Miti, Segni e Simboli a Rasenna

Circa le origini dei tirreni-etruschi, Dionigi da Alicarnasso, nel Primo Libro delle “Storie” (I, 27-30), propende per la tesi autoctona: ”Dopo che i pelasgi (primitivi abitanti della penisola) ebbero lasciato la regione, le loro città furono occupate dai popoli che vivevano nelle immediate vicinanze, ma principalmente dai tirreni, che si impadronirono della maggior parte di esse, e delle migliori. Quanto a questi tirreni, alcuni affermano che sono nativi dell’Italia, mentre altri li ritengono stranieri. Coloro che dicono trattarsi di una stirpe autoctona fanno derivare il loro nome (thyrrenoi, variante attica di tyrsenoi) dalle fortezze che essi costruirono per primi fra tutti i popoli del paese, poiché le costruzioni coperte racchiuse da mura erano chiamate dai tirreni, come del resto dai greci, tyrseis, ovvero torri. Così è probabile che siano stati denominati tirreni per questa ragione, come i mossineci in Asia, che vivono su alte palafitte di legno simili a torri, da loro chiamate mossynes… Ma a mio parere sbagliano tutti coloro che identificano i tirreni con i pelasgi. Non deve sorprendere il fatto che talvolta vengano chiamati indifferentemente in un modo o nell’altro, poiché la stessa cosa è accaduta a certe altre nazioni sia greche sia barbare, per esempio ai troiani ed ai frigi, che vivevano a stretto contatto (così molti hanno pensato che queste due nazioni fossero solo una, e che la diversità fosse nominale e non effettiva). E le nazioni italiche sono state confuse sotto un nome comune con la stessa frequenza di qualsiasi altro popolo. Infatti, un tempo i latini, gli umbri, gli ausoni e molti altri erano chiamati tutti tirreni dai greci, poiché la lontananza dei paesi abitati da queste nazioni rendeva problematica una esatta distinzione a chi viveva tanto lontano. Molti storici sono arrivati a scambiare perfino Roma per una città tirrena. Perciò sono convinto che queste nazioni cambiarono di nome in ragione del luogo in cui si insediarono, ma non posso credere che entrambe abbiano una comune origine; fra le tante ragioni c’è questa, che le loro lingue sono diverse e non presentano la minima somiglianza…Perciò sono convinto che i pelasgi sono un popolo diverso dai tirreni. E non credo nemmeno che i tirreni fossero coloni lidii poiché non parlano la stessa lingua dei primi, né può essere addotto che, pur non parlando più una lingua simile, conservano tuttavia alcune caratteristiche della loro madrepatria. Infatti non adorano gli stessi Dei dei lidii, non seguono le stesse leggi e istituzioni, anzi proprio sotto questi aspetti differiscono più dai lidii che dai pelasgi. Perciò sono probabilmente più vicini al vero coloro che affermano che la nazione (etrusca) non proviene da nessun luogo, ma che invece è originaria del paese, poiché è certo che si tratta di una nazione molto antica e che non è simile a nessun’altra per lingua e per costumi. Altrimenti i greci non avrebbero avuto nessuna ragione per chiamarli con questo nome, derivato o dalle loro case-torri o dal nome di uno dei loro legislatori. I romani, tuttavia, li chiamano con altri nomi: dalla regione che abitavano un tempo, l’Etruria, li chiamano etruschi, e dalla loro conoscenza delle cerimonie sacre, in cui sono maestri, li chiamano ora, piuttosto impropriamente, tusci, ma un tempo, con la stessa precisione dei greci, li chiamavano thyoscoi. Il nome con cui si autodefiniscono è tuttavia quello di uno dei loro capi, Rasenna”.
 
Pelasgi
 
Tirreni, Sardi, Baschi, Etruschi avrebbero fatto parte dei cosiddetti “popoli del mare”, i pelasgi, il cui capostipite sarebbe stato il primo abitante della Tessaglia. Il padre di Pelasgo, Foroneo avrebbe fondato le città mercato, procurando così alleanze tra i popoli e formando confederazioni di etnie, come divenne in seguito costume degli etruschi e poi consuetudine dei romani.
Forse insieme con Lici e Siculi, i Tirreni costituirono la stragrande maggioranza di quei “popoli del mare” di ceppo pelasgico che per secoli mantennero una sorta di “talassocrazia”, il dominio cioè sulle principali rotte del mediterraneo, costituendo empori fin nell’estremità occidentale, sulle coste iberiche di Tartesso e Cadice, luoghi della stirpe degli atlantici e dell’eroe eponimo dei sardi, Norax, da cui Nuraxi, Nora, Nuoro, Nurri, Nureci, Nurchidda, Nuraminis.
 
Norax
 
Il re di Tartesso era figlio di Ermes e di Eriteide, o Erizia, figlia del gigante Gerione. Erizia, la rossastra, insieme con Egle, la lucente, ed Espere, la vespertina, era una delle Esperidi , figlie della Notte o di Esperide, figlia di Espero, Fosforo, Lucifero, o Iubar, e di Atlante. Con il serpente Ladone, procreato da Ceti e Forchi, o dall’Echidna e da Tifone, erano custodi dell’isola giardino sita all’estremità occidentale del mondo, dove cresceva l’albero dei pomi d’oro, donato da Gea ad Era, e dove si sarebbe poi recato Eracle nella sua undecima fatica per coglierli.
 
Turana
 
I tirreni proto-etruschi (Turana) avevano fama di pirati; ed anche se si trattava di voci elleniche, invidiose del successo commerciale della concorrenza, da esse sembra sorgere il mito del rapimento di Dioniso da parte dei corsari tirreni e della trasformazione di questi in delfini per punire tanto sacrilegio.
 
Villanoviani
 
I Villanoviani potrebbero essere stati i protoestruschi, poiché sembra che la civiltà etrusca sia fiorita, tra l’Arno ed il Tevere, fra gli Appennini ed il mar Tirreno, quale risultato della coagulazione di diversi villaggi di epoca villanoviana, soprattutto nella regione più meridionale, maggiormente ricca e sviluppata a quell’epoca (Veio, Cerveteri, Pyrgi), a contatto con i coloni greci.
Un incontro, una unificazione, piuttosto che lo spostamento di massa di un’ intera popolazione già solidamente organizzata, ed in grado di importare una civiltà precostituita.
 
Etruria
 
L’Etruria villanoviana arrivò a stendere il suo raggio d’azione a Nord, oltrepassando il primordiale sito nei pressi dell’attuale Bologna, spingendosi al di là del Po, sino a Mantova, Spina, Melzo (Melpum), vicino Milano, ed a Sud, addentrandosi in Campania, giungeva a Pompei, Capua, Pontecagnano. La sponda destra del Tevere veniva abitualmente chiamata dai latini “Ripa etrusca”.
Nell’VIII sec. a. C. i protoetruschi  di Populonia, Vetulonia e Vulci praticavano scambi  e traffici commerciali che interessavano la Sardegna nuragica e le colonie greche dell’Eubea, dalle quali avrebbero mutuato l’alfabeto.
 
Sardianoi
 
Sembra che tali traffici furono talmente intensi da far pensare anche ad una integrazione, se non proprio di etnie, quanto meno di culture. I tirreni “costruttori di torri” si sarebbero così potuti scambiare con i sardi edificatori di nuraghi, che sempre torri sono, a mo’ di tholos a falsa volta, così in Lidia come a Populonia e a Vetulonia. Questa integrazione-assimilazione viene testimoniata pure dall’imbarcazione dell’etrusco Charun, corrispondente ad una suggestiva navicella nuragica.
Per i greci, sia i Lidi che i Sardi venivano chiamati Sardianoi. E Festo chiama Sardi i Lucumoni di Veio. Il termine vanas, camera sepolcrale per i Lidi, per i nuragici indica l’iscrizione sepolcrale, ed in etruria diventa fanu, il tempio sepolcrale, di poi, in latino, luogo sacro, fanum.
 
Moda “orientalizzante”
 
Nel secolo successivo però le necropoli permettono di essere caratterizzate meglio da una moda definita come “orientalizzante”, per via della maggiore importazione dall’Oriente, ma anche  a causa dello stile di manufatti fabbricati sul posto, sia pure da artigiani immigrati, ovvero ad imitazione di quelli ellenici da parte dei locali. Il periodo orientalizzante viene distinto in una fase più remota, orientalizzante antico dal 720 al 670 a.C., una intermedia, orientalizzante medio, dal 670 al 630 a.C., ed una “recente”, dal 630 al 570 a.C.
In quello stesso periodo però anche il rito funerario subisce l’evoluzione che lo fa passare dall’incinerazione, caratteristica dei villanoviani, all’inumazione dei veri e propri etruschi.
Questo cambiamento, associato alla moda “orientalizzante”, è stato interpretato come l’arrivo di un’ intera popolazione straniera. In realtà va considerato che i riti funerari hanno una matrice non tanto etnica quanto culturale.
Verso la metà del VII secolo sorgono a Caere degli enormi tumuli, dove il sepolcro è scavato nel tufo, a volte solo per metà, come la celebre e fastosa tomba Regolini-Galassi.
L’atteggiamento interpretativo degli studiosi circa le origini degli etruschi sarebbe da attribuire allora soprattutto a quel loro apparente isolamento, innanzitutto e principalmente linguistico, nell’ambito della Penisola.
 
Tomba dei Tori
 
Alcune tombe particolarmente belle della necropoli di Monterozzi, a Tarquinia, hanno fatto supporre la presenza di artisti greci. Il tema mitologico degli affreschi della Tomba dei Tori, ad esempio, è quello dell’agguato teso da Achille a Troilo, figlio di Ecuba e, più che di Priamo, di Apollo Timbreo, il quale infatti lo vendicò; ma, al di sopra di questa scena si trovano dei motivi esplicitamente pornografici. Da un lato un accoppiamento omosessuale, in cui si potrebbe ravvisare la sodomia dello stesso Troilo, o del fratello Licaone, sorpreso nell’orto di Priamo mentre recide rami, da parte di Achille, e dall’altra, forse, il tradimento di Cressida, figlia di Calcante,  amata da Troilo, con Diomede, oppure l’amore di Briseide per il Pelìde.
Briseide, figlia di Brise, vedova di Minète, re di Cilicia, ucciso da Achille, ne divenne la schiava favorita. Fu pretesa da Agamennone, in sostituzione di Criseide, figlia di Crise, restituita al padre per placare l’indignazione di Apollo. Da quell’”aspra contesa” tra “il re dei prodi Atride e il divo Achille” prende l’avvio il poema d’Omero che di quest’ultimo canta l’”ira funesta”.
Briseo è però epiteto,tra gli altri molti, di Dioniso, derivatogli dal nome della ninfa Briside, che gli fu nutrice. Da qui un’interpretazione dell’orgia sessuale in chiave dionisiaca.
Queste due scene erotiche sono divise dalla presenza di due tori, di cui uno itifallico e dalla testa antropomorfa, quale personificazione di una divinità fluviale, Acheloo, da un corno del quale, spezzato da Ercole, le Naiadi crearono una cornucopia. Ma forse meglio, molto più schiettamente, si tratta di un simbolo di forza e di fecondità da far rientrare ancora nella sfera dionisiaca. Appare infuriato, o semplicemente eccitato, quello che sembra “caricare” gli omosessuali, mentre più mansueto invece l’altro, che starebbe quasi a guardia della scena promiscua, a cui volge la schiena.
La scena omosessuale potrebbe far riferimento comunque alla sodomia rituale propiziatoria tipica delle cerimonie del raccolto; mentre la scena della promiscuità erotica rappresenterebbe l’avvicendamento tra i sovrani: una regina nell’atto di accogliere il nuovo re, a scapito del predecessore.
Va ricordato infatti che il Dioniso cretese, sposo di Arianna, è un toro e che sia la prostituzione sia la sodomia rituali, caratteristiche del culto di Anatha (l’Athena medio-orientale) a Gerusalemme e della Dea Siria a Ierapoli, sopravvivevano nelle consacrazioni propiziatorie, come nelle processioni del raccolto, dove ad esempio rami di olivo erano sorretti da due giovani invertiti. I rami carichi di frutti corrispondono al lulab delle feste ebraiche dei Tabernacoli celebrate agli inizi d’autunno. Ed i Tabernacoli festeggiavano la vendemmia, cara a Dioniso, alla stregua delle Oscoforie ateniesi, che si concludevano con una gara di corsa il cui vincitore diveniva il nuovo re della stagione. Cosicché il personaggio femminile della scena promiscua  associata al toro mansueto potrebbe essere la regina, sacerdotessa del culto matrilineare, nell’atto di tradire il re sconfitto e costretto carponi, con il successore trionfante.
 
Tomba della Fustigazione
 
Scene di questo genere, dove Eros e Thanathos, amore e morte, vengono rappresentati intimamente congiunti, avevano valore magico e venivano collocate, sopra le porte di accesso alle piccole camere funerarie, con finalità di tipo apotropaico. Nella Tomba della Fustigazione (490 a.C.), la promiscuità ricorre in una scena sadomaso che contempla fellatio e sodomia, ed in un’altra dove si consuma una doppia penetrazione. Nella Tomba del Topolino è raffigurato un fallo alato che cammina. Ma pur senza limitarsi all’esplicito, tutti gli affreschi delle tombe di Tarquinia sembrano avere lo scopo principale propiziatorio di portare luce e colore nell’oscurità del grembo della madre terra più per fecondarne il potere creatore che per favorire la serenità nell’altro mondo.
Un’iscrizione dipinta sulla parete, attribuisce la tomba dei Tori alla famiglia degli Spurinna, di cui alcuni rappresentanti frequentarono Roma, e tra essi ci fu quell’indovino Vulcatius, che avrebbe predetto fatali a Cesare le Idi di marzo e, con esse, compiuta la profezia sull’inizio dell’ultimo dei dieci secoli dei Rasenna.
 
Tark
 
Jean Richer, in “La Géographie Sacrée dans le Monde Romain” (1985), propone un’altra ipotesi interpretativa, e cioè che la famosa Tomba dei Tori appartenesse agli antenati della dinastia di Tarkun. La radice tark, in Asia Minore esprimeva il concetto di forza, particolarmente collegata al dio fecondatore taurino. “Il sepolcro affrescato con realistici accoppiamenti in presenza di tori con il membro eretto,- scrive Giovanni Feo in “Miti, Segni e Simboli Etruschi” (Stampa Alternativa, Viterbo, 2003) – è in chiara assonanza con quei riti della fecondità di cui il toro era il più qualificato rappresentante.” Gli Hittiti veneravano un dio della tempesta, suscitatore delle forze più esuberanti della natura, e quindi anche fecondatore, di nome Tark. Nella Creta minoica  il dio Tark corrispondeva ad Asterio, il Minotauro del Labirinto, nato dagli accoppiamenti rituali della regina Pasifae, la dea vacca, signora della terra e della luna, con il re-sacro Minosse. Pertanto le scene erotiche ed i tori itifallici rimanderebbero a queste ierogamie perpetuate anche dalla stirpe corinzia degli Eraclidi, alla quale appartenevano i Tarquini.
 
 
L’urbanistica delle necropoli
 
Nella seconda metà del VI sec. a. C., come testimonia l’archeologia funeraria di Caere, la necropoli etrusca viene regolata da un vero e proprio piano urbanistico, con strade che si intersecano ad angolo retto intorno alle insulae quadrangolari di tombe uniformi, dalle facciate allineate con cura. Questa razionalizzazione dello spazio corrisponde a ciò che altrove avviene per la struttura urbana dove si applica il sistema greco ortogonale, definito ippodameo.
 
Atrium
 
Dal soffitto della tomba della Mercareccia, possiamo dedurre che l’atrium (athre, in etrusco) della domus romana, con l’apertura centrale del tetto (compluvium) era indubbiamente di origine etrusca. Il compluvium dava luce alle stanze che lo circondavano e riversava le acque piovane in una apposita vasca (impluvium).
 
Hybris
 
Nella maggior parte delle tombe arcaiche e classiche, le stanze funerarie imitano, nella loro finta architettura, con il soffitto a due falde e la falsa trave, l’interno delle normali abitazioni. Ma dai vivaci colori delle pitture murali traspare più di qualcosa di quotidiano, bensì la vita nella sua maggiore esuberanza. Viticci, palmette, fronde e germogli non sembrano dirci nulla di un comune giardino, perché suggeriscono un rigoglio floreale quasi primaverile. La fauna ivi rappresentata si dimostra avida come belve fameliche, impaziente come scalpitanti cavalli da corsa, giocosa come delfini che volteggiano tra le onde, coraggiosa nello sfidare assalti di cacciatori, oppure rassegnata nel soccombere come preda del più ampio gioco dell’esistenza.
“Il mondo, secondo l’antica concezione, si rivestì di dualismo non appena fu creato – commentò D.H. Lawrence in “Etruscan Places” (1932)- e tutte le cose si sdoppiarono non solo nella dualità del sesso ma anche nella polarità dell’azione: è questo l’empio dualismo dei pagani che non collima affatto con la pia opposizione di bene e male, assai più tarda. Il leopardo e il daino, il leone e il toro, il gatto e la colomba o la pernice, infatti, incarnano tutti questo grande dualismo, questa polarità del regno animale. Tuttavia non stanno a rappresentare l’agire buono contrapposto a quello cattivo bensì, al contrario, incarnano il polarizzarsi dell’attività creatrice del cosmo divino nella sua manifestazione animale. Ma è l’anima il tesoro dei tesori, l’anima che in ogni creatura, in ogni albero ed in ogni pozzo, costituisce il punto misterioso di equilibrio, l’ago della bilancia tra le due metà del dualismo, tra l’elemento igneo e quello acqueo. Questo apice misterioso si riveste in entrambe le direzioni di molte forme vivide, una dopo l’altra. E nella morte non scompare ma è tenuto in serbo nell’uovo, nell’urna, o anche nell’albero che sempre ritorna a fiorire. Quest’anima, questa scintilla di coscienza che è immortale, finisce per diventare l’altare su cui la nostra dualità umana e la nostra natura mortale vengono sacrificate. Per questo, nelle tombe vediamo ripetere in continuazione, come raffigurazione dominante, animali araldici che si fronteggiano l’un l’altro ai due lati dell’altare, dell’albero o dell’urna, il leone che trafigge il daino al fianco ed alla gola. Il manto del daino è chiazzato, ed anche il leone è insieme chiaro e scuro, come la notte ed il giorno…”
Le figure umane vengono tratteggiate nel dispendio di attività istintive, nell’ebbrezza e nella competizione, fin nell’asprezza di una vitalità arrogante che rasenta l’hybris, il termine con cui i greci definivano il tentativo da parte dell’uomo di trascendere nel bene e nel male, i propri limiti.
 
Iper-realismo
 
Nel confronto con le decorazioni funerarie egizie sono state riscontrate delle palesi differenze, innanzitutto di “realismo”. Le scene etrusche sono di una natura rigogliosa, di tipo quasi edenico e le azioni riguardano, piuttosto che attività giornaliere, feste più spettacolari che dal vivo. In complesso si ricava l’impressione che la decorazione non stia ad accompagnare il defunto nella camera funeraria, ma semmai che sia quest’ultima ad imprimerne un intrinseco ritmo nell’ornato.
La Tomba cosiddetta degli Auguri inquadra una porta chiusa. Nella tomba delle Leonesse un cratere inghirlandato viene incorniciato da musicisti, che suonano una lira ed un flauto. Dietro il flautista un ramaiolo potrebbe servire ad attingere, da questo vaso del mistero della vita e della morte, quella tanta ebbrezza che promana dai ballerini. E l’atteggiamento delle danze è apertamente improntato alla baldoria (khomos).
 
La sposa ultraterrena
 
Nella tomba del Morto una donna si piega sul cadavere quasi per evocarlo. Nella Tomba del Letto funebre quest’ultimo è vuoto ed il morto potrebbe essersi sdraiato, puntellandosi con il gomito, su uno di quei triclini del banchetto, come accade del resto nella maggioranza delle urne e dei sarcofagi. Gli etruschi credevano che i defunti sedessero accanto ai partecipanti al pasto funebre. I vivi convenuti alle cerimonie, insieme con i morti, stavano alla presenza gli uni degli altri, sul bordo dei sepolcri o sulle panche scolpite nella roccia.
Al capezzale potrebbe trovarsi una vedova, altre volte non si tratta della legittima consorte, ma della “sposa ultraterrena” in grado di far rinascere il morto alle gioie dell’oltretomba, cosicché il letto funebre sembra trasformarsi in un novello talamo nuziale.
 
Lari e lase
 
Altrove viene raffigurata una lasa, un genio femminile con le ali, del tipo della Lasa Vecuvia. Lasa sta per Lara o Larunda, la ninfa madre dei Lari, rappresentata soprattutto sugli specchi in scene di toilette o di carattere più marcatamente erotico.
La prima generale impressione che si percepisce nell’analizzare la dimensione soprannaturale degli Etruschi è quella di un’assoluta imprecisione nel novero, nella qualità, nelle apparenze, persino nel genere delle divinità. Del tutto sconosciuti ci restano le entità che rispondono ai nomi di Alpan, Achvizr, Clens, Culalp, Ethausva, Lethan, Mean Rescial, Snenath, Tecum, Thufltha, Tlscv, Zipano. Ma da questo mondo sembra emergere la concezione del genio, quale forza vitale e generativa, che può appartenere a spiriti dell’uno e dell’altro tipo, ed in particolare alle lase che popolano l’oltretomba, si mescolano e al divino e all’umano, o possono manifestarsi addirittura sotto le sembianze di simboli fallici nel focolare domestico.
 
Fascinus
 
All’antico substrato etrusco affonderebbero le loro radici le leggende latine che mettono in rapporto il fallo con la fiamma del focolare, per giustificare fecondazioni miracolose, come quella avvenuta alla corte dei Tarquini e attribuita al sesto re. Le Vestali, così come si occupavano del fuoco sacro, erano dedite al primordiale dio fallo, riconosciuto con il nome di Fascinus.
 
Mutinus Titinus
 
Mutinus Titinus sarebbe stato il vero nome di quel dio al quale sembra sia stato dedicato, sul sito della megalo-ellenica Elea, latinizzata in Velia, un santuario dove si sarebbero recate le fanciulle da marito per la celebrazione di un particolare rito pre-nuziale. Si sarebbero dovute sedere sopra il fallo del dio per offrirgli la loro verginità, propiziare la fecondità della famiglia, e contemporaneamente proteggersi dai demoni dell’invidia, della gelosia, del malocchio e dei sortilegi. Variante di Mutinus Titinus era Mutunus Titunus o Tutinus. Muto o mutonium indicava il membro virile, Tutinus avrebbe dovuto fare altrettanto, e quindi costituire un equivalente rafforzativo del primo termine. Eppure, per Titinus, si ipotizza un riferimento al nome gentilizio dei Titii o Titinii, per cui Titinus avrebbe potuto rappresentare originariamente il dio protettore della genealogia di quella determinata famiglia.
 
Simboli fallici
 
Un’altra eredità etrusca sarebbe la bulla, in analogia agli scroti, che ad Efeso ornavano la statua di Artemide, ed alla stregua dell’amuleto dei condottieri portati in trionfo, che dapprima appartenne ai Lucumoni.
Etrusco sarebbe pure il costume di scolpire falli dappertutto ed in particolare sui monumenti funebri, anche se la nozione di un implicito, quanto ambiguo, rapporto tra sessualità e trapasso sarebbe una concezione piuttosto arcaica. Nelle necropoli etrusche comunque si trovano simboli che richiamano il fallo eretto delle tombe e dei monumenti funebri dell’Anatolia ed in specie della Frigia pre-ellenica. E falli stilizzati devono essere visti i cippi arrotondati e le colonne puntute poste sui sepolcri, simboli di una vita che rinasce, malgrado, o proprio grazie alla morte. La speranza di sopravvivenza attraverso la discendenza si univa così a quella di attingere dal seno della madre terra una rinnovata energia vitale.
 
Symposia
 
Il motivo che ricorre più spesso negli affreschi tombali è quello del banchetto che aveva lo scopo di celebrare lo status sociale e di magnificare la ricchezza della famiglia titolare della tomba. Per lo più, si tratta di symposia, riunioni cioè in cui ci si limitava quasi esclusivamente a bere il vino da una coppa o da un kilix, da fiaschette di bronzo, da anfore o canthares.
 
Danza rituale
 
Altro tema ricorrente è quello della danza rituale. Difatti la coreografia di molti balli si basava su argomenti mitologici, oppure, in altri casi, i danzatori potevano essere dei pugili o degli individui armati di tutto punto. Nella tomba cosiddetta degli Auguri, un Phersu, in maschera e barba finta, sembra mimare una fuga, mentre accenna a un passo di danza, con la mano sinistra stretta  a pugno e pronta a colpire, e la destra estesa in posizione di guardia. Altri ballerini travestiti da satiri rincorrono ballerine abbigliate da menadi.
 
Subulones,
 
La padronanza degli etruschi in quest’ambito fu tale che gli stessi  romani avevano preso l’abitudine di far giungere dall’Etruria intere compagnie di attori e ballerini, ma soprattutto di flautisti, i subulones, che con strumenti simili all’oboe o al clarinetto, chiamati suplu (latino subulo), avrebbero dovuto accompagnare la rituale celebrazione dei sacrifici.
A Roma erano riuniti in una corporazione esclusiva; gelosi dei propri diritti ed orgogliosi dell’esercizio della loro arte, allorquando venne soppresso il tradizionale banchetto in loro onore offerto in Campidoglio, si ritirarono a Tivoli.
 
Lituus,
 
Uno strumento musicale di sicura valenza rituale era la tromba, che poteva essere diritta (tuba), o ricurva ad una estremità e con il padiglione svasato, ed, in questo caso, chiamata dai latini lituus, come il bastone degli auguri.
 
Ludi Scenici
 
Tito Livio, nel VII libro degli “Ab Urbe condita”, racconta dell’origine dei Ludi Scaenici. Per propiziare gli dei durante un’epidemia di malaria, nel 364 a. C., si fece ricorso ad un rito “straniero”. Si convocarono dei ludiones, ballerini, attori, e mimi, per inscenare danze non accompagnate dal canto.
In Etruria, quanti invece non avevano le possibilità economiche che consentissero loro di celebrare funerali con giochi atletici, gare di lotta, danze o ludi scaenici, presero l’abitudine di deporre nelle tombe, quale sostituto o come palliativo, delle mascherine di terracotta per non privare il defunto del beneficio di questi riti di passaggio.
Gli esordi del teatro latino, come i giochi del circo, o la stessa struttura delle case, sono certamente di provenienza etrusca. Gli attori professionisti vennero chiamati histriones proprio dal vocabolo etrusco ister.
Il nome completo di Virgilio, il vate della romanità, Publius Vergilius Maro, non nasconde la sua innegabile origine etrusca, mettendo in evidenza come il cognomen Maro ricordi il termine etrusco Maru con cui si faceva riferimento ad un magistrato simile al Quaestor, in una città, Mantova, fondata da Ocno Bianòre, figlio di Manto e del Tevere.
Varrone cita solo un poeta tragico di nome Volnio. Ma il perdurare con successo della cultura etrusca presso i romani non si limitò alla letteratura, invadendo anche altri ambiti, e sicuramente tra questi l’arte, come ci dimostra Orazio il quale chiama “thyrrena sigilla” le statuette collezionate dai suoi contemporanei amanti dell’arte etrusca, quali la celeberrima, filiforme “ombra della sera”, a cui sembra essersi ispirato lo stile, modernissimo, di un Alberto Giacometti.
Del resto l’etruscomania ha ispirato, soprattutto dopo la lettura degli “Etruria Regali” di Thomas Dempster, l’Accademia Occulta di Cortona a ribattezzarsi “Etrusca”. Ad essa, a lungo presieduta da Filippo Buonarroti, aderirono molti intellettuali, anche stranieri, tra cui Montesquieu, Voltaire, Winckelmann.
 
Le insegne della sovranità
 
In epoca monarchica gli etruschi trasmisero ai romani quasi tutte le insegne della sovranità: dalla tunica ricamata e dalla toga picta a quella bordata di porpora, dalla sella curulis allo scettro ed ai fasci littori.
 
Il sesto Re di Roma
 
Nel VI sec. a. C. si consolidano forme di potere, definibili con termine greco,”tirannico”. Un esempio di questo fenomeno potrebbe essere individuato in uno dei presunti re etruschi di Roma, successore di Tarquinio Prisco, Servio Tullio (578-534).
Questi “era uno di quei capi rivoluzionari e plebei che, nel momento in cui il regime monarchico vacillava sia in Italia sia nell’intero bacino del Mediterraneo, si ersero, alfieri di una nuova ideologia, a spodestare i re ed a liberare i popoli, aprendo la via all’era repubblicana.- asserisce Jacques  Heurgon in “Il Mediterraneo occidentale dalla preistoria a Roma arcaica” (Laterza, Bari, 1972) - Era davvero lui quello che a ragione o a torto gli annalisti romani, redigendo l’elenco dei re di Roma, posero tra i due Tarquini? A favore di questa tesi milita il fatto che Servio Tullio- il cui nome peraltro è indizio di origine servile o straniera- veniva considerato il fondatore di tutte le istituzioni democratiche della Roma repubblicana”.
 
La costituzione “timocratica”
 
Infatti proprio Servio Tullio avrebbe organizzato la popolazione romana in quella costituzione “timocratica” che comprendeva, oltre ai patrizi, i plebei suddivisi in trenta tribù, di cui quattro urbane e le altre “rustiche”, e prevedeva che il popolo, distribuito in cinque classi, a seconda della fascia economica, si riunisse nei comizi centuriati.
 
Macstarna
 
Dalla Tabula Claudiana di Lione, apprendiamo che l’imperatore Claudio riteneva Servio Tullio un etrusco di Vulci, chiamato in realtà Macstarna, giunto a Roma con truppe agguerrite, alla stregua dei capitani di ventura rinascimentali. Avendo per luogotenenti i fratelli Caile (Celio) e Avile (Aulo) Vibenna (Vipiiennas), lottò contro latini, falisci ed altri etruschi, tra i quali un Tarquinio di Roma (Cneve Tarchunies Rumach), come illustrano gli affreschi della Tomba François della necropoli di Ponte Rotto, prossima a Vulci. Tali affreschi, risalenti a poco oltre la metà del IV sec. a. C. (340-330), testimoniano dell’irriducibile ostilità nutrita dall’aristocrazia etrusca nei confronti dei romani, identificati nei prigionieri troiani sgozzati da Achille in onore di Patroclo. La Tomba scoperta dall’arheologo fiorentino François apparteneva alla Famiglia dei Saties.
L’imperatore Claudio aveva scritto venti libri di una storia degli etruschi andata perduta. Nell’enunciare i precedenti storici della politica di apertura che intendeva intraprendere nei confronti dei notabili della Gallia, nel suo discorso pronunciato in Senato e riportato nella Tabula Claudiana di Lione, sostenne che una causa niente affatto secondaria della grandezza di Roma, la quale già agli albori della sua potenza ebbe re immigrati (Numa Pompilio era di Curi, Tito Tazio e Anco Marcio erano sabini), stava appunto nella capacità di assimilazione e nella volontà di integrare gli stranieri. Claudio si sofferma sul caso di Servio Tullio, ritenuto latino da alcuni, ed etrusco da altri, ponendolo al sesto posto della lista dei sette re di Roma..
In realtà, al settimo ed ultimo re della classica serie, Tarquinio il Superbo, scacciato, secondo la leggenda, dopo lo scandaloso stupro di Lucrezia da parte di Sesto Tarquinio, succedettero altri re Etruschi, in quanto l’Urbe fu conquistata da Porsenna, lucumone di Chiusi, e soltanto nel 423 a. C., quando Capua cadde sotto i Sanniti, e l’alfabeto etrusco di origine euboica venne sostituito dall’osco nelle iscrizioni di quell’area, si può dire ebbe inizio il definitivo declino politico dell’influenza etrusca.
 
Tarquinio Primo
 
Tito Livio ricostruisce l’avvento della dinastia etrusca nel I libro di “Ab Urbe Condita libri XXIV”. Tarquinio Prisco sarebbe stato figlio di Demarato, un profugo politico di Corinto, con interessi commerciali, forse nell’ambito della ceramica. I vasai greci difatti producevano, appositamente per il mercato etrusco, la cosiddetta anfora nicostenica, nonché askos ed oinochoe zoomorfi. La ceramica corinzia in particolare era oggetto di massiccia importazione tanto da provocare ondate di imitazioni locali: la cosiddetta ceramica etrusco-corinzia.
 
Tanaquil
 
Il vero nome del primo Tarquinio sarebbe stato Lauchume Tarkun (ovvero Tarquinio il Lucumone) e molto potere avrebbe acquisito soprattutto dopo l’importante matrimonio con Tanaquil (Thana-chuil o Thana-chvil), esperta nelle arti divinatorie e soprannominata “fattrice di re”, per aver aperto la strada verso il trono prima al marito e, trentasette anni dopo, si narra, al suo successore, nato e cresciuto nella sua casa, Macstarna /Servio Tullio.
Nel racconto mitico esistono due simili scenari ad annunciare la prole predestinata al regno, visioni di un fallo tra le fiamme del focolare nella reggia di Tarchezio, detto anche Silvio Tarquinio, re di Alba, per quanto riguarda Romolo e Remo, ed in quella  di Tarquinio Prisco per Servio Tullio.
“Il fuoco è l’energia solare e creativa, il fallo la sua espressione a livello umano e maschile. - scrive Giovanni Feo in “Miti, Segni e Simboli etruschi”(Stampa Alternativa, Viterbo, 2003) -  Il presagio indicava quindi una nascita regale, sotto gli auspici delle forze solari e divine.”
Thanachvil significa “offerta o dono di Thana”, la divinità lunare corrispondente alla celtica Dana ed all’italica Diana. Se ne può dedurre una funzione sacerdotale di tipo molto arcaico alla quale veniva riconosciuta la facoltà di conferire l’investitura regale. Questo potere veniva associato alla ierogamia che in questo specifico caso avveniva con Eracle, nel cui tempio, sul colle del Quirinale, si trovava conservata una statua di Thanaquil insieme con l’oggettistica riconducibile al suo culto.
Una circostanza straordinaria aveva coronato l’ entrata in città del primo Tarquinio. “…Un’aquila discese leggera e, planando, gli strappò di testa il cappello; poi volteggiando sul carro con acute strida, quasi compisse una missione divina, glielo rimise destramente in capo; dopodiché si allontanò in volo”. Tanaquil, in possesso della scienza dei prodigi celesti, vi scorse un presagio favorevole: “in virtù dell’uccello comparso, della regione del cielo da cui quello proveniva, del dio di cui era messaggero. Inoltre il presagio riguardava la sommità del corpo: l’aquila non gli aveva forse tolto l’ornamento dalla testa e lo aveva rimesso al suo posto per ordine di un dio?”
 
Il Tiranno di Caere e la dea Astante
 
L’altro esempio, indubbiamente meno noto, di tiranno del VI secolo a. C. è quello di Thefarie Velianas, o Veliiunas, definito dal testo fenicio delle laminette auree di Pyrgi, come “re di Caere”, mentre nel testo etrusco viene chiamato zilath, ovverosia magistrato. Sarebbe stato lui il  dedicatario di un tempio alla dea Astarte, la Uni etrusca, dove si praticava una forma di prostituzione sacra.
 
Saturnia Tellus
 
Roma, agli inizi della sua storia, fu governata da tre famiglie: Tazi, Ramni e Luceri, di cui almeno una, se non due, appartennero al ceppo di clan etruschi. L’alleanza di varie etnie (umbri, sabini, falisci, latini, ecc.), seguiva comunque il modello federativo etrusco, così come il rito di fondazione officiato da un aratro a cui vengono aggiogati un bue ed una vacca candidi, è la precisa riproduzione di quello etrusco, come si può dedurre dal cosiddetto “Aratore di Arezzo”.
Roma sarebbe stata fondata in virtù del concorso di più popoli, tra cui aborigeni, pelasgi, troiani, sabini, siculi, etruschi, e latini provenienti dalle regioni iperboree, dalle terre nordiche del cinghiale. Occultato (latente, da cui Lazio), nel loro territorio (Saturnia Tellus), il dio scopritore dell’agricoltura (Ops), dio di abbondanza e prosperità, ma anche del tempo e dell’età dell’oro, divenne un nume sotterraneo, un sole calante, nero, associato al tramonto, all’occidente, all’oltretomba ed ai riti funebri.
 
Cicogne
 
L’antenato dei fondatori dell’Urbe discendeva dalla stirpe degli atlantici, del re sacro Dardano, da cui Dardanelli, che prima di fondare Troia veniva chiamato Hesperothen, e cioè proveniente da Esperia. Elettra, sua madre, la ninfa del mare procreata da Oceano e Teti, lo iniziò ai misteri  di Cibele e dei Cabiri.
I re troiani rivestono un ruolo fondamentale nella fondazione della civiltà etrusca e romana. Da un figlio di Priamo, quell’Alessandro detto Paride, nel suo connubio forse con Elena o forse con la ninfa Enone, nacque Corito, il primo fondatore di quella città (chiamata dapprima Corito e poi Tarquinia), che successivamente sarebbe stata rifondata da Tarkun. Dalla progenie di suo figlio Telefo, re della Misia, provenne il Capi fondatore di Capua e, per alcuni, persino i gemelli Tirreno e Tarkun, ed anche Ruma, o Tirrenia, una sposa di Enea.
Sardi, troiani e tirreni appartenevano allo stesso ceppo pelasgico. Pelasgi, popoli del mare, ma anche cicogne, uccelli totemici migratori  nelle rotte che dall’Africa orientale  vanno ai Balcani e dall’Africa Occidentale alla penisola iberica.
Il discendente di Dardano, Enea fonda il centro sacro di Lavinio, in onore della seconda moglie, per collocare gli speciali oggetti protettivi della sua stirpe, i Penati di Troia.
 
Carmenta
 
Il re arcade Evandro, insediato sul colle Palatino, discendeva anch’egli da Atlante. Figlio di Ermes e della ninfa e sibilla Nicostrata, era giunto dall’Arcadia a capo di un gruppo di pelasgi, portandosi dietro il culto della madre, che, nel Lazio, assume il nome di Carmenta, e converte  l’antico alfabeto pelasgico-egizio di tredici consonanti in quello latino di quindici.
Evandro, Enea ed i tirreni proto-etruschi di origine lidia avevano un nemico in comune e si allearono perciò contro Turno, re dei Rutuli.
Avvenne allora, come sosteneva Dionigi da Alicarnasso, l’incontro di stirpi di varia provenienza, ma sostanzialmente dello stesso ceppo atlantico, a formare dapprima la civiltà etrusca e successivamente la latina?
 
 
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