Le radici ebraiche dello Gnosticismo Ecclesia Gnostica Antitacta (barbelialita) Gnosi del Contrappeso

In memoria dei Santi peccatori
 
Nonostante siano sensibilmente in declino le esperienze personali del sacro e la rappresentazione del soprannaturale, sono in molti ad essere abitati da un dio che impedisce loro di vedere la reale natura delle cose.
 
“Fatto  selezionato”
 
Ciò che causa un mutamento, che potrebbe rivelarsi catastrofico per un individuo od un gruppo, Wilfred Bion lo definisce “fatto  selezionato”, poiché non riesce ad integrarsi nel contesto delle credenze di base, in tutto quel sistema cioè di “ipotesi definenti”, tesi definite e per ciò stesso considerate “definitive”. L’integrazione del “fatto selezionato” sarebbe a tal punto dirompente da provocare addirittura la  frantumazione del contenitore medesimo degli assunti presenti in atto.
Il “fatto selezionato” è in grado di spogliare di tutti i pregiudizi di base, di far dubitare di tutte le credenze “definitive”, di svegliare le coscienze per renderle disponibili alla trascendenza. L’innesco del “fatto selezionato”, dopo aver spezzato il rivestimento dei sensi comuni, potrebbe, già di per sé, costituire una raffinata tecnica atta a sviluppare le facoltà di percezione spirituale. Una tecnica alla quale ricorrono i grandi maestri del pensiero, nel tentativo di adagiare le loro argomentazioni su piani diversi di sviluppo.
 
Diversi livelli di cristianesimo
 
Anche l’originale insegnamento di Gesù era molto verosimilmente adeguato a vari livelli di interpretazione, a seconda della preparazione psicospirituale dell’uditorio. Coloro che avevano orecchie per intendere giungevano ad una comprensione di gran lunga maggiore ed ad un differente approfondimento dell’introspezione. E ciò ha dato adito a difformità interpretative di uno stesso identico tema.
Le etichettature enfatizzano prese di posizione, schieramenti, assunti mitici, credenze di base, pregiudizi, insomma, ogni “ipotesi definente”, ogni concezione definitiva, e per ciò stesso suscettibile di una definizione ultimativa. Ed invece, proprio per quanto riguarda il cristianesimo primitivo, occorre distinguere quello paolino, perché proveniente da Paolo, da quello giovanneo, in quanto derivato da Giovanni, e così di seguito da quello valentiniano, concepito da Valentino, ecc.. Bart D. Ehrman, ad esempio, definisce “proto-ortodossia” la verve con cui Ireneo si scagliava “contro la falsa gnosi”, intorno all’anno 180 d. C..
Per molti di questi contenitori di miti, che ne sostenevano l’attualità fideistica, la semplice probabilità che le influenze gnostiche risalgano alla preistoria del cristianesimo, quando ancora non era distinguibile neppure come religione a sé stante, quando non si era ancora del tutto dissociato dal giudaismo normativo, costituisce il “fatto selezionato” di cui parla Bion.
 
Divino pattume
 
“Per tutta la vita ho indagato i segreti della psiche, - ebbe a dichiarare C. G. Jung - e gli gnostici li conoscevano già”.
Le teorie di C. G. Jung hanno aperto le menti ai simboli universali del significato e della crescita interiore, ed hanno rivelato il ruolo positivo dell’interpretazione dei sogni, grazie alla facoltà di autoregolamentazione della psiche. Sono i componenti archetipi dell’inconscio a forgiarci. Ma questi archetipi alla radice della coscienza sono il risultato di un imprinting?
La risposta a questo quesito, in un certo qual modo, l’avrebbe fornita Philip K. Dick, nell’asserire che: “I simboli del divino si mostrano nel nostro mondo inizialmente allo stato di spazzatura”.
 
