L'Ombra del Dio Alato

Fà ciò che vuoi sarà tutta la Legge
Amore è la Legge, Amore sottomesso alla volontà
 
Il presente saggio è stato pubblicato in Primordia, Numero XXIII, Milano equinozio di autunno, Anno 2003
© Giuseppe M.S. Ierace 2003
 
La vera Volontà
Uno dei concetti più importanti della Magia, quello forse più spesso sottolineato da Aleister Crowley (1875-1947) è relativo alla vera Volontà. Quando si vuole profondamente qualcosa si mette in moto una sorta di volontà superiore, inconscia, assai più potente di quella comune. Avviene in tutti i campi ed in quello letterario non poteva mancare anche sotto forma di un gran libro virtuale, presentato con l’alone del testo segreto, proibito o dannato. Ipotizzato come pseudo-biblion, è divenuto per l’inconscio collettivo un compendio esoterico risvegliato da epoche lontane.
 
Corrente 93
Kenneth Grant (Frater Aossic) è uno dei più importanti divulgatori delle dottrine crowleyane, animatore della corrente Typhoniana dell’OTO, che accetta, oltre al Liber Al vel Legis anche il Liber Pennae Penumbrae ed il Liber Oblitorum di Soror Andahadna (Maggie Crosby conosciuta anche come Nema). Da par suo Kenneth Grant si è posto il quesito se i racconti di Lovercraft non sarebbero da considerare semplicemente quello che comunemente si ritiene la fantastica creazione letteraria di una mente allucinata, piuttosto che invece un esempio abbastanza singolare di una sorta di sinistra “invasione occulta” da parte di agenti soprannaturali.
 
Atlantide il Continente perduto
“Secondo una tradizione esoterica ben radicata, quando Atlantide venne sommersa, non tutti gli abitanti vi perirono. Alcuni trovarono rifugio in altri mondi, in altre dimensioni; altri invece sprofondarono in un sonno voluto ed innaturale, ed attraversarono sognando immensi eoni di tempo. Alcuni di essi si ridestarono: e oggi si annidano in abissi sconosciuti, occulte pieghe dello spazio. Il meccanismo fisico della coscienza umana è normalmente incapace di percepire le loro vibrazioni infinitamente sottili ma c’è chi conosce i mezzi per far filtrare messaggi fino alla loro coscienza…”
Secondo Rudolf Steiner (“Dalla Cronaca dell’Akasha”, 1904) gli abitanti di Atlantide furono i prototipi della configurazione razziale dell’umanità attuale. Tra i primi ceppi etnici, a sud del continente sommerso, ci fu quello primitivo dei guerrieri Rmoahall, detto così per via dell’urlo di incitamento alle battaglie di queste genti preistoriche, costituite dai Ciclopi, scopritori del linguaggio e della potenza magica della parola. Il culto degli avi venne sviluppato dai Tlavatli pre-dravidici delle regioni montuose, mentre la civiltà atlantidea fu raggiunta pienamente dai Tolteci.
“Di notte un’altra vita cominciava per l’atlantideo, una vita di sogno e di visione, un viaggio attraverso strani mondi” scrisse Edouard Schuré in “Evoluzione divina” (1912). Anche nel volume de “La Dottrina Segreta”, dedicato all’Antropogenesi, la Blavatsky parla di “prototipi eterei dell’Atlantide” e identifica gli Atlantici con i giganti dei primordi.
“…Quegli uomini erano i sopravvissuti di una grande terra ad Occidente sprofondata nel mare, lasciando soltanto sparse isole butterate da rovine, e circoli e templi dei quali Stonehenge era, nel loro paese, l’esempio maggiore” scriveva Lovercraft ne “Il successore2.
Le cronache oniriche di quei primi abitatori del pianeta sarebbero il comune denominatore delle mitologie classiche.
 
Il Grande Abisso
Alberto Cesare Ambesi in “Atlantide, il continente perduto” (Xenia, Milano, 1994), descrive la cosmogonia nordica in questi termini: “All’inizio dei tempi non vi era che il grande abisso incantato, Ginnungagap, confinante a settentrione con il gelido e oscuro regno di Nifheimr ed a meridione con le fiammeggianti regioni  di Muspellheimr. Nifheimr era matrice di morte e di freddo, ma sorgente anche di undici fiumi. Muspellheimr, per quanto permeato dalla luce, era custodito da Surtr, sorta di demone, signore del fuoco distruttore. Ora avvenne che il ghiaccio e la brina provenienti da Nifheimr e le ardenti scintille irradiate da Muspelheimr si incontrassero all’imboccatura di Giunngagap, generando una tiepida ed estesa nebbia primordiale. In quella nebbia presero forma un essere antropomorfo chiamato Ymir (o Aurgelmir) e la mucca senza corna Audhumbla, che nutrì con il proprio latte Ymir, mentre essa trovava alimento dai blocchi ghiacciati e salati di brina. Così cominciò la manifestazione cosmica, secondo la mitologia dei Germani, e così si crearono le condizioni perché si potessero generare le stirpi di giganti, dei, uomini, nani”.
Ma raffigurazioni mitologiche analoghe si possono riscontrare nell’antica Persia, in India ed in Egitto specialmente, dove Hathor, signora degli astri e madre degli dei, quale vacca celeste, è nutrice di Horus.
 
Degli Antichi e della loro Stirpe
“Gli Antichi furono. Gli Antichi sono e gli Antichi saranno. Dalle stelle oscure Essi vennero prima che l’Uomo nascesse, invisibili e tremendi. Essi discesero sulla Terra primordiale. Sotto gli oceani. Essi attesero per lunghe epoche fino a che i mari eruttarono la terra ferma, ed Essi brulicarono in moltitudini e la tenebra regnò sulla terra…”
 
Sposalizio del fuoco e dell’acqua
Visioni inquietanti non sono assenti persino nelle meditazioni filosofiche dei filosofi. “Vi rivelo un segreto: - ha scritto nel 1612 in Aurora Consurgens, Jakob Boheme (1575-1624) – sopraggiunge il tempo in cui lo Sposo correrà la Sposa. Ma dov’è la corona? Verso il Nord…ma da dove proviene lo Sposo? Dal Centro, dove il calore genera e si porta a Settentrione…ove la luce diviene splendente. Ora, che fanno coloro che si trovano a Mezzogiorno? Si sono addormentati nel calore; ma si ridesteranno nella tempesta, e molti, fra essi, saranno terrorizzati fino a morire”.
L’esoterista vede nella cosmogonia germanica e nella citazione di Boheme “un paradigma delle Nozze alchemiche, capaci di unire i contrari (in una cojunctio oppositorum) sotto la denominazione per l’appunto di Sposalizio del fuoco e dell’acqua, rappresentativo della compenetrazione dello spirito e della materia, del maschile e del femminile, dell’intelletto con le forze inconsce dell’anima. Ma soprattutto – aggiunge Ambesi – chi è più addentro al senso esoterico della simbologia saprà cogliervi il significato del fattore primo: quel fattore primo che si è visto prendere il nome di Ginnungagap, il grande Abisso”.
 
H.P.L.
Lo scrittore del New England, Howard Philipps Lovecraft, nato a Providence il 20 agosto 1890 e morto il 15 marzo 1937, non sarebbe stato forse che uno strumento inconscio di collegamento tra differenti dimensioni, una specie di traduttore di esperienze occulte realmente vissute, tanto che il Necronomicon, sia pur prodotto dalla sua fantasia, avrebbe assunto connotazioni dall’autonomia inquietante, tale da schiudere quei passaggi paralleli che permettono alle esistenze di altri mondi, o alle non esistenze irreali di penetrare nella dimensione dei nostri sogni.
 
Il grimorio virtuale
Ci troveremmo di fronte all’ipotesi della possibilità di materializzazione di una leggenda avvalorata da quanti, a partire dagli anni Ottanta del secolo scorso, avendo cominciato a ricorrere a questo libro, per altro inesistente, come ad un grimorio, ne hanno sperimentato l’efficacia. Le evocazioni in esso contenute verrebbero effettivamente indirizzate verso l’altra dimensione, e soprattutto ciò avverrebbe indipendentemente dal carattere “a-specifico” del testo e dalle intenzioni di chi le ha proposte e procurate.
 
Choronzon
Sarebbe questo forse il caso del demone Choronzon, a cui Cecil Frederick Russell ha dedicato il suo “Club”, descritto a tinte fosche nel racconto “L’Orrore di Dunqich”, che può essere evocato grazie alla “Messa del Caos”.
Definito come “uno dei simboli più complessi dell’occultismo occidentale” è stato associato all’archetipo primitivo del “diavolo del vento che abita nel deserto”.
 
Pazuzu
Mettendo a confronto i miti di Lovercraft ed il pensiero magico di Aleister Crowley, per suffragare l’autenticità di entrambi, Danilo Arona, in “L’ombra del dio alato” (Marco Tropea, Milano, 2003) parla di Choronzon come della fusione dei primi veri archetipi diabolici, l’egizio Set e Pazuzu, quell’entità che compare sulla terra in epoca pre-sumerica, ma che permane come presenza incombente anche tra gli assiro-babilonesi.
 
A.O.S.
In ultima analisi si tratta sempre di quelle che sono state definite come “ombre fuori dal tempo”.
Austin Osman Spare, pittore ed occultista, percepì questa forza e vi alludeva con la definizione di “familiari intrusivi”.
 
Aiwass
Lovecraft non conosceva né il nome né le opere di Spare e neppure quelli di Crowley, asserisce Grant in “The Magical Revival”, “tuttavia alcune delle sue fantasie rispecchiano, sia pure in modo distorto, i temi salienti del Culto di Crowley…”
In  seno agli adepti della Golden Dawn, pure Crowley aveva sentito parlare dei Grandi Antichi e del loro sonno primordiale. Ed anche Crowley aveva, in un certo senso, il suo libro sacro, scritto però da lui stesso in uno stato di semi-trance, dietro ispirazione del suo angelo guardiano Aiwass o Aiwaz, un’entità che ricorda molto l’omerico stupratore di vergini Aiace Oileo.
Kenneth Grant fa risalire il culto dell’akkadico Aiwaz a quel periodo che ispirò l’arcaica tradizione Draconiana dell’antico Egitto.
 
I Nomi Morti
Ma Grant fa particolare riferimento all’utilizzo dei nomi morti (necronomicon vuol dire appunto questo), ovvero dimenticati, stranieri, o “barbari” proprio a causa della loro inintelligibilità per la mente razionale. Anche il culto dei nomi barbari risalirebbe a quelle primordiali fasi evolutive in cui gli ominidi impararono a trasformare l’emissione di suoni ancora inarticolati in una pronuncia di parole, sia pur prive di senso compiuto.
 
Il Pantheon di H.P.L.
Il testo immaginato dal “solitario di Providence” registra le onomastiche di un antidiluviano Pantheon fantastico.
All’origine della tenebra, nucleo del Caos primordiale, a Sud, sta il supremo aspetto negativo del fuoco elementare, Azathoth, al centro dell’Infinito, la cui manifestazione positiva è contraddistinta dal Cor Leonis, ovvero Al Kalb al Asad, veicolo del Caos, Yog Sothoth, porta del vuoto.
“Poiché Yog-Sothoth è la Porta. Egli sa dove gli Antichi vennero in tempi passati e dove Essi ritorneranno quando il ciclo si compirà”.
 
I tredici Globi di Yog-Sothoth
“Sappi che i Globi di Yog-Sothoth sono tredici di numero, ed essi sono le potestà dell’orda dei Parassiti che sono suoi servitori e compiono il suo volere nel mondo”. Gomory, sotto forma di un cammello con una corona d’oro in testa, Zagan (toro), Sytry (principe), Eligor (uomo rosso), Durson (corvo), Vual (nube oscura), Scor (serpente bianco), Algor (mosca), Sefon (uomo dalla faccia verde), Partas (avvoltoio), Gamor l’undicesimo spirito appare come uomo, Umbra (gigante), Anaboth (rospo giallo).
 
 
Nyalathotep
Alla Via Lattea, la via del serpente (Nagavithi) è collegato l’abitatore dell’Aria, Caos strisciante, Nyarlathotep.
“Odo il Caos strisciante che chiama oltre le stelle. Egli è la maschera e la volontà di coloro che erano quando il tempo ancora non era. Le molte facce che nessuno può ricordare”.
A Nord, la Terra, il toro zodiacale, il dio del sabba delle streghe, il gran capro nero, manifestazione terrena del potere dei Grandi Antichi, Shub Niggurath.
A Ovest, il regno dei morti, l’Acqua, il Girtab accadico, colui che trafigge, come lo scorpione emblematico dell’astrologia, il signore degli abitatori del profondo, iniziatore dei sogni; Cthulhu si leva dall’abisso per scagliarsi “con immensa furia contro i Guardiani della Terra”, quando “il giorno dell’uomo passerà”.
A Est la voce dei Grandi Antichi, il vendicatore, il distruttore, l’innominabile, Hastur, che affida il proprio impronunciabile nome al vento, l’Aria, come il Wendigo dei nativi americani, l’acquario dell’astrologia.
“Odi la voce terribile di Hastur, odi il sospiro lamentoso del vortice, il folle precipitarsi del Vento Supremo che Turbina tenebrosamente fra le stelle silenti…”
 
Nodens
Nodens il signore del Grande Abisso è l’unico degli Dei Primigeni ad essere citato per nome ed abita nei pressi di Betelgeuse, nella costellazione di Orione.
Per Arthur Machen (“Great God Pan”) Nodens è il Dio dalla mano argentina.
Nelle Tavole Alfonsine (“Los Libros del Saber de astronomica”) Betelgeuse veniva indicata come la spalla di Al Mankib, il braccio Al-Dhira, oppure Al Ya al Yamna, la mano destra.
Robert Temple in “The Sirius Mystery”, sostiene che la razza umana potrebbe essere stata introdotta sulla terra da parte di una civiltà proveniente da un pianeta del sistema della stella Sirio, nella costellazione del Cane Maggiore, prossimo al cosiddetto “calcagno” di Orione, il mitico gigante, la cui mano destra sarebbe appunto Betelgeuse.
 
Mitologia comparata
Le leggende pellerossa narrano di Canazotz il signore dei pipistrelli. Quelle peruviane dei Guachines, gli scuri, mentre nel “Rig-Veda” v’è il popolo tenebroso di Dasyu e Dasa, i Rakshasa dalla testa di tigre ed i Vaitika con una sola ala ed un solo occhio, in mezzo alla fronte come i Ciclopi, i fabbri giganti, figli dell’arte e della tecnica, come della preveggenza.
 
All’origine del “Liber N”
Alcuni si sono chiesti se realmente non sarebbe forse esistito un tomo proibito, censurato e dimenticato, apparso poi in sogno all’autore dei Miti di Cthulhu, magari a seguito della lettura di un racconto di Lord Dunsany, tratto dal “Libro delle Meraviglie”, quello dove si descrive la “oscurità senza riverberi dall’abisso.” È l’ipotesi di Christopher Frayling che ha ammesso “I libri proibiti di Lovecraft…sono note in calce ai sogni e fanno parte del suo paesaggio onirico. Non vi sono fonti autentiche su cui si sono sviluppate le leggende. E non fanno parte di una prefazione ad un testo. Rappresentano l’erudizione del sonno”.
“Tutti i miei racconti, - scrisse lo stesso Lovecraft – anche se possono non sembrare collegati tra loro, sono basati su una leggenda fondamentale, secondo la quale questo mondo fu abitato, un tempo, da un’altra razza che, avendo praticato la magia nera, perse il suo dominio e fu scacciata, ma vive al di fuori, sempre pronta a riprendere possesso della terra”.
Gli elementi salienti de “I Miti di Cthulhu” sarebbero forse stati trasmessi al suo autore grazie a sogni continui e straordinariamente lucidi, quelli che consentono di registrare contatti astrali.
 
“Dalla cronaca dell’Akasha”
La luce astrale è un fluido eterico, semi-materiale, dotato di plasticità, che circonda la Terra e, conservandone l’impronta di ogni evento, ne rappresenta come un immenso archivio naturale, riconosciuto in Oriente quale Cronaca dell’Akasha. È ad esso che possono attingere coloro i quali ne possiedono le capacità. Gli spiriti elementari, dotati di entità individuale ed in grado di esistenza indefinita nel continuum spazio-temporale, abitano proprio questa sfera universale delle visioni, l’etere elettromagnetico che gli ebrei chiamavano “Od”.
“L’Od degli ebrei, l’etere elettromagnetico, la sfera universale delle visioni…segue la legge delle correnti magnetiche – scrisse Eliphas Levi in “Storia della Magia” – è soggetto a fissazione da parte di una proiezione suprema della forza di volontà, è il primo involucro dell’anima, e lo specchio dell’immaginazione”.
Una manipolazione del fluido eterico darebbe forma ad immagini che possono coagulare in entità artificiali autonome, in grado di offrire degli attracchi e dei punti di intersezione tra piani differenti, schiudendo degli usci verso l’ignoto.
 
La pseudo-bibliografia del “Liber N”
Del testo sacrilego, chiamato Necronomicon, H.P.L. fornì un titolo originale arabo “Al Azif”, una falsa cronologia, una pseudo-bibliografia ed una storia apparentemente dettagliata, anche se poco prima di morire ebbe a confessare:
Abdul Alhazred ed il Necronomicon non sono mai esistiti, perché io stesso ho inventato i nomi. Robert Bloch ha avuto l’idea di Ludvig Prinn e del suo De Vermis Mysteriis, mentre Il Libro di Eibon è stato inventato da Clark Ashton Smith. Il compianto Robert E. Howard è responsabile di Friedrich von Junzt e dei suoi Unaussprechliche Kulten”.
 
Abdul Alhazred
Secondo l’immaginazione lovercraftiana, il Liber N sarebbe stato scritto a Damasco nel 730 d.C., con il titolo “Al Azif” da un “poeta pazzo di Sanaa, nello Yemen, che si dice fiorito durante il periodo dei califfi Ommiadi”, quell’Abdul Alhazred citato nel racconto “The Hound” del 1922. Solo successivamente nel 950 d.C., il testo originale arabo sarebbe stato tradotto in greco da Theodorus Philatelas, come Necronomicon (“Il Libro dei nomi dei Morti”, oppure “Il Libro dei Nomi morti”). Nel 1050 fu messo all’indice e “bruciato dal patriarca Michele” ma venne egualmente tradotto in latino nel 1228 da Olaus Wormius (si legge in “The Festival” del 1923), per essere di nuovo condannato e soppresso da Papa Gregorio IX nel 1232. Intorno al 1440 fu realizzata un’edizione in caratteri gotici, mentre il testo greco venne ristampato in Italia dopo il 1500. Nel Seicento, invece, in Spagna, ricompare un’altra edizione del testo latino.
 
John Dee
Della traduzione inglese fatta dal mago elisabettiano Dr. John Dee (1527-1608), presumibilmente negli ultimi anni della sua vita, si parla in “The Dunwich Horror”. Essendo in parte sommersi dal mare del Suffolk, i cimiteri dell’antica Dunwich, già ai tempi di John Dee, non consentivano ai defunti di riposare nella pace delle tombe. L’antica capitale dell’Anglia orientale, chiamata dai romani Situs Magus, sembra avesse realmente attirato la curiosità dell’erudito elisabettiano per gli strani ritrovamenti archeologici ed in particolare per un misterioso quanto strano sarcofago di pietra.
 
Nostra Signora del Dolore
H.P.L. aveva citato per la prima volta il misterioso grimoire nel 1921, in “The Nameless City”, dove compare assieme al distico che riprende lo stile di John Donne: “That is not dead which can eternal lie / and with strange eons, even Death may die” (“Non è morto ciò che in eterno può attendere / e con il passare di strane ere anche la Morte muore”). Ma nella mente di uno scrittore gotico come Lovercraft potevano riecheggiare poesie di Donne come di Swinburne. “A chi è noto il male che ci aspetta / i segreti tirannici del tempo? / Poiché non possiamo confrontare i morti che ci sfidano / al canto, al bacio ed al delitto…/ poi che chi arde ci svela e sopravvive / e le nostre esistenze ed ambizioni sono spezzate…/ Ah, perdonaci le nostre virtù, perdona noi / Nostra Signora del Dolore”.
In “The Call for Cthulhu” del 1926 è riportato invece l’incomprensibile incantesimo rituale che suona press’a poco: “Nella sua casa in R’lyeh il morto Cthulhu attende sognando”.
In alcuni racconti poi della raccolta de “I Miti di Cthulhu” il libro maledetto viene scovato “nella bottega di un ebreo nella squallida zona di Clare Market” (The Descendant”) o “in un luogo fiocamente illuminato presso il nero fiume oleoso dove vorticano sempre le nebbie (“The Book”)
 
Golden Dawn
In “The Whisperer in Darkness” (1930) H.P.L paragona il contenuto del Necronomicon alla “fantastica tradizione del piccolo popolo in agguato, reso popolare dalla magnifica narrativa dell’orrore di Arthur Machen. Mentre in “The Case of Charles Dexter Ward” (1927-8) il testo proibito viene identificato con “uno splendido volume vistosamente intitolato Qanoon-è-Islam”.
In questo stesso romanzo ricorre al simbolismo di Caput et Cauda Draconis, unitamente ad un rituale di trasmutazione magica analoga ad una formula alchemica impiegata dai membri della “Golden Dawn”. Ed Arthur Machen (1863-1947), infatti, come Algernon Blackwood (1869-1951), fu affiliato a questa organizzazione esoterica.
 
Nekya
Altrove ci viene detto che esso contiene “duplici significati…che gli iniziati possono leggere come preferiscono”, ma la principale suggestione sembrerebbe far credere che in esso siano contenuti gli insegnamenti di una sorta di moderna nekya, ispirata a quella di Virgilio ed alle precedenti omeriche, che istruiscono gli adepti a varcare la soglia della realtà mediante una precisa tecnica rituale in grado di svincolare dalle catene dell’illusione. Non per nulla Lovercraft il primo maggior successo commerciale lo aveva ottenuto descrivendo sulla rivista “Weird Tales” il resoconto, romanzato in “una vivida veste narrativa” di una avventura di Houdini durante una gita alle Piramidi d’Egitto: “Imprisoned with the Pharahos” (maggio 1924).
 
Marco Manilio
Per l’editore August Darleth, l’idea del Necronomicon sarebbe fuoriuscita dalle suggestioni della lettura, da parte dell’autore di “The Shadow out of Time”, del poema latino Astronomica di Marco Manilio, che per aver esposto eloquentemente le conoscenze esoteriche dei romani, avrebbe esercitato un notevole fascino sui negromanti medioevali e sugli studiosi di ermetismo del Rinascimento. Ma le suggestioni letterarie e non, erano destinate a moltiplicarsi a cascata pure successivamente.
 
Al Azif
Il biografo di Lovecraft L. Sprague de Camp ha pubblicato un “Al Azif” rinvenuto in una tomba di Duria, nell’Iraq settentrionale, scritto in codice in un dialetto siriano.
Al Azif viene tradotto come “demonologia”, anche se lo stesso H.P.L. ne spiegava l’etimologia più verosimilmente come onomatopeica, facendo riferimento al ronzio notturno degli insetti, simile al fruscio procurato dall’avvicinarsi dei demoni.
Per altri accademici dissertatori dell’immaginario, la derivazione è accadica, da ricercare più propriamente nella lingua duriaca per l’appunto, parlata nella zona curda dell’Iraq settentrionale.
 
La Dottrina Segreta
Colin Wilson in “The Strength to Dream” accosta l’invenzione del libro maledetto a “La Dottrina Segreta” di Madame H.P. Blavatsky, un enciclopedico commento alle Stanze di Dzyan a sua volta un limitato estratto del Mani Koumbourm, la grande raccolta di scritti sacri e di segreti magici attribuita agli dzugariani, una razza ormai estinta che abitava le regioni montuose del Tibet settentrionale. Secondo questo testo, un tempo la terra sarebbe stata in balia del caos e di mostri giunti da altri universi. Nelle Stanze di Dzyan figurano uomini-capra, uomini-pesce, cinocefali, minotauri, ect. che si accoppiano variamente con animali per generare mostri altrettanto deformi.
 
La Massoneria Egiziana del Conte di Cagliostro
Ma la mitologia dell’autore di “At the Mountains of Madness” si sarebbe basata quindi solo su questa antica tradizione magica orientale, di esplicita fonte tibetana, oppure non sarebbe stata da ricondurre ad un’altra tradizione, occidentale invece, di origine egizia, innestata nelle logge Latomistiche europee, e successivamente d’oltre oceano, dal Conte di Cagliostro con i suoi riti esoterici della Massoneria Egiziana ripresi dalla Grande Loggia di Memphis o dall’Hermetic Order of Egypt, ai quali probabilmente fu ammesso il padre del Nostro, lo psicotico Winfield Lovercraft?
 
La Spada di Mosè
Altre fonti di ispirazioni sarebbero potute essere identificate in quanto variamente riprodotto nel Corpus Hermeticum, nello stesso Picatrix dello pseudo – Magrit (Maslama ibn Ahma al Magrit), ovvero nel Libro dell’essenza dell’anima di Godziher, nell’arabo Kitab-al-Ihud), o nell’aramaico testo de La Spada di Mosè.
La magia dei nomi barbari, segreti e/o morti (Necronomicon) si innesta del resto su di un metodo magico-religioso già documentato come antichissimo persino dalle trascrizioni sulle tavolette di terracotta dei Sumeri. Ne “La Spada di Mosè” abbondano gli incantesimi composti da parole incomprensibili e nomi impronunciabili, come appunto i nomi morti di quelle epoche di razze estinte rievocate da H.P.L.
 
Al Kindi
Ancora, per altri interpreti del pensiero del “solitario di Providence”, il Necronomicon non sarebbe l’opera singola di un solo autore, l’Alhazred pseudonimo di H.P.L. medesimo, bensì una compilazione redatta da materiali di svariata provenienza, dall’Akkadia, come da Babilonia, dalla Persia, da Israele, ect. realizzata probabilmente prima della morte avvenuta all’incirca nel 850 d.C. da Ya’kub ibn Ishak ibn Sabbah, più conosciuto come Al Kindi, al fine di preservare le reliquie di una tradizione magica anteriore all’avvento dell’umanità.
 
Kitab ma’ani al-nafs
La sezione conosciuta come Il Libro dei Nomi Segreti costituiva il IX capitolo (dal titolo “Della Storia degli Antichi” della II parte del Kitab ma’ani al-nafs (Libro dell’Essenza dell’Anima) catalogata presso la biblioteca di Rodolfo II a Praga e forse tradotta da John Dee e cifrata come Liber Logaeth, ovvero ancora riproposta da Giulio Camillo Delminio come Liber Damnatus o Libro Volgare dei Morti e delle Cose credute perdute.
 
Il Ciclo salomonico
Il Kitab-al-Ihud è invece un manoscritto arabo il cui contenuto risalirebbe alla cultura persiana e precisamente alle dottrine zoroastriane di Dariush al-Gabr, detto Il Miscredente, vissuto nel IX secolo della nostra era. Il codice di lettura si basa sulla scrittura pahalavi, impiegata anche per l’aramaico, ma si ventila l’ipotesi che sia invece proprio di pura origine demoniaca. Sarebbe stato lo stesso Asmodeo a donare il grimorio al re Salomone, possessore delle celeberrime “Chiavi” e Clavicole, ispiratrici dei maghi del Rinascimento, molto più di quanto non abbiano potuto fare la raccolta di incantesimi ebraici ed aramaici riconosciuti sotto il titolo di “La Spada di Mosè”, ovvero il VI e VII (“I grandi e piccoli palazzi celesti” e “Il Signore della Legge) libro di Mosè, laddove l’ottavo corrisponderebbe al Papiro di Leida.
Kitab-al-Ihud, la Spada di Mosè, la Clavicola Salomonis, la Magia sacra di Abramelin il Mago, ect. apparterrebbero tutti ad un unico ciclo identificabile con quello delle opere magiche salomoniche.
 
Chiamate di Chanock
Edward Kelly, il sodale del Dr. Dee, nel 1583, avrebbe trascritto sotto dettatura medianica un Liber Mysteriorium sextus et sanctus Parallelus Novalisques, nel quale sarebbe stato espresso “Il mistero della nostra creazione, l’epoca di molti anni e la conclusione del mondo”, sotto forma di Chiamate di Chanock o Chiavi Enochiane. Grazie alle quali, l’anno successivo, Edward Kelly avrebbe invece ricevuto, sempre con modalità spiritica, 49 misteriosissimi incantesimi magici.
Il Liber Logaeth, alias Il Libro della Parola di Dio, o ancora, ma non del tutto correttamente, anche Libro di Enoch, sarebbe un vecchissimo manoscritto conservato al British Museum di Londra, che consiste di 65 fogli contenenti 101 “quadrati” magici, 96 dei quali di 49 caselle di lato, e 5 tavole invece “rettangolari” di 36x72 caselle, all’interno dei quali stanno lettere latine e numeri arabi.
Il vero e proprio Libro di Enoch è riconducibile invece ad un capitolo vetero-testamentario apocrifo in cui si narra di come gli Angeli di Dio avrebbero intrattenuto relazioni carnali con le figlie degli Uomini, svelando loro la parte più tenebrosa dell’Albero della Vita e così anche i principi dell’occultismo.
La manifestazione delle entità malefiche ultraterrene sarebbe dunque già classicamente avvenuta in seguito al connubio fra creature umane ed esseri soprannaturali. In fondo sarebbe proprio questo il procedimento perseguito e praticato dai satanismi, o dagli adepti della mano sinistra. Ed i mostri evocati hanno stretta attinenza con le immagini dei mitici Guardiani della Soglia di gnostica e cabalistica memoria.
Nell’apocrifo del vecchio testamento, conosciuto come Libro di Enoch, non viene però chiarito se gli angeli avrebbero avuto rapporti con le figlie degli uomini semplicemente perché attirati dalla loro bellezza o non sarebbero invece stati indotti al mercimonio dai rituali di magia sessuale intrapresi da quelle primitive streghe, figlie di Lilith, le quali grazie al meretricio li avrebbero costretti a trasmettere loro i segreti fondamentali della magia celeste.
Gli spiriti evocati da Dee fornirono, per bocca di Kelly, una serie di 19 chiavi proprio di quegli angeli del citato libro di Enoch, in quella che sembra una vera e propria lingua, detta appunto enochiana, con una sua grammatica ed una sua sintassi.
 
“Considerazioni sulle Realtà Inesistenti”
Allora, iniziato come un gioco tra letterati, il Necronomicon sarebbe sfuggito di mano al suo stesso autore per venire alimentato dalle menti eccitate di appassionati lettori, pronti a subirne ed a propagare una sottile ma dirompente influenza.
“Forse un’opera per anni solo immaginata – scrive Danilo Arona in “L’Ombra del Dio Alato” – può ad un certo punto prendere vita, indipendentemente dal fatto che la sua sia stata una operazione di pura fantasia”.
Si dice che al  I Congresso Internazionale di Paraletteratura organizzato dall’Università di Bombay nel 1975, il prof. Chandra Singh fece delle interessanti “Considerazioni sulea Realtà Inesistenti”. Secondo la sua sconcertante teoria, ogni cosa in cui si crede ala fine diviene reale e più sono coloro che vi credono più questa realtà, per quanto astrusa possa essere, si concretizza. E ciò varrebbe per la mitologia come per la religione o per gli extraterrestri. E ciò non corrisponde pari pari all’ipotesi della potenza della “vera volontà dei forti” di Aleister Crowley?
 
“Vedere il falso nel vero e il vero nel falso”
In letteratura l’esempio più lampante è rappresentato dai cosiddetti pseudobiblia che tutti citano senza conoscere. La credenza materializza l’opera, che poco per volta dà segni di vita autonoma.
Il Libro di Toth, le Stanze di Dzyan, The King in Yellow e il Necronomicon, ancor prima di essere materia di studio per una parafilologia fantastica ed argomento critico della pseudo-letteratura comparata, si offrono a quei lettori che, come disse Krishnamurti, “sanno vedere il falso nel vero e il vero nel falso”.
 
Fraternitas Umbrae
Gli ambienti magici ispirati dalla dottrina thelemica di Aleister Crowley, come alcune frange dell’OTO, la Church of Satan di Anton S. LaVey, l’Esoteric Order of Dagon, l’Order of Trapezoid, il Tempio di Set di Michael Equino, la Bate Cabal, la Starry Wisdom, il QBHL di Charles Stansfel Jones, il Choronzon Club di Frederick Russell, il Necronomicon Research Group, il Lovercraftian Coven, la Coulevre Noire di Michael Bertiaux, l’Ordine della Pietra Cubica di Robert Turner, e la meno nota Fraternitas Umbrae, si sono rivolti al Necronomicon come ad un grimorio magico autenticamente in grado di dettare rituali per entrare in contatto con “la parte bassa della quarta dimensione” dove si incontrerebbero gli “spiriti di altri mondi”.
Sul primo numero della prima serie di “Sixtrum”, il bollettino dell’OTO-Italiae del compianto Nevio Viola, apparve un annuncio dichiaratamente esplicito in questo senso: “Sotto l’auspicio dei Grandi Antichi e nel rispetto di ogni regola iniziatica e di ogni trasmissione apostolica, è stata risvegliata dal Supremo Sinodo dei Quattro e dalle Sante Anime che compongono il Kleros, l’Ekklesia Gnostica Antitacta (Barbelialita) o Fraternitas Umbrae, detta anche Il Contrappeso, il cui principale lavoro è la messa in opera delle realtà contenute nel Liber N (Necronomicon)…”
 
Merkabah
Gli gnostici credevano che il mondo fosse una creazione diabolica, tale da ridurre l’intero universo ad un’immensa prigione. Lo scopo dell’uomo sarebbe quello di rifiutare la materia e cercare di ritornare al vero Dio.
In base alle credenze cabalistiche, quando Adamo decadde dall’unione con Dio precipitò in una condizione di amnesia dalla quale può uscire soltanto risalendo i nove regni che lo sovrastano.
Nella mistica ebraica del Merkabah (trono) ci si sforza di attraversare una serie di “palazzi celesti”, combattendo i vari guardiani della soglia con sigilli e nomi sacri, segreti (dimenticati, morti) per raggiungere infine il ‘carro’ divino.
 
Il plenilunio della Coscienza
Pierre Janet ha osservato che quando si è in preda all’angoscia o alla depressione il campo della coscienza si restringe quasi come per risparmiare energia. Ma la personalità più ampia persiste ancora.
La personalità totale sarebbe come il disco del plenilunio, in quel caso la completezza la avvicina al divino. A restringere ed a chiudere questo spazio, Wilhelm Reich pone una corazza caratteriale che si sviluppa quale forma di difesa. Jung ha parlato invece di coscienza che trascende l’individuale (inconscio collettivo).
Le tecniche esoteriche perseguono l’evocazione dell’io più ampio, ambiscono alla completezza della luna piena. “La rivelazione viene dall’io, ma dall’io che conserva i ricordi di lunghe epoche…il genio è una crisi che per qualche momento congiunge quell’io sepolto alla nostra banale mente quotidiana”. Queste interessanti considerazioni vengono fatte dal poeta Yeats, autorevole esponente della “Golden Dawn”, dove si insegnava ad evocare “l’Io che conserva i ricordi di lunghe epoche” per mezzo di appositi simboli, archetipi dell’inconscio collettivo.
 
Il Culto del Pavone
Il romanziere D.H. Lawrence, come il libertino Edward Sellon, adepto al “Culto del Pavone”, ed altri iniziati alle pratiche tantriche della mano sinistra, avrebbero individuato nell’estasi sessuale la possibilità di evocare questo potenziale più vasto in seno alla personalità individuale. In momenti di grande intensità, come durante l’orgasmo, subentra un io più vero e reale del normale. Ciò che scorgiamo in tali frangenti di grande intensità e quindi di maggiore verità, sembra essere un enorme potenziale altrimenti non attingibile dalla coscienza quotidiana. Cosicché il fine ultimo dell’evoluzione personale perseguita dall’esoterismo consiste nel procurare questo ampliamento della coscienza. Le discipline che riescono ad ottenere questo scopo sono le più varie, ed in esse possono rientrare altrettanto bene sia i rituali magici, che le metodiche creative e le tecniche di immaginazione ad uso dei romanzieri, degli scrittori e dei poeti.
 
La caduta dell’Eden
L’evidenza de “I miti di Cthulhu” e dei Grandi Antichi indica che, facendo questi vibrare una corda più profonda di quella toccata da altre produzioni letterarie, sembrano emergere da ricordi di epoche talmente remote da potersi contattare solamente per mezzo dei simboli.
Anche se l’entrata nella Grotta, nel Mare sotterraneo, nella “Schiuma immonda”, sembrano più una versione della caduta dell’Eden di miltoniana memoria, o ancor meglio dell’espulsione dal paradiso terrestre uterino nell’abisso terreno, quelle di Lovercraft sarebbero da considerare delle vere e proprie esperienze occulte “mimetizzate da narrativa”, che solo se inserite nel contesto della tradizione misterica rivelano “la fonte delle sue visioni”, nonché “l’intrusione di forze completamente in armonia con gli archetipi”.
La particolarità del “solitario di Providence” è determinata dalla concezione di altre dimensioni al di là del nostro spazio-tempo e da quegli strani esseri mostruosi che stanno a guardia delle soglie tra il mondo di qua e quelli di là dalla nostra conoscenza ordinaria. Alla stregua di Sax Rohmer, altro membro della Golden Dawn, pare che Lovecraft abbia fatto di tutto per evitare un effettivo confronto con entità non umne facilmente riconoscibili come inviate di Choronzon-Shurgal (Cthulhu). Una comprensibile esitazione, sostiene Grant, lo bloccò giusto sull’orlo dell’Abisso, quello che sta tra il settimo e l’ottavo piano dell’esistenza.
“Eppure la ripugnanza insuperabile ispirata da tali contatti nascondeva un potenziale magico, compresso, ed esplosivo…”
Per Kenneth Grant, Lovercraft usava inconsapevolmente la narrativa per proiettare fuori di sé percezioni di realtà che probabilmente ai suoi tempi e nel suo contesto culturale sarebbero potuti essere considerati troppo incredibili e destabilizzanti per venire presentati con qualunque altro mezzo.
 
Riferimenti bibliografici
 
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