Nei Luoghi Oscuri della Saggezza

La ricerca delle nostre origini è quel succo di dolce frutto che mantiene la soddisfazione nelle menti dei filosofi
Luca Pacioli (1445-1517)
 
“Alla radice dell’Occidente- scrive Elémire Zolla in “Discesa all’Ade e Resurrezione” (Adelphi, Milano 2002)- c’è una tradizione spirituale celata, concepita dai fondatori originari delle nostre scienze, ma poi traviata e scancellata con cura, sicché ben pochi ne conoscono oramai i nomi stessi, salvo i rarissimi che sappiano di avere in tasca la storia delle stelle e di poter andare in direzione del futuro soltanto guardando al passato. Partiamo perciò dagli uomini che furono gli antenati degli antenati. Il passato siamo noi e perfino il nostro domani è un passato che si ripete. Tale punto di partenza è lo stesso che sorprese Nietzsche a diciott’anni, la percezione di un tempo tripartito come finzione: il vero tempo è un flusso che ci solleva al di là dei momenti risaputi dove presente, passato e futuro si amalgamano e innalzano.”
“É indubbio – fa eco Mario Livio in “La sezione Aurea” (Rizzoli, Milano, 2003)- che chiunque sia cresciuto nel contesto della civiltà occidentale o mediorientale sia un discepolo degli antichi greci per tutto ciò che riguarda la matematica, le scienze, la filosofia, l’arte e la letteratura. L’aforisma di Goethe, tra tutti i popoli nessuno ha sognato meglio dei greci il sogno dell’esistenza, è un omaggio finanche moderato agli antichi abitanti del lembo d’Europa proteso verso la Turchia, che letteralmente inventarono, e a lungo monopolizzarono, quasi tutti i settori di ciò che oggi chiamiamo cultura”.
L’aforisma di Goethe sul “sogno dell’esistenza” descrive, quanto mai alla lettera, la realtà storica dei fatti, poiché è proprio dall’arte dell’incubazione che è nata la sapienza iniziatica.
 
Focea
Di fronte a Samo, l’isola che diede i natali a Pitagora, si trovava il posto delle foche, Focea, nella Caria, poco più di un borgo sopra Smirne, abitato da abili navigatori che intrattenevano ottimi rapporti con il medio ed estremo oriente, e per lungo tempo soprattutto con i Persiani, nemici di Atene. Non sorprende, quindi, che, tra gli oggetti liturgici ivi rinvenuti dagli archeologi, vi fossero quelli collegati al culto di divinità esotiche, indù e babilonesi, come la dea guaritrice Gula.
 
Kyrnos
In seguito ad un responso oracolare, che li invitava a costruire una dimora a Kyrnos, si recarono in Corsica (Kyrnos); è il padre della storiografia occidentale a raccontarcelo, Erodoto, grande affabulante, considerato dai suoi conterranei contemporanei “il padre delle menzogne”, e ciò senza però quell’alone di negazione della verità o di disonestà intellettuale che leggiamo noi oggi in quest’ appellativo. Al falso ed all’inganno infatti occorre concedere anche adesso un certo grado di autonomia, laddove un tempo avrebbe persino svolto una vera e propria specifica funzione. I poeti, gli scrittori, pure gli storici quindi, erano ispirati dalle Muse,  dee che non potevano essere condizionate dall’onestà e dalla verità, in quanto faceva parte del loro diritto divino poter essere sincere o mentire.
 
Alalia
Al largo della Corsica si sviluppò un’importante lotta  per il predominio del mar Tirreno. A scontrarsi contro i focesi, cacciati dall’Asia Minore dalla conquista persiana, nella battaglia navale di Alalia, c’erano i cartaginesi, alleati per le circostanze con gli etruschi di Caere, i quali ultimi arrivarono a lapidare i prigionieri ottenuti con la spartizione del bottino. Fu allora dunque che, riconoscendo in Kyrnos, non un luogo, ma l’ eroe figlio di Ercole, primo signore di quell’isola, i Focesi di Alalia,  all’incirca intorno al 540 a. C., fondarono, presso Posidonia, Iela o Elea, la città della celebre scuola filosofica di Senofane, Zenone, Melisso, rinominata più tardi dai latini Velia,  dove nacque Parmenide, o meglio Parmeneide.
 
Parmeneide
Parmeneide fu un iatromante, pholarchos (custode di un rifugio di “letargia”), ouliàdes (figlio di Oulios), un iniziato cioè all’arte dell’incubazione esercitata soprattutto nei santuari, diffusi nell’Anatolia settentrionale, del dio guaritore Apollo  Pholeutérios (sempre con attinenza alla “tana” per dormienti) e Oulios, esiziale ma risanatore.
Per Platone sarebbe stato discepolo di quel Senofane secondo cui, a proposito della creazione dell’uomo a immagine e somiglianza di dio, se i cavalli avessero avuto una religione, il loro dio avrebbe mostrato gli zoccoli. Per Diogene Laerzio invece “egli seguì gli insegnamenti di Aminia il pitagorico, figlio di Diochite. Aminia era povero, ma di animo nobile; era questo l’uomo i cui insegnamenti egli scelse di seguire. E quando Aminia morì egli costruì per lui un santuario, poiché la sua era una famiglia illustre e facoltosa. E non fu grazie a Senofane ma grazie ad Aminia che egli fu indotto a praticare la quiete (hesychìa)”.
 
I Pitagorici
I Pitagorici erano soliti produrre sentenze nello stile degli apoftegmi, altre volte proponevano agli adepti degli enigmi, senza fornire le relative risposte. L’insegnamento pratico, effettivamente svelato agli iniziati, consisteva, nelle tecniche in grado di far raggiungere un diverso stato di coscienza, ponendo contemporaneamente molta enfasi su quella che sarebbe dovuta essere la ricerca delle risorse interiori utili a trovare delle “proprie” risposte. Poiché un indovinello contiene in sé una soluzione, con la particolare domanda formulata dal maestro, veniva offerto contemporaneamente il germe della risposta. L’enigma veniva alimentato fino a diventare parte integrante della persona, che da esso si sarebbe vista trasformare a tal punto da spostare completamente l’attenzione della mente da quella che sarebbe dovuta essere la semplice risposta a ciò di cui non si è consapevoli, ma che si ha dentro.
 
La Scuola di Crotone
Pitagora sarebbe nato, nell’isola di Samo, intorno al 570 a. C., ed emigrato, per sottrarsi alla tirannia di Policrate, tra i quaranta ed i sessant’anni, nella colonia dorica megalo-elladica di Crotone. Ma forse, su consiglio di Talete di Mileto, sarebbe vissuto abbastanza a lungo in Egitto e persino in Mesopotamia. Nell’Italia meridionale, l’allora Magna Grecia, si circondò di una schiera di entusiasti discepoli, tra cui la figlia del suo ospite Milone, la bella Theano.
“L’atmosfera intellettuale di Crotone- scrive Mario Livio in “La sezione Aurea” (Rizzoli, Milano, 2003)- si dimostrò estremamente fertile per gli insegnamenti di Pitagora, dato che la comunità locale era caratterizzata da una pletora di culti semimistici. Per i propri studenti, Pitagora elaborò un rigido stile di vita e di apprendimento, dando una particolare importanza perfino al momento del risveglio ed all’ora di coricarsi. Una volta in piedi, gli studenti erano invitati a ripetere i versi: Appena desti, in ordine mettete/ le azioni da compiere nel giorno che viene. Allo stesso modo, al calar della sera dovevano recitare: Non permettete al sonno di chiudervi gli occhi/ prima di avere tre volte riflettuto/ sulle azioni della giornata. Quali sono state giuste,/ quali ingiuste, quali lasciate incompiute?...Una leggenda vuole che dalla nascita egli avesse su una coscia un marchio aureo, interpretato dai suoi seguaci come il segno che lo indicava quale il figlio del dio Apollo.”
Del resto, nelle sue “Esposizioni dei filosofi naturali”, Aristippo di Cirene spiega il nome stesso del filosofo di Samo  in funzione del culto ofidico di Delfi: Pythiou (Pizio, da pitone) agoreuein (profferire parole), perché quanto da lui affermato aveva valore di sentenza oracolare: ipse dixit!
 
Oracoli
Benché le profezie di Ammone fossero tradizione radicata a Tebe e su delle tavolette cuneiformi si ritrovino descritte divinazioni di epoca assira, l’esempio migliore dell’istituzione oracolare ci viene offerto dall’ambiente ellenico. Per i greci difatti questo genere di divinazione fu il più autorevole metodo di decisione nelle circostanze più importanti della loro vita pubblica e privata.
L’oracolo più famoso si trovava in prossimità di una struttura a forma di cono, eretta nel punto che sarebbe dovuto coincidere con il centro terrestre, ed indicata come l’ombelico (omphalos) del mondo. Ad esso presiedeva una sacerdotessa, detta Pizia, o pitonessa, che dopo essersi bagnata ad una fonte sacra ed averne bevuto la limpidezza, stabiliva un intimo contatto con il dio, attraverso un albero di alloro a lui particolarmente caro. I re assiri invece, per profetare, si facevano imbrattare dalla resina delle pigne. La sacerdotessa di Delfi, inalava probabilmente il fumo delle foglie bruciate o forse le masticava, rispettivamente secondo quanto ci viene riferito da Plutarco o da Luciano. Le risposte alle domande venivano date immediatamente, senza riflettere, mentre la Pizia stava assisa su di un tripode. Eraclito ipotizza che delirasse, contorcendosi come una serpe, o meglio una “pitonessa”.
Oracoli simili, anche se meno importanti, erano presenti altrove. Apollo stesso era titolare di uno in Beozia, a Ptoa, ed, in Asia Minore, sia a Branchide che a Patara. Qui, racconta Erodoto nelle “Storie”, la sacerdotessa, per essere indotta a profetare, veniva rinchiusa di notte nel tempio affinché si accoppiasse al dio, evocato in vivide allucinazioni. Pausania riferisce di un oracolo di Pan ad Acacesio. E Tacito (“Annali“), a Claros, ebbe modo di assistere alle frenesie di medium maschi. Anche ad Efeso i vaticini di Artemide erano dettati per il tramite di eunuchi in trance. Si suppone persino che la danza, nient’affatto naturale, eseguita sulle punte, e tuttora in vigore tra le ballerine classiche, derivi dai passi eseguiti in onore della Dea in queste circostanze.
 
 
Trofonio
Nell’opera omerica, a Dodona si recò Odisseo per sapere se avrebbe dovuto fare ritorno ad Itaca in incognito. A rispondere era lo stesso Zeus, attraverso la voce allucinatoria percepita nel frusciare del vento tra le foglie di una quercia sacra.
Pure il terrificante dio dell’oltretomba Trofonio (“che aumenta le vendite”), figlio e personificazione di Apollo, a Lebadea, in Beozia,  faceva udire direttamente la sua previsione da sorgenti le cui acque scaturivano impetuose dal suolo per scorrere poi tra le gole all’incrocio di tre ripidi precipizi.
I gemelli dell’argonauta Ergino, Agamede e Trofonio, erano stati gli architetti del tempio delfico e l’oracolo li aveva ricompensati preannunciando loro di vivere allegramente per sei giorni, ché al settimo sarebbero stati esauditi, in quanto “muore giovane chi al cielo è caro”. La morte ed il riposo venivano strettamente collegati alla funzione planetaria del sette, al titano Crono, come al cronio Geova, e difatti sette furono pure i Dormienti di Efeso.
Pausania ci ha lasciato la descrizione della complessa procedura di induzione che a Lebadea era ancora in auge all’epoca della sua “Periegesis tes Ellados”. Dopo la rituale purificazione ed un’attesa che poteva durare più giorni, atta ad alimentare la suggestione e la speranza nei prodigi, repentinamente si veniva lavati nel fiume Ercina ed unti da due adolescenti consacrati (kouros) ed a ciò preposti; si era accompagnati a bere alla fonte del Lete, per dimenticare e perdere la propria individualità, e subito dopo alla sorgente di Mnemosyne, il cui fluido rafforzava il ricordo di quanto sarebbe stato rivelato; si adorava un’icona misteriosa, forse di Demetra Europe, si indossavano abiti di lino e speciali calzari, si veniva cinti da nastri colorati e benedetti e, solo una volta ricevuti i segni propizi, si poteva scendere nella sacra cella, scavata nella roccia, dalla quale poter udire il messaggio divino nel sommesso mormorio del torrente.
 
S. Giovanni decollato
Ci fu anche un culto, forse più marginale, di dispercezioni uditive fuoriuscite dalla bocca di teste mozzate. Si dice che, a Sparta, Cleomene conservasse nel miele il capo reciso di Arconide per poterlo consultare nei momenti di perplessità. Vasi etruschi ritraggono scene in cui si ricorre ad analoghi responsi. Erodoto attribuisce questa usanza agli Issedoni, “che si gloriano delle loro lunghe chiome fluttuanti”, i quali veneravano un cranio dopo averlo indorato. Ed Aristotele riferisce dell’abitudine dei Carii di colloquiare con un teschio.
Uno dei dialoghi di un papiro egizio, intitolato ad Asclepio, ed appartenente alla cosiddetta “letteratura ermetica”, descrive dettagliatamente l’arte di imprigionare, con gemme, erbe, e profumi, le anime di geni, demoni, o angeli all’interno di statue, bottiglie, lampade o altri contenitori. Letti sotto questa ottica, allora, sia l’episodio biblico di Salomé e del Battista, sia ciò che circolava, non si sa quanto fondatamente, sull’idoletto Templare Baphomet, come pure la fiaba di Aladino, ecc. acquisterebbero tutta un’altra luce.
 
Vegetarianesimo e metempsicosi
Le circostanze della morte di Pitagora rientrano in quell’incertezza che contraddistingue gli episodi della sua vita e dei suoi effettivi contributi alla filosofia ed alla matematica. La sua casa di Crotone, dove risiedeva, sarebbe stata incendiata da una folla di avversari politici dell’élite che lo circondava, e lo stesso fondatore della celebre scuola perì durante la fuga, per non aver voluto calpestare una distesa di fave, sacre al culto dei morti.
La proibizione di mangiar fave valeva soprattutto per gli uomini, derivando dalla credenza che i legumi ospitassero le anime degli antenati. Al contrario delle donne in grado di procreare, i maschi avrebbero precluso ai defunti ogni possibilità di incarnazione.
I Pitagorici praticavano, oltre al vegetarianesimo, una sorta di deliberata astensione dalla scrittura, ritenuta fonte di errori ed equivoci mnemonici. La loro visione del mondo era permeata da una profonda ammirazione per l’arithmos, il numero come quantità, figura e relazione, oltre che per la sua presunta funzione cosmica. Alcuni numeri per loro avevano un’eccezionale importanza e tra essi, più rimarchevoli degli altri, erano il dieci, che formava la “santa Tetractys”, e il cinque, base del pentagramma, corrispondente, a sua volta, in un certo qual modo, alla stilizzazione della dea greca della salute Hygeia, collegata al culto del figlio di Apollo, Asclepio.
“Benché sia quasi impossibile attribuire con certezza qualsivoglia conquista matematica sia a Pitagora sia ai suoi discepoli, -ribadisce Mario Livio - non v’è dubbio che siano stati loro a mescolare teoria dei numeri, filosofia della vita e misticismo in una misura forse senza eguali. E a tale proposito, non è privo di interesse il fatto che Pitagora fosse contemporaneo di altri fondatori di grandi religioni quali Buddha e Confucio. Si dice perfino che sia stato Pitagora a coniare le parole filosofia (letteralmente, dal greco, amore per la sapienza, o per la saggezza) e matematica (ciò che si apprende). Filosofo era, per usare le sue parole, colui che si dedica alla scoperta del significato e dello scopo della vita… e alla comprensione dei segreti della natura… Fu celebre anche per aver sostenuto la teoria della metempsicosi, secondo la quale l’anima è immortale e torna sulla Terra, o trasmigra, in incarnazioni umane o animali. Una teoria che comportava tra l’altro una dieta strettamente vegetariana, dato che era impossibile escludere che negli animali da macellare fosse migrata l’anima di un amico o di un parente defunto…”
La dottrina della trasmigrazione delle anime sarebbe stata sviluppata, con buona probabilità, in Egitto da un’interpretazione delle funzioni del ba, raffigurato come un uccello, quale apparente incarnazione fisica del ka.
I greci fecero ricorso piuttosto alla parola psyche, che dapprima definiva solamente la qualità di essere vivente, poi nel senso specifico di anima, la quale dopo aver fatto parte integrante di un uomo, ne abbandona il corpo al momento della morte.
 
Orfismo
Ma Platone, nelle “Leggi”(782 c-d), getta un po’ di luce in questo assunto, sottolineando l’importanza che ebbe la rivoluzione orfica in seno alla religione dionisiaca diffusa nell’allora Magna Grecia. “E il contrario sentiamo dire in altre occasioni, quando non si osava neppure gustare la carne di bue, né si sacrificavano animali agli dei, bensì si offrivano focacce e frutti immersi nel miele e altri simili sacrifici puri, e quando ci si asteneva dalle carni, ritenendo contrario alla religione il mangiarne e macchiare di sangue gli altari degli dei: piuttosto gli uomini viventi allora avevano certi modi di vita che si chiamano orfici, rivolgendosi a tutto ciò che non ha vita e astenendosi al contrario da tutti gli esseri animati”.
“I Pitagorici conoscevano le tradizioni orfiche ed Eracle era il loro eroe.- scrive Peter Kingsley: ”Nei luoghi oscuri della Saggezza” (Marco Tropea, Milano 2001) - Sceglievano di vivere in prossimità di zone vulcaniche che per loro avevano un significato particolare. Consideravano il fuoco vulcanico la luce che proviene dalle profondità oscure della terra, il fuoco dell’inferno, ma anche il fuoco da cui deriva la luce…Erano inoltre consapevoli che non si può salire verso l’alto senza prima avere disceso la china, non esiste il paradiso senza prima aver attraversato l’inferno… Era un processo che non ammetteva scorciatoie, era necessario fare ogni tipo di esperienza; trovare la luce significa affrontare l’oscurità assoluta. Non si tratta solo di mitologia… I pitagorici avevano compreso che qualcosa di molto importante si celava nelle profondità oscure e sapevano che era necessario penetrarvi fino in fondo… E’ molto più semplice e rassicurante collocare il divino in alto, a distanza di sicurezza. Ma quando allontaniamo il divino dal profondo, perdiamo anche la nostra profondità, cominciamo a temerla e finiamo col fuggire da noi stessi… Questa via che conduce alla conoscenza non è dogmatica, non richiede un particolare atteggiamento mentale, è semplicemente la percezione che la luce appartenga all’oscurità e che dall’oscurità non si possa rifuggire quando si sia alla ricerca della luce, perché ogni cosa ha in sé il proprio opposto…”
Dove gli opposti si congiungono, là si trova l’origine del giorno e della notte, del cielo e della terra. Si dice che le porte del Tartaro innalzino i loro battenti così in alto da raggiungere le nuvole.
Ed il mito narra di Atlante che, con i piedi immersi nella melma degli inferi, sorregge l’universo sulle spalle. Là dove si trova l’accesso all’altra dimensione, tutte le direzioni sono possibili; cosicché l’alto ed il basso si incontrano sull’asse dell’universo. E se per salire occorre prima discendere, per rinascere bisogna prima morire.
 
Catabasi
Parmeneide scrisse un poema sulla catabasi, la discesa all’Ade, quale metodica per approssimarsi alla morte, attraverso il sogno guaritore, da malati, per poi risorgere a nuova vita ed in piena salute. “Ma sorprende lo stile del racconto.- commenta Zolla- In quattro versi quattro volte ritorna il verbo condurre, ora al presente ora al preterito, così come vi compaiono le parole oìmos e oìme, via e racconto, come se fossero legati e alternativi. Tecnica rettorica iterativa e ambigua e prettamente sciamanica. Sul suono soverchiante della canna vuota che è denotato con syrigmòs, il sibilo del serpente che si ridesta: lo stesso della kundalini indù. I papiri magici egizi informano che questo è il suono dell’armonia astrale. Apollo e dopo di lui Asclepio sono collegati al serpente.”
 
Auriga del carro solare
In effetti la formula dell’immortalità prevedeva un rapporto preferenziale con il Sole, a cui gli inni orfici attribuiscono il titolo di “suonatore di flauto”. L’adepto che vuole rinascere a nuova vita deve divenire “auriga” del carro solare. Antichi documenti relativi all’iniziazione parlano dei rapporti tra Apollo, il serpente ed il potere magico del suo sibilo, paragonato al suono della canna cava.
Si narra che il dio delfico, per conquistare l’oracolo della Terra e della Notte, dovette lottare contro il guardiano  della soglia degli inferi, impersonato da un pitone profetico.
 
Apopis
Questo, che potrebbe essere interpretato semplicisticamente come uno scontro tra gli opposti, ricorda un analogo ed ambiguo precedente, quello del dio egizio della tempesta, Seth, ostile ad Osiride ed a Horus, spiriti della fertilità e dell’ordine. I Testi delle Piramidi riferiscono che dopo il giudizio finale “Seth è sfuggito al giorno della sua morte”, e, pur avendo perso i testicoli durante la sua contesa con Horus, viene posto a prua della barca solare, affinché respinga all’alba ed al tramonto i minacciosi attacchi del drago delle tenebre Apopis.
Apollo si appropria dei poteri profetici del pitone, che seppellisce nel suo santuario, e ne assume  le sembianze di notte. E sotto forma di serpe appare suo figlio, il guaritore Asclepio. Mentre sul caduceo di Mercurio-Hermes i colubri dell’energia vitale si sdoppiano per ricongiungersi strettamente allacciati a controbilanciarla.
 
Syrigmòs
“Il santuario di Delfi, il più importante centro di cultura in onore di Apollo, era considerato l’ombelico del mondo. - riferisce Peter Kingsley - Quando i greci salpavano verso ovest per fondare nuove colonie in Italia, era all’oracolo di Delfi che affidavano la loro vita ed il loro futuro. Ogni anno in occasione dei giochi delfici, veniva rappresentata la lotta del dio con il serpente, divenuta poi parte dei riti di iniziazione ai misteri di Apollo, non solo a Delfi ma in tutto il resto del mondo greco. Poiché, quando aveva ucciso il serpente, Apollo era un bambino, un kouros, anche l’iniziato che interpretava il suo ruolo doveva essere un kouros. Il dramma raggiungeva il suo culmine nell’ultimo atto in cui Apollo conquistava i suoi poteri. Questa parte finale era chiamata syrinx, dal nome dello strumento usato per imitare il sibilo del serpente. L’ultimo atto aveva anche un altro nome, quello di syrigmòs, un suono che i greci non amano molto, ma era il suono di Asclepio e del Sole e, soprattutto, come suono della sua vittoria sulle forze dell’oscurità, era il suono sacro ad Apollo.”
Molto probabilmente, agli inizi del VII secolo a.C., la poesia elegiaca e lirica erano ancora associate ai responsi oracolari ed alla danza sacra. Da qui le movenze anguiformi e la musicalità sibilante. Solo più tardi, e molto gradualmente, l’aura religiosa della danza e della poesia si dispersero nella secolarità cantata con l’accompagnamento dei flauti e della lira. E’ davvero presumibile quindi che avvenisse la stessa cosa per la tragedia, come proclamò Nietzsche nella sua “Geburt Der Tragodie Aus Dem Geiste Der Musik ” (Nascita della Tragedia dallo spirito della musica, 1872).
 
Kouros
Poiché il sole sorge dal luogo del supremo paradosso, dove gli opposti si incontrano nella perfetta oscurità, nel suo viaggio verso gli inferi, anche Parmeneide si rappresenta come un kouros guidato dalle koùrai, figlie del Sole.
In ambito esoterico, kouros è un titolo onorifico, che esprime nobiltà, indica l’eroe che vive la propria vita come una sfida, affrontandone le avversità con vigore e passione. Il kouros deve possedere una sensibilità tutta speciale, ed, a qualunque età, dimostrare l’innocenza e la purezza dei fanciulli. In termini iniziatici definisce chi si pone al confine tra l’umano ed il divino ed ha accesso ad entrambi. Nei riti misterici, la scena più comune vedeva il kouros, ormai senza nome, trovarsi dirimpetto alla Dea, da sempre innominata, anch’ella una Kore, una fanciulla “che lo nutre”, poiché il  divino è anche kourotròphos
La tradizione legata ai kouroi si ritrova ancora nelle figure dello javanmard persiano e del fatà arabo, anch’essi uomini di qualsiasi età che, grazie all’intensità del loro desiderio, divengono “viandanti del cielo”, come venivano chiamati i sacerdoti di Apollo, secondo una terminologia diffusa pure in Tibet e Mongolia. Il viaggio compiuto al di là del tempo e dello spazio, consente loro di giungere al centro delle cose, dove vive ciò che non può invecchiare e che pertanto rimane eternamente potenziale.
 
I filosofi primitivi
“I filosofi primitivi, Parmeneide fra questi,- riferisce Peter Kingsley – erano molto espliciti su un punto in particolare: morte è un termine usato per definire qualcosa che sfugge alla nostra comprensione. E’ questo un aspetto della loro dottrina spesso trascurato perché rischia di mettere in crisi la nostra esistenza, solleva troppi dubbi sulla realtà come noi la immaginiamo. Proprio ciò che si proponevano quei filosofi… Per duemila anni e con estrema determinazione si sono volute dissociare le origini della filosofia occidentale primitiva da tutte quelle conoscenze che vanno sotto il nome di pratiche magiche. E’ giunto il momento di riconoscere quello che è stato così a lungo negato. Affermare che filosofia e magia erano due metà di un intero non è solo un’argomentazione di tipo storico, né significa semplicemente che con il tempo siamo arrivati a separare la razionalità dall’irrazionalità, e nemmeno che dobbiamo cercare di riportare armonia fra questi due aspetti dell’esistenza. Se ci limitassimo a questo significherebbe perdere di vista la questione centrale, perché le distinzioni fra razionale e irrazionale sono semplicemente il frutto di quella che chiamiamo ragione. Solo quando la razionalità si associa con l’irrazionalità è possibile andare oltre, in una dimensione straordinaria e senza tempo, cominciare a vedere quanto sia illogico tutto ciò che abbiamo sempre considerato ragionevole e confrontarci con una logica che ha una coerenza implacabile e affascinante, la logica di Parmeneide. Significa mettere in discussione la nostra esistenza ed i valori a cui facciamo riferimento. Tutto questo ci spaventa ed allora cerchiamo una facile via di fuga e diamo un’interpretazione diversa, più ragionevole, agli insegnamenti di Parmeneide…”.
Di fronte alla “crisi della ragione” ed al fantasma dell’irrazionalismo, lo studio dei pensatori dell’arcaica Ellade consente di scoprire che la ragione su cui si è basata la cultura classica proviene da un fondo “misterico”, che non coincide affatto con il termine “irrazionale”, ma che forse è semplicemente ed unicamente misterico e basta, poiché in esso prevale “il sogno dell’esistenza”, il cui ordito si tesse di  notte, nella più totale oscurità.
 
Epimenide
Epimenide, “caro agli dei” per Plutarco, e ritenuto un “uomo divino” nelle Leggi di Platone, è una figura leggendaria di mitologo divinatore; da pastore cretese, stanco di cercare le pecore smarrite nei pascoli, dormì per 57 anni. Si diceva che, così assopito, avesse occupato una caverna per tenersi a contatto dei suoi maestri i sogni, alla stregua di quanto si sarebbe attribuito in seguito ai leggendari Sette dormienti di Efeso. Fu il primo a dichiarare che “la conoscenza arma la mano dell’inganno” ed il primo forse a scorgere, durante la sacra incubazione  notturna, la dea ignuda Verità, insieme con la Giustizia, custodire l’ingresso alle dimore della Notte.
Epimenide è un intellettuale apollineo che eccelle però nelle capacità divinatorie, le quali invece sono radicate in un passato dionisiaco. Da Solone venne chiamato ad Atene affinché la liberasse dalla pestilenza; consigliò di osservare il comportamento di determinati animali, di porre termine alla subordinazione in cui versavano le donne, ma soprattutto di rinnovare la legislazione, poiché fornire di buone leggi una città avrebbe significato guarirla di ogni male.
 
Ferecide di Siro
Di Ferecide si tramanda sia stato tra i maestri di Pitagora. La sua mitopoiesi prevede tre divinità primordiali: il Tempo, Zas-Zeus e Ctonie, la sotterranea. Lo sposo, Zas, il Cielo, lo splendore sovrano, dona la terra alla sposa, la “profonda” oscurità; maschio e femmina si congiungono alla presenza del Tempo (Crono) e della sua Apparenza. Al momento delle mistiche nozze, la profonda e “sotterranea” Ctonie si toglie il velo e si lascia osservare nella sua nudità, realtà e verità. Scoprendosi, Ctonie svela un abisso che non sarebbe dovuto essere mostrato, nel quale rischia di precipitare, con tutta la sua  conoscenza, lo stesso Zas; così, per congiungersi a lei, questi la ricopre con un mantello sul quale sono ricamate le illusioni; ma il mondo dipinto sul mantello multicolore equivale al dio medesimo. Seguendo la decifrazione del mito di Ferecide, questa congiunzione offre una sapiente spiegazione dell’universo come rappresentazione dell’apparenza.
Del resto, quasi come se fosse difficile dissociare l’atto della conoscenza dal rischio e da un gesto di violenza, pure Dioniso-Zagreo venne ucciso dai Titani mentre si stava osservando allo specchio e nello specchio vedeva il mondo, con la molteplicità delle sue forme, dei suoi colori, e nella stupenda varietà della sua apparenza.
 
Talete
Di Talete si racconta che cadde in un pozzo perché camminava con lo sguardo rivolto alle stelle, ma a lui si deve la dottrina dell’equivalenza tra anime e dei. Diogene Laerzio  scrisse che “fu il primo a sostenere che le anime sono immortali”, intendendo il mondo “animato e pieno di dèmoni”. La sua intuizione dell’anima divina, ovunque presente, starebbe all’origine delle sue scoperte geometriche. Cosicché fu rivolgendosi alla tradizione, e non al cielo, che trovò le forme astratte, apollinee, sullo sfondo di qualcosa di oscuro, di dionisiaco, rappresentato dall’anima immortale.
L’acqua, come principio delle cose, simbolo del mare, rappresentava per lui forse molto di più quella rilevante importanza riconosciuta alla sacra bevanda dionisiaca.
 
Anassimandro
Anassimandro aprì una “strada perversa” all’ascesi orfica, basata sulla dialettica, che riconosce il mondo quale insieme di contrasti, subordinati alla necessità, Ananke. Prima di lui la dialettica era una tecnica distruttiva del discorso che partiva da una domanda, la tesi, la cui risposta ne diventava la confutazione, antitesi. Anassimandro strappa l’indicibile al silenzio e lo consegna alla parola, attraverso l’opposizione tra “rovina” e “nascimento”, lasciando in eredità a Platone una tecnica del discorso costruttiva. La rovina, l’omega, è indubbiamente l’inevitabile punto d’arrivo per tutte le forme esistenti; mentre l’alfa è soltanto una possibilità, il nascere o non nascere dipende dal caso fortuito, e contiene comunque, in un bagaglio di speranze, anche un cumulo di ingiustizie, quello che ci ostiniamo a chiamare “destino”.
Aristotele così riporta il pensiero di Anassimandro: “fuori dall’uno vengono separate le contrarietà in esso presenti”, e l’esistente diviene apparenza gettata nel mondo della distruzione. Le “cose che sono” pretenderebbero di rappresentare quanto meno la maschera teatrale della tragedia dell’universo. Cosicché gli opposti si puniscono a vicenda per le loro reciproche ingiustizie, ma infine ogni cosa esistente trova equilibrio, dissolvendosi in ciò che l’ha generata, quella divina unità, concepita quale, altrimenti indicibile, “compresenza” di tutto.
 
Nietzsche
La classificazione dei filosofi primitivi formulata da Diels in “Die Fragmenta der Vorsocratiker” contiene il criterio distintivo di coloro i quali vengono prima di Socrate ed indica lo spartiacque in Platone. Il pensiero dei vari Talete, Anassimandro, Anassimene, Onomacrito, Empedocle, Eraclito, ecc. , venne però interpretato sempre nel senso che ad esso fu attribuito dagli autori classici, che si diedero la briga di citarli, e che vennero in seguito più consultati, quali Aristotele e Teofrasto. Furono perciò considerati filosofi “naturali”, in quanto soprattutto cosmologi e fisici.
Friedrich Nietzsche (1844-1900), nella celebre “Geburt Der Tragedie Aus Dem Geiste Der Musik” (Nascita della Tragedia dallo spirito della musica, 1872), polemizzò aspramente con la filologia accademica, rappresentata a quel tempo da Wilamowitz-Moellendorf, proclamando il primato dello “spirito” dionisiaco, orgiastico, misterico, selvaggio e frenetico nel pensiero greco arcaico, in cui prevale l’elemento religioso, esoterico, iniziatico, dalle tonalità piuttosto oscure e non a tutti accessibili.
Erwin Rohde definì l’opera nietzschiana una “grande cosmodicea”, cioè un tentativo di spiegare il mondo e di interpretare il significato della sofferenza e del male tra gli uomini attraverso l’indagine di eventi primordiali, in grado di fondare, anche se non proprio di spiegare, le ragioni stesse dell’esistenza. L’idea perseguita da Nietzsche era quella di attuare un umanesimo eroico, inaudito per l’età moderna, forse perché sovvertitore dei falsi valori dell’ottimismo positivista e della rassegnazione cristiana. La Grecia arcaica veniva da lui rappresentata come il momento di massima energia intellettuale e creativa di tutta la storia dell’Occidente. In essa si esercitò proficuamente la volontà di compiere le forme d’arte in cui si incarnano i due istinti creativi della natura universale. Da una parte l’apollineo istinto della bellezza, della contemplazione estetica, che libera dall’angoscia del divenire e della separazione, l’istinto cioè dell’equilibrio della figura e della parola; dall’altra, l’istinto dionisiaco dell’incosciente, della distruzione e dell’orrore, quello cioè dell’immersione nell’inesausto flusso del divenire. E’ dal connubio di questi impulsi primari della psiche collettiva che è sorta la musica e la tragedia, la letteratura e la scultura, l’estasi mistica e la civiltà. In particolare Nietzsche ebbe a dimostrare come la tragedia attica del V secolo nacque dal rituale orgiastico dionisiaco per evolversi, tra l’alternanza di emozioni e di riflessioni, nell’espressione verbale e letteraria. In tal modo, un po’ tutta la nostra cultura occidentale è imbevuta di “orgiasmo” primitivo e barbarico, affondando le proprie radici in una specie di innocente malvagità e di profonda e primigenia oscurità.
Nell’opera nietzschiana viene molto avvertita una sorta di contrapposizione tra Dioniso, dio dell’orgiastico, della possessione e della frenesia, ed Apollo, divinità della forma, della sapienza, dell’equilibrio e della bellezza. Ma forse, alla luce dell’approfondimento esoterico delle nostre origini, accanto alla polarità va introdotto un margine di unità, cosicché dietro ad un Apollo, si nasconde sempre un Dioniso, sotto la razionalità giace quindi un’inevitabile quanto indicibile contraddizione. E già lo Zarathustra dello stesso Nietzsche si ribella contro le costrizioni del linguaggio divenute ormai insufficienti a rendere la complessità del reale e si sente costretto a “danzare la sua missione” in una libertà di espressione in cui si mescolano, con esiti fecondi, metafore ed epigrammi, pensiero filosofico e slanci lirici tali da squarciare il futuro dell’anima.
  
Apollo
“La tradizione che collega Apollo all’incubazione, alle caverne ed ai luoghi oscuri non ha nulla a che fare con l’immagine di Apollo che ci è familiare. – scrive Peter Kingsley: ”Nei luoghi oscuri della Saggezza” (Marco Tropea, Milano 2001)- Noi consideriamo Apollo l’incarnazione divina della ragione e della razionalità, come se un dio potesse essere ragionevole nel significato che noi oggi diamo al termine. Come tale attributo abbia potuto sostituire quello con cui Apollo era conosciuto nell’antichità, vale a dire dio della consapevolezza, è una storia lunga e assurda non ancora finita. Tutti i tentativi, invece, di dare ad Asclepio un carattere razionale sono falliti. Generalmente Apollo viene descritto come il dio più rappresentativo della grecità, la perfetta immagine dell’antico spirito greco, solare e luminoso. Ma Apollo non era affatto tale. Innanzi tutto egli era il dio delle profezie e degli oracoli, che venivano espressi in forma di enigmi ed erano pieni di ambiguità e tranelli. Chi li considerava chiari e limpidi andava incontro a difficoltà. Anche la sua associazione con la musica ed il canto è fuorviante perché, per esempio, in Anatolia i canti in suo onore erano caratterizzati da parole oscure ed incomprensibili. Gli oracoli da lui ispirati erano annunciati dai profeti con voce cupa e monotona, erano oracoli pieni di ripetizioni e di enigmi, espressi in un linguaggio poetico che, a volte, di poetico aveva ben poco. Apollo era un dio che operava a un diverso livello di consapevolezza, con una logica propria”.
Era un dio estatico, patrono della catalessi e della trance, ma l’estasi ispirata da Apollo, vera e propria “uscita da sé” (ekstasis), differiva da quella indotta da Dioniso, più precisamente un’”entrata del dio”(enthousiasmòs), una possessione cioè, in quanto non appariva eccessiva, maniacale, né particolarmente delirante o selvaggia, era sicuramente più intima e si rivelava nella quiete più assoluta, come una totale liberazione dalle limitazioni fisiche.
Seguendo questa interpretazione Apollo era un dio collegato allo sciamanesismo degli Iperborei (“al di là del vento del Nord”), abitanti nell’eterna primavera e “viandanti del cielo”, per i quali l’anima abbandonerebbe il corpo in viaggi all’esterno. Si dice, ad esempio, che Aristea volasse sotto forma di un corvo, mentre ad Abari si associa la freccia dell’arte del tiro con l’arco, scoperta proprio da Apollo, insieme con la medicina e la divinazione, e divenuta sua trasparente allegoria.
 
La regina dei morti
Parmeneide racconta di aver ricevuto lo stesso fraterno benvenuto con cui la regina dei morti accolse Eracle, con mano destra. E le auree laminette orfiche rinvenute nelle tombe dell’Italia meridionale ribadiscono al defunto di mantenersi sulla destra.
“Di Mnemosine è questo sepolcro. Quando ti toccherà di morire/ andrai alle case ben costruite di Ade: c’è alla destra una fonte,/ e accanto ad essa un bianco cipresso diritto;/ là scendendo si raffreddano le anime dei morti./ A questa fonte non andare neppure troppo vicino;/ ma di fronte troverai fredda acqua che scorre/ dalla palude di Mnemosine, e sopra stanno i custodi,/ che ti chiederanno nel loro denso cuore/ cosa vai cercando nelle tenebre di Ade rovinoso./ Dì loro: Sono figlio della greve e di Cielo stellante,/ sono riarso di sete e muoio, ma date, subito,/ fredda acqua che scorre dalla palude di Mnemosine./ E davvero ti mostreranno benevolenza per volere del re di sotto terra;/ e davvero ti lasceranno bere dalla palude di Mnemosine;/ e infine farai molta strada, per la sacra via che percorrono/ gloriosi anche gli altri iniziati e posseduti da Dioniso.” (Laminetta trovata a Ipponio)
 
Dike
L’altro eroe che discese all’Ade fu Orfeo, venerato come mago e mistico. Per i suoi accoliti la Giustizia (Dike) vive nella dimora della notte, col compito di vigilare su quanto accade agli umani.
Il significato originario di dike era quello di “indicare”, da cui anche dito, traducibile quindi con direzione. E con tale significato viene utilizzato questo termine nell’Iliade. Successivamente però, e già in Esiodo (“Le Opere ed i Giorni”), ha valore di “giusta” direzione, dunque giustizia divina.
Eppure il senso della giustizia è un fenomeno che apparentemente si presenta solo a livello della coscienza, poiché la sua vera essenza è il tempo che si distende in una successione spaziale. E qui sembra illuminante il mito di Ferecide, perché rivela come la Giustizia, la Verità, la Necessità, la Voluttà, la Morte, sono la “greve” e sotterranea, profonda, prima ed ultima, Sposa divina.
 
 Kouros per una Kore
“Da principio c’era Caos e Notte ed Erebo nero e l’ampio Tartaro,/ ma non c’era terra né aria né cielo; e nel seno sconfinato di Erebo/ Notte dalle ali nere genera anzitutto un uovo sollevato dal vento,/ da cui nelle stagioni ritornanti in cerchio sbocciò Eros il desiderabile,/ con il dorso rifulgente per due ali d’oro, simile a rapidi turbini di vento./ E costui di notte mescolandosi con Caos alato, nell’ampio Tartaro,/ fece schiudere la nostra stirpe, e per prima la condusse alla luce./ Sino allora non c’era la stirpe degli immortali, prima che Eros avesse mescolato assieme ogni cosa;/ ma essendo mescolate le une alle altre, nacquero Cielo e Oceano/ e Terra e la stirpe senza distruzione di tutti gli dei felici.” (Aristofane, Uccelli 693-702)
L’iniziazione orfica non è solo un fatto di giustizia e di purezza, di coscienza e di memoria, ma consiste innanzitutto nello scoprire il legame che ci unisce  al divino, nell’accorgersi quindi di farne parte, avvertirlo come familiare, per offrirsi in  adozione agli dei e divenirne figliuolo, kouros appunto, per una Kore.
 
La Dea senza nome
Parmenide, per descrivere il mondo degli dei, compose un  poema in esametri, come le opere epiche, e lo suddivise in tre parti. Nella prima parla del suo viaggio in cui va incontro alla dea che non ha nome, nella seconda raccoglie gli insegnamenti spirituali della dea, al termine si sofferma sulla descrizione del mondo delle illusioni; ma al suo “incipit” la dea dichiara di trarci in inganno.
Alla stregua di Penelope, tesse di giorno la trama della tela per disfarne di notte l’ordito.
Essendo indicibile la visione suprema, si è costretti allora ad accostarvisi fingendo “allucinazioni degne della tragedia”. In questo senso Empedocle rivaleggiava con Anassimandro nell’avvicinarsi alla sapienza con l’inganno e la finzione.
 
Il più sapiente di tutti i greci
Un frammento di Eraclito fa riferimento ad un enigma di difficile interpretazione: “gli uomini si ingannano rispetto alle cose manifeste, come Omero il più sapiente di tutti i greci”. Omero aveva interrogato il dio perché gli venissero rivelate le proprie origini, ed il dio gli rispose:” L’isola di Io è patria di tua madre ed essa ti accoglierà morto, ma guardati dall’enigma di giovani uomini…”. Giunto ad Io vide dei pescatori e chiese loro se avevano qualcosa. Quelli, non avendo pescato niente, si spidocchiavano, per cui gli risposero: ”Quanto abbiamo preso l’abbiamo lasciato, quanto non abbiamo preso lo portiamo”, alludendo ovviamente ai pidocchi, presi ed uccisi, oppure non trovati ed ancora tra i loro capi d’abbigliamento. Omero, non riuscendo a risolvere il quesito, ne morì per lo scoramento. L’esito tragico ci rende conto dell’intricato rapporto della sapienza con l’inganno, della conoscenza con la crudeltà dell’imposizione di una sfida, nonché della violenza insita alla medesima formulazione antifatica dell’enigma.
 
Una concezione ludica
“La verità è l’invenzione di un mentitore” sostenne Heinz von Foerster. I greci, da grandi ingannatori, inventarono la Verità, dalla loro astuzia e rissosità, produssero la democrazia, ed al fine di mantenere una pacifica convivenza, si rivolsero alla Giustizia, Dike. L’insegnamento sapienziale greco ci rammenta come la vita sia qualcosa di diverso da tutto il male che se ne può pensare. L’iniziazione, insegnando a pensare senza finalità, scopre una ricetta contro il pessimismo radicale, coincidente con una concezione ludica del mondo e dell’esistenza. Ciò favorisce il gusto per le trasformazioni ed il travestimento, per la frivola incuranza, o per il piacere di rischiare tutto per qualcosa che non ne vale la pena. Empedocle compie un gesto teatrale e gratuito con il suicidio tra le vampe dell’Etna, ma già in vita, riferisce Diogene Laerzio, rivaleggiava con il predecessore Anassimandro, “assumendo un abbigliamento ieratico” e simulando “allucinazioni degne della tragedia”.
“Meleto ha l’aria di uno che abbia voluto mettermi alla prova, come proponendo un enigma: Si accorgerà Socrate, il sapiente, che io mi prendo giuoco di lui e che mi contraddico con me stesso? O riuscirò a trarlo in inganno, lui e gli altri che ascoltano? Costui mi sembra infatti contraddirsi con se stesso nell’accusa, come se dicesse: Socrate è colpevole di non credere agli dei, ma di credere negli dei. E ciò significa giocare” (Platone, “Apologia di Socrate”)
 
Sapienti bricconi
In età arcaica la sapienza costituiva un unico grande contenitore, non era ancora scissa nelle sue specializzazioni. Gli iniziati, i filosofi, gli scienziati erano un po’ naturalisti, un po’ sciamani, quando sacerdoti e quando attori della ciarlataneria divina, buffoni, birboni, bricconi (trickster), eppure sempre grandi conoscitori dell’apparenza e della metafisica dell’inganno.
 
Et eritis sicut Dii
Interessante, a  proposito del binomio intelletto e inganno, il parallelo con la storia biblica della Caduta. In ebraico la parola arum può significare sia ingegnoso che ingannevole, forse perché la capacità di ingannare è uno dei contrassegni dell’intelligenza e della coscienza. Nell’Antico Testamento viene usata per descrivere la sorgente delle tentazioni. “Sarete come dei (come gli elohim) acquistando conoscenza del bene e del male”, dice il serpente della Genesi (3,5). Quando i progenitori ebbero mangiato dei frutti dell’albero della conoscenza “si accorsero d’essere ignudi”(3,7); avendo una visione autoscopica di se stessi, si videro come gli altri avrebbero potuto vederli. E questo passo è degnamente commentato da Maimonide ne “La Guida dei Perplessi”(I,2).
 
Il viaggio
Anche se la tradizione attribuisce sia l’Iliade che l’Odissea ad uno stesso autore di nome Omero, è più probabile che l’Odissea sia posteriore di almeno un secolo, sembrando più opera di una successione di aedi. A differenza dell’Iliade, l’Odissea non è un poema epico, bensì una serie di poemi, che presumibilmente in origine concernevano vari eroi, riuniti infine in una  figura unica. L’astuto Odisseo consentì ai primitivi popoli che subirono le conquiste, di sopravvivere almeno culturalmente. Ad Itaca, agoni in suo onore e tripodi in bronzo erano connessi al suo culto semidivino, proprio quando l’isola stava per essere nuovamente invasa dai  Corinzi.
Protagonista del poema si scopre essere il viaggio, definito polytropon, “che molto gira”, poiché tortuoso ed ambiguo; un viaggio alla scoperta dell’inganno e dell’ingegno, dell’invenzione e dei sotterfugi, delle trasformazioni e dei riconoscimenti, della memoria e dell’oblio, di sogni artificiali, frutto di droghe, e di prese di coscienza, di sostituzioni di persone, di storie all’interno di altre storie e di eroi che si succedono ad altri.
 
Il mistero femminino
Tutti i personaggi del poema del grande eleate sono invece di sesso femminile, la dimensione che vi si trova rappresentata è pertanto tutta femminile e misteriosa: la dea è ignuda come la verità, severa come la giustizia, tirannica come la necessità, inesorabile come il tempo, falsa e ingannatrice come l’apparenza, impellente ed impudica come la voluttà, inevitabile eppure innominata come la morte.
Perché nel nome è racchiusa la natura delle cose, a maggior ragione se si tratta del potere di un dio. Una divinità non può invocarsi invano. L’inaccessibilità di tanta potenza supera i limiti del consentito, ciò vale per gli dei superni, ed ancor di più per quelli del sottosuolo, la cui origine e la cui essenza sono le più misteriose e le più incomprensibili.
“Gli dei degli inferi – afferma Kingsley- appartengono ad una dimensione in cui il linguaggio è il nostro silenzio, le loro parole sono quelle oscure degli oracoli e degli enigmi, e il loro sorriso appare agli uomini un’espressione di mestizia.”
Ci sono cose che non possono essere dette perché il loro significato ed il loro senso è racchiuso in se stesse. Ed il rischio di confusione è accettato proprio perché insito nel mistero, dove l’ambiguità non solo è inesprimibile, indicibile, sia pur nella falsità delle parole, ma, sia pur nella finzione del tempo,  per giunta, neppure eludibile: necessariamente, fatalmente è ineluttabile.
 
Riferimenti bibliografici:
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   ”                    “Le Entità zoomorfe dell’Altro Mondo”, su “Kemi-Hathor”, XXI, 106, pp. 57-64, 21 marzo 2002.
  ”                    “La maschera del briccone che fa il mondo prima degli Etruschi”, su “Atrium”, IV,  2, pp. 67-85, Solstizio d’Estate 2002.
   ”                     “Archeologia del mito romuleo della fine del mondo”, su “Atrium, V, 1, pp. 30-55, Equinozio di Primavera 2003.
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