La successione apostolica
 
Gli gnostici sostenevano che anche se una tradizione proveniva direttamente da uno degli apostoli, ciò non voleva dire necessariamente che rappresentava qualcosa di più di un semplice inizio, cioè a dire una prima fase di crescita spirituale appena abbozzata, l’espressione di una fede sufficiente solo per coloro i quali non potevano che essere considerati dei principianti.
Per gli gnostici la trasformazione dell’essere non soltanto era possibile, ma poteva essere sperimentata già in questa vita, senza procrastinarla in un’altra.
L’aspirante ad una conoscenza superiore andava pertanto separato dalla gente comune, per la quale può essere sufficiente la fede, anche perché gli stessi ordinari rapporti interpersonali ed i doveri sociali avrebbero avuto delle ricadute deleterie sulla consapevolezza spirituale che va invece vissuta individualmente. In tal senso la rivelazione gnostica assume un carattere di significativa segretezza ed estrema intimità.
I testi gnostici rispondevano indubbiamente ad un livello più alto di apprendimento, un livello tale da prestare il fianco alle ambiguità e controversie più turbolente del primo cristianesimo, relative a questioni quali la posizione sociale dell’uomo e della donna, la guida “politica” della comunità, la libertà di pensiero e di culto, ecc.
Per gli gnostici la vita spirituale non era un impegno che richiedeva atti estremi di abnegazione fisica, pertanto nessuno di loro si sarebbe votato facilmente al martirio.
“Non rivelerò i tuoi misteri ai tuoi nemici, - recita una preghiera ortodossa - né come Giuda ti tradirò con un bacio, ma come il ladrone sulla croce ti professerò”.
 
Il dualismo gnostico: carne/spirito, fede/conoscenza, umanità/divinità
 
Se nel piano divino rientri o meno una componente relativa all’evoluzione a lungo termine della coscienza dell’intera umanità, questo è uno dei motivi di assoluta discordia tra gnosticismo e cristianesimo paolino. Se è la conoscenza, e non la fede, a recare salvezza, allora, le false credenze, quelle “definitive”, impediscono ogni possibile sviluppo interiore, anche senza una passiva accettazione del dualismo gnostico tra carne e spirito.
L’umanità non mostrerebbe quindi la vera natura dell’uomo. E forse solo il seme della dissoluzione della mente offrirebbe una qualche opportunità ad una futura generazione che della mente sia in grado di travalicare i confini.
L’essere spirituale trascende il tempo, opera su di un piano non regolato dalle date. Per trovarlo occorre sollevarsi ad un appropriato stato di coscienza. La capacità mentale di accoglierlo ne avrebbe determinato in proporzione l’ampiezza della apparizione.
 
Cainiti
 
Leggere le Sacre Scritture in negativo divenne l’esercizio liturgico degli gnostici cainiti, per i quali ciò che appare oscuro ed equivoco viene, al contrario, posto in maggior risalto. Furono questi gnostici che maggiormente subirono gli strali dell’ortodossia. Ed i loro “Vangeli” furono, di conseguenza, i più osteggiati, messi, per così dire, all’indice senza appello.
Si trattava di un gruppo che reputava Gesù un amico delle adultere, anche di quelle meritevoli di essere giustiziate; nel suo infinito amore, i peccatori sarebbero stati accolti per primi in Paradiso. Gesù era stato condannato, in fondo, perché accusato di adorare l’avversario del dio degli ebrei; per gli uni il dio della legge era il dio geloso, per gli altri quello che sarebbe potuto essere individuato, senza rischio di smentita, in Satana. Di Gesù, in ogni caso, si diceva che onorasse il potere diabolico e che se ne servisse per i suoi scopi.
 
Naasseni
 
Il disprezzo del mondo rendeva così gli abietti, i reietti, la feccia, la spazzatura, gli assoluti protagonisti. Nell’esaminare con questa logica impeccabile il testo biblico, soprattutto nei suoi passi meno intelligibili, il serpente della Genesi non poteva affatto ricoprire il ruolo del tentatore, bensì quello del mistagogo e del mèntore che aveva contribