secondo una terminologia ancora più primitiva, declinato al plurale, Elohim indicherebbe il concetto di una divinità della creazione, se non proprio molteplice, quanto meno duplice.
Boaz (forza), nome di un antenato di Salomone,  e Jachin (stabilità) sono le colonne che sostengono il tempio. Amen (ciò che è nascosto), allude allo spirito invisibile, Amun o Amon, menzionato subito dopo la coppia Nan e Nen, gli abissi marini da dove tutto ha avuto origine. Con la consorte Amaunet, Amon fu creato da Thot, uno degli otto dei originali (l’ogdoade primitiva).
Il pesce, l’ichthyus, fu il primo simbolo dell’identità cristiana. E le scritture contengono numerosi collegamentio tra il messia ed il pescatore di anime, la barca e le acque, per le occulte reminiscenze con le arcaiche divinità babilonesi e siriache.
 
Grande è il mistero dell’accoppiamento!
 
I culti misterici della dea madre comprendevano i misteri della sessualità. Ma anche per i costumi ebraici il matrimonio, inteso come unione di un maschio con una femmina, era considerato sacro.
“Grande è il mistero dell’accoppiamento! Senza di esso non ci sarebbe il mondo, giacché gli uomini ne sono il consolidamento ed il matrimonio è il consolidamento degli uomini. Comprendete la comunione immacolata, poiché è dotata di una grande forza. La sua immagine è nella contaminazione dei corpi. Vi sono spiriti impuri maschili e spiriti impuri femminili: i maschili si associano alle anime che han preso domicilio in corpi di femmine ed i femminili sono associati a quelle dei corpi degli uomini a motivo di colui che disobbedì; e non sfugge loro alcuno poiché essi lo trattengono, a meno che uno riceva una forza maschile ed una forza femminile e cioè quella del partner…” (Vangelo di Filippo)
Adamo è la coscienza, Eva l’anima. Da una sezione, il mitico fianco (non la costola), della coscienza venne proiettata l’anima. Pur essendo una cosa sola appaiono in opposizione, poiché l’anima conduce la coscienza ad identificarsi con il corpo. E dopo l’allontanamento dall’Eden, può porvi rimedio soltanto l’unio mystica, il matrimonio sacro.
Nel Vangelo di Filippo, la comunione spirituale viene espressa nei termini della sessualità umana. All’interno della camera nuziale, dove si consuma l’accoppiamento, avviene quel ricongiungimento dei princìpi che ne fanno la sede del Pleroma ed il luogo deputato al suo compimento ed alla sua pienezza. Tutte le pene dell’umanità deriverebbero dal “peccato originale” della differenziazione dei sessi, provocata dalla separazione dell’unità androgina primordiale a cui allude Genesi 1,27. Per cui, come nel mito platonico, gli gnostici sarebbero andati alla ricerca  della loro metà complementare, poiché “nei giorni in cui Eva si trovava in Adamo, la morte non c’era; la morte sopravvenne allorché Eva fu separata da lui. Se rientra in lui e se egli la possiede, la morte non ci sarà più” (Vangelo di Filippo).
 
Unzione del prescelto
 
Il rito pagano dell’unzione del prescelto equivaleva alla cerimonia di consacrazione del re sacerdote. La sacerdotessa, posseduta dalla grande dea, cospargeva di olio aromatico il capo, i piedi ed i genitali dell’eletto, prima di conferirgli l’onore della regalità con il rito sessuale della ierogamia. Difatti, lo preparava alla mistica penetrazione, al culmine di un cerimoniale abbastanza diverso dalle altre comuni forme di matrimonio. Con questo atto misterico il re sacro veniva pervaso dall’intera potenza del dio e grazie alla consacrazione da parte della sacerdotessa acquisiva autorità regale. Per il tramite delle ierodule, sacre servitrici del tempio, gli uomini comuni potevano accedere alla conoscenza degli dei, penetrando, in tutti i sensi, il vero segreto della vita ed ampliando la coscienza di se stessi.
In altre versioni più arcaiche della ierogamia, l’unione sacra preparava il prescelto al sacrificio, cosicché l’unzione della Maddalena potrebbe essere considerata allo stesso tempo preludio delle nozze di Caana, come del Calvario del Signore (kyrios).
Nel “Vangelo arabo dell’infanzia del salvatore” il vaso dell’unguento impiegato per ungere il corpo di Cristo, tra gli ingredienti della mistura del balsamo miracoloso, conteneva il cordone ombelicale del neonato Gesù, cosicché l’unzione gli restituisce l’integrità iniziale, ricollegando i momenti fondamentali della vita, la morte con la procreazione e le nascita.
 
Sethiani, ofiti e cainiti
 
Il “Testimonio di Verità” narra la storia del Giardino edenico ponendo a protagonista il serpente della genesi quale principio della sapienza divina di cui vuol far partecipi i progenitori e della quale si dimostra invidioso persino il demiurgo.
Ne “La Testimonianza della Verità” la più sapiente creatura del paradiso diventa il serpente, secondo un’interpretazione schiettamente cainita o sethiana, la medesima interpretazione di ofiti, perati e fibioniti, che avrebbe contemporaneamente dato origine al cosiddetto “Vangelo di Giuda”.
La motivazione reale e profonda del demiurgo di proibire alla prima coppia la raccolta del frutto dell’Albero della Conoscenza riposa su di una sorta di invidia e di timore delle potenzialità insite al risveglio della coscienza. Ma il dio vetero-testamentario non è solo geloso del genere umano, e si dimostra anche collerico, ingiusto, crudele e vendicativo, molto incline ai rimproveri, alle minacce ed alle punizioni.
 
Et eritis sicut dii scientes bonum et malum
 
Ne “L’Ipostasi degli Arconti” anche il serpente della Genesi è ispirato dalla divina Sofia, che incarna nel momento in cui rivela l’autentica provenienza della prima coppia, non creata dagli artifici del demiurgo, ma proveniente dalla pienezza della più elevata natura divina, dall’essenza spirituale che trascende questo mondo. Nutrendosi del frutto proibito, Adamo ed Eva ebbero l’occasione di “aprire gli occhi”, per come preannunciato dalla promessa del serpente: “Et eritis sicut dii scientes bonum et malum”. Le potenze inferiori responsabili della creazione imperfetta del mondo avrebbero mostrato volti animaleschi, persino mostruosi e repellenti, quali vere e proprie entità demoniache.
 
Enuma elish…
 
I più riconoscibili punti di contatto con le scritture vetero-testamentarie, laddove nei capitoli iniziali vengono descritte le origini della mitologia giudaica, si ritrovano nella letteratura sumerica. I sumeri sarebbero stati i primi a scrivere la storia della creazione della terra e dell’umanità in un poema riportato in sette tavolette, il quale dall’incipit: “Quando nell’alto…” prende il titolo di “Enuma elish…”. Eppure è dall’area del lago di Van che provengono piccole eloquenti statuette raffiguranti, in un unico corpo a forma di mezzaluna, una donna ed un serpente che si affrontano, si scrutano, dialogano, quasi fossero i due aspetti contrapposti della femminilità primordiale, secondo la leggenda esoterica ricordata in proposito dagli insegnamenti gnostici, esposti ne “L’Ipostasi degli Arconti”.
Per alcune correnti dello gnosticismo, come sethiani e cainiti, la capacità di accedere alla superiore conoscenza venne ereditata dal terzo figlio di Adamo, come dalla figlia di Eva, Norea.
E sia ne  “L’Ipostasi degli Arconti”, sia ne “Il Pensiero di Norea”, vengono esplorate le estreme frontiere dello spazio interiore, alla ricerca delle origini e del senso della vita.
 
Persefone
 
I misteri eleusini mostravano la dea nel suo duplice aspetto. Sallustio, il consigliere dell’imperatore Giuliano l’apostata, svela che il mito di Demetra è metafora dell’anima al momento dell’incarnazione.
“L’anima – dice Olimpiodoro – discende nel corpo alla maniera di Persefone”. Platone spiega il nome stesso della figlia fanciulla (kore) della dea madre (Demetra) come composto da saphes chiaro, lampante, oppure phaos luce, (s-ph, sophia), con il significato di luce trascesa o attraversamento di ciò che illumina .
La saggezza rappresenta l’anima caduta e difatti, nel testo cristiano “Atti di Tommaso” l’anima è significativamente indicata come la kore. Rapita da Ade, dio dell’oltretomba, l’anima si incarna nel corpo. Gli iniziandi dovevano provare il dolore del distacco della figlia dalla madre e vivere l’angoscia della separazione dalla loro natura più profonda, e più pura, per perdersi nel mondo (metanoia).
L’identificazione con la circonferenza va riconciliata con il centro dall’illuminante riconoscimento della vera natura del cerchio, così l’anima viene liberata.
Ermete discende agli inferi e riporta alla luce la kore. Ma Ade fa ingoiare alla sposa rapita dei semi di melograno, costringendola  così a ritornare periodicamente per giacersi con lui durante tutto un terzo dell’anno, da autunno fino alla primavera. I semi di melograno sono i germi delle vite future preparati in questa esistenza per spingere l’anima a continuare a reincarnarsi ancora (il concetto del karma indù), proseguendo il suo viaggio per andare incontro al proprio ineluttabile destino che ne ritarda il risveglio.
Il periodo di un terzo dell’anno per il ritorno agli inferi si riferisce alla natura tripartita del sé: coscienza, anima, corpo. Se le prime due si possono illuminare, in ragione dei due terzi, la restante parte della nostra identità, il corpo vive nell’oscurità.
Secondo l’idea gnostica del regno della Luce (Pleroma), in cui la psiche prima e dopo la nascita, conduce una esistenza libera dall’oscurità della physis, il corpus subtile sarebbe più prossimo alla luce rispetto all’io ordinario prigioniero della materia.
Wolfgang Pauli, in “Psiche e Natura” (Adelphi, Milano,2006), ricorda come questa parte superiore della personalità, più solida dell’io ed in grado di sopravvivergli, si manifesterebbe anche in visioni ed apparizioni di spettri.
Il neoplatonico Porfirio sostiene che le caratteristiche di Demetra e Persefone siano ad un tempo possedute da Iside. E, se ad Iside va attribuito l’aspetto più elevato, quello più basso è appannaggio della sorella Nefti, compagna del malvagio fratello Seth. Cosicché la Persefone starebbe alle fondamenta del mito della dea dannata e redenta, collegata contestualmente alla morte ed al sesso, e pertanto identificata da etruschi e latini sia con la lupa famelica e sia con l’esaltante bramosia del lupanare, e dai cristiani con la peccatrice riscattata, purificata e santificata. Un archetipo questo riproposto successivamente nella favola della “Bella addormentata”, equivalente dell’anima assopitasi al mondo.
Per i Pitagorici simbolo dell’anima era la Elena omerica ed il suo sequestro da parte di Paride racconta della caduta al momento dell’incarnazione. La successiva Esegesi dell’anima paragona la sorella dei Dioscuri alla Sophia gnostica. E Simon magosceglie come compagna di vita proprio una prostituta di Tiro, di nome Elena.
Il tuono, la mente perfetta” rende poeticamente omaggio alla potenza divina femminile:
Poiché io sono la prima e l’ultima/ Sono l’onorata e la disprezzata/ Sono la prostituta e la Santa/ Sono la sposa e la Vergine…/Sono la sterile, e molti sono i miei figli…/ Sono il Silenzio che è incomprensibile…/ Sono l’espressione del mio nome”.
 
Vangelo di Maria
 
Il Vangelo di Maria presenta un’interpretazione radicale degli insegnamenti del Rabboni Joshua, intendendoli come una guida all’interiorità spirituale; la sofferenza e la morte non conducono alla vita eterna, più di quanto non lo faccia la via del cuore; l’immortalità appartiene solo all’anima, alla stessa stregua della salvezza e della resurrezione; legittima va considerata una supremazia femminile, qualora si persegua l’utopia della perfezione spirituale.
La chiesa dei primi secoli si era già strutturata sulla gerarchia di vescovi, sacerdoti e diaconi (da diakonein che in greco significa servire), tra cui vi erano delle donne, come quelle citate, in Mt 27,55; Mr 15, 41.
In Ro 16, 6-12, Paolo loda Trifena, Trifosa, Perside, Maria e menziona le diaconesse Febe, Prisca e Giunia. E ciò perché lo gnosticismo attribuiva persino maggior valore all’ispirazione personale ed alla conoscenza diretta, al di là di qualsiasi mediazione da parte dell’istituzione ecclesiastica.
Maria Maddalena viene considerata la principale Apostola ed addirittura identificata con la sposa archetipica di un eterno coniuge, modello cui ispirarsi nella ricerca di comunione con il divino. Il suo esempio rappresenta la via del cuore, il sentiero della realizzazione erotica, in quanto, assieme al suo sposo, offre quel paradigma che consente di immaginare il divino come una coppia di amanti. Le nozze sacre sono il modello archetipo della totalità, l’armonia delle polarità e la sizigia di Logos (ragione) e Sophia (saggezza), metafora del divino come coniunctio oppositorum.
Per i Padri della Chiesa, Maria Maddalena divenne la nuova Eva, messaggera di redenzione, laddove la prima donna avrebbe apportato il peccato originale, mentre Cristo sarebbe stato il novello Adamo. Nella versione lunga del Vangelo di Marco, in Pistis Sophia e negli apocrifi di Maria e Tommaso, Maddalena si scontra con l’ostilità degli altri discepoli, come Pietro, che non accettano la sua incredibile testimonianza di prima mano. “Ecco, io la guiderò così da renderla maschio, affinché anche lei diventi un’anima vivente che assomigli a voi uomini. Infatti, ogni donna che si farà maschio entrerà nel regno dei cieli” (Vangelo di Tommaso 114).
I greci per organizzare i giochi olimpici, tipicamente maschili, resero tributo alla magia femminile di Afrodite, stabilendo la ricorrenza ogni mezzo ciclo di otto anni, octaeteris, per la stretta corrispondenza fra i 99 cicli lunari e gli otto terrestri. Infatti, se la luna si collega al periodo mensile della donna, Venere completa in otto anni cinque lunazioni, per cui, si ritenne opportuno stabilire la cadenza calendariale di cinque anni di dodici mesi e tre con mesi aggiuntivi al terzo, quinto ed ottavo anno. L’octaeteris femminile veniva così suddiviso in cinquanta e quarantanove lunazioni, corrispondenti appunto alle olimpiadi maschili.
 
Le madonne nere
 
Le dee terrestri dell’antichità venivano ritratte con la pelle scura (Inanna, Cibele, Artemide,…) per raffigurare il principio femminile lunare in contrapposizione a quello maschile, solare e luminoso. Il Cantico dei Cantici ripercorre il rituale poetico del culto di Iside e Osiride quasi letteralmente, ad esempio, quando esclama: “L’Amore è più forte della morte”.
La maggior parte delle chiese con madonne nere venne edificata sui luoghi dove prima sorgevano santuari dedicati ad Iside, proprio perché le prime raffigurazioni cristiane della vergine con il bambino erano modellate sulle immagini più arcaiche della dea egizia Iside, sorella-moglie di Osiride che sorregge in grembo il figlio sacro Horus, dio di luce. Il colore della pelle di Iside potrebbe essere imputato alla sua provenienza dall’antico Egitto, noto sin da allora come terra di Khem, nerezza; ciò avrebbe conferito il colore alle successive madonne medievali, ma forse le madonne nere raffigurerebbero piuttosto una differente madre divina, quale dea occulta del cristianesimo esoterico, una Maria (Maddalena) di quella trinità tutta al femminile, che identifica lo Spirito Santo con Sophia, una “madonna” cioè con in braccio una bimba, una principessina nera, che risponde al nome di Sara Kalì.
E Jung tende a spiegare la terna delle Marie dimostrando che ogni uomo ha tre donne nella sua vita: la madre, la sorella (o la sposa) e la figlia.
 
Il principio femminile
 
Le sacre scritture citano quattro donne decadute: Tamar la prostituta del tempio; la peccaminosa Ruth; l’adultera Betsabea; Raab con funzione di ostessa e prosseneta. Giosuè (6,17), al suo arrivo nella terra promessa conduce Raab (l’anima) fuori dalle  mura di Gerico (il corpo).
L’Esegesi dell’anima presenta Sofia alla stregua di una vecchia sterile in preda all’angoscia della metanoia. Elisabetta, madre del Battista, anziana e non più in grado di procreare è l’anima spoglia purificata però dal battesimo dell’acqua grazie al parto miracoloso del precursore della conoscenza di sé, onorato sotto forma di agnello o di albero di carrubo, ovvero di cranio decollato, oppure sollevando l’indice destro verso l’alto.
 
Il risveglio dell’anima
 
Le varie donne incontrate poi dal Salvatore, nel corso della sua vicenda terrena, simboleggiano stadi progressivi del risveglio dell’anima.
L’adultera salvata dalla lapidazione allude agli abusi perpetrati ai danni di Sofia. Al primo stadio del risveglio, all’anima incarnata nel corpo serve un aiuto da parte del sé puro.
La samaritana a cui Gesù offre “acqua viva”, cioè l’insegnamento illuminante della gnosi, corrisponde  al momento in cui gli iniziati intravedono la propria vera natura.
Nella vicenda di Lazzaro, il defunto simboleggia lo stato ilico (materiale) e le sorelle Marta e Maria i successivi gradi evolutivi, psichico e pneumatico, quegli stati cioè che predispongono il risveglio della coscienza. Il processo psichico, simboleggiato da Marta, si manifesta al momento in cui Lazzaro siede a tavola e si fa servire dalla sorella. L’unzione del Cristo, invece, da parte di Maria è già l’espressione pneumatica dell’illuminazione.
I sette demoni scacciati dall’indemoniata rappresentano i sette livelli planetari, forze demoniache che trattengono e intrappolano nel mondo della materia. L’ogdoade, l’ottavo livello del cielo stellato, è la sede divina. Il risveglio può essere raggiunto salendo i sette pioli della scala santa ed, una volta giunti all’ogdoade, si compie il procedimento iniziatico.
Maria trova infatti vuoto il sepolcro, entro il quale esistiamo spiritualmente morti, riuscendo così, proprio in questo modo, a discriminare la differenza tra anima spirituale e corpo fisico. La consapevolezza invece che la nostra natura essenziale sia l’unica coscienza divina si configura nell’incontro successivo con il Risorto.
 
Le nozze di Ariadne e Dioniso
 
In occasione del suo sposalizio con Ariadne, Dioniso trasforma l’acqua in vino, alla stessa stregua le nozze di Caana sono il principale esempio evangelico di unio mystica. L’acqua convertita in vino realizza l’ebbrezza estatica prodotta dalla trasmutazione spirituale (transustanziazione).
Gli antichi misteri dell’area culturale mediterranea si adattavano plasticamente alle specifiche inclinazioni locali, adattando il mito del dio che muore e risorge in una versione del tutto particolare. Anche la cultura giudaica aveva incontrato la misteriosofia classica, subendone il fascino assieme alle contaminazioni, e producendo uno speciale adattamento tutto palestinese della mitografia di Osiride, Adonis, Attis, Dioniso, ecc., ma sostituendo questi ultimi con quello che veniva considerato un eroe nazionale, perfino erede della dinastia davidica.
 
Valentino
 
Come nei misteri pagani, l’iniziazione allo gnosticismo avrebbe scoperto l’intento edificante di imitare o addirittura identificarsi con il dio, rivelando il significato allegorico dei rituali esoterici. La gente comune invece si sarebbe limitata alla lettura delle vicende storiche, o considerate tali, venendo identificata come “cristiani letteralisti”. Al contrario, Valentino e Ptolemo si consideravano “cristiani spirituali”, dimostrando di essere colti e raffinati teologi, filosofi e psicologi ante litteram , attenti ad interpretare i loro sogni, ed aperti ad accogliere sempre nuove profezie e rivelazioni.
Valentino parte dalla premessa che dio è essenzialmente indescrivibile. Ma che possa essere immaginato come una dualità, costituita, da una parte, di Ineffabile, Profondità, Primo Padre e, dall’altra, di Grazia, Silenzio, Grembo e Madre del tutto. Il termine greco che sta per silenzio (siopé) appartiene al genere femminile e pertanto diviene adeguato complemento del Padre, mentre profondità (bathys), nella lingua ellenica, è di genere maschile e quindi più appropriato complemento della Madre. Come in un grembo, il silenzio riceve il seme della profondità ineffabile procreando tutte le  emanazioni dell’essere divino disposte  in armoniose coppie di energie.
Anche secondo la lettura junghiana dei simboli sessuali, la donna è un contenitore, ricevitore, poiché durante il rapporto sessuale riceve il seme maschile per concepire la nuova vita e conservarla nella sua ampolla, vaso, calice.
Se per Valentino era mistico eterno silenzio, per Marco è soprattutto charis, grazia.
Possa colei che è prima di ogni cosa, l’incomprensibile e l’indescrivibile grazia, riempirti dentro e accrescere in te la sua propria conoscenza” ed all’offerta del calice del vino, simbolo del sangue, si augura che “grazia possa scorrere”.
Lo scopo di Teodoto era capire “chi eravamo e cosa siamo divenuti; dove eravamo e … verso dove ci stiamo affrettando; da cosa veniamo affrancati; cos’è nascere e cos’è rinascere”.
L’invito di Monoimo suona più o meno: ”Abbandona la ricerca di dio e la creazione e le altre questioni dello stesso genere. Cercalo prendendo te stesso come punto di partenza. Impara chi è dentro di te a rendere ogni cosa sua propria… se indaghi attentamente… lo troverai in te stesso”.
 
Grande Rivelazione
 
Nella Grande Rivelazione la mente dell’universo proviene dal potere del silenzio, la femmina che produce ogni cosa è una grande intelligenza; mentre nous è maschile in greco ed intelligenza epinoia femminile. La dualità mente intelligenza sono congiunti in comunione, inseparabili l’uno dall’altra, formano un’unità, pur ritrovandosi ad essere in due.
Qualche fonte gnostica avanza l’ipotesi che lo spirito costituisca l’elemento materno della Trinità. Nel Vangelo di Filippo lo spirito santo è vergine e madre oltre che controparte del padre.
Se è possibile riferire un mistero: il Padre del tutto si è congiunto alla Vergine (lo Spirito Santo), ma non perché la madre storica avesse concepito senza l’ausilio del marito terreno, ma perché l’immacolata (verginale) concezione va in realtà riferita alla misteriosa mistica comunione delle due potenze divine”.
Una terza definizione della madre celeste corrisponde a sapienza, Sophia, che traduce in greco il termine ebraico femminile Hokhmah.
Il signore ha creato il mondo con la sapienza” rammentano i Proverbi. Il termine concezione comprende del resto un doppio significato a seconda del livello fisico ed intellettuale e l’immagine del pensiero (annoia) risulta femminile allorquando esprime un concetto come la creazione, in quanto concepita da dio.
Uno strumento per ottenere la conoscenza spirituale consisteva nel rituale dello hieros gamos, la celebrazione delle nozze sacre. L’unione fisica poteva essere considerata uno dei pochissimi mezzi attraverso cui l’individuo poteva completare la propria unità creativa a somiglianza di dio. Allorquando si raggiunge la conoscenza di se stessi nella maniera più profonda si scopre la sorgente del proprio essere in dio. La conoscenza intima assoluta e diretta della verità ultima appaga finalmente ogni spirito inquieto attraverso la ricerca e la scoperta del sé superiore, identificato con il divino.
Responsabile di quanto appartiene al male è un dio minore, demiurgo del mondo materiale. Per sfuggirlo ci si rifugia nella contemplazione dell’incorruttibile.
La teogamia fornisce il paradigma di tutte le unioni umane. Il rapporto sessuale veniva così considerato alla stregua di un atto rituale mediante il quale maschio e femmina sperimentavano la presenza di dio, la shekinah. L’unione sacra è l’unico metodo per accedere alla completezza, unire il cielo alla terra, ottenere l’illuminazione.
Alcuni gruppi ritenevano la celebrazione delle nozze sacre (hieros gamos) lo strumento principale per ottenere la gnosis. E l’unione fisica con la donna rimane tuttora il solo mezzo attraverso cui gli uomini possono completarsi spiritualmente e conquistare la conoscenza del divino.
Il segreto della gnosi consiste allora nel fatto che quando si giunge a conoscere se stessi al livello più profondo ci si trova alla fonte della vita, si ottiene la reintegrazione delle proprie potenzialità, si risorge dalla forma per la piena essenza.
Il versetto “Colui che berrà dalla mia bocca” esprime bene l’idea insita nel Vangelo di Tommaso, squisitamente ermeneutica, che portare alla luce ciò che si ha dentro rappresenti la salvezza, perché far fuoriuscire ciò che è intrinseco permette di manifestare il divino.
Più che un simbolo sessuale e di procreazione, per i cristiani primitivi il bacio sulla bocca era un tangibile segno fisico di una riappacificazione con il mondo, ma anche una metafora misteriosofica dell’iniziazione.
 
 
BIBLIOGRAFIA
 
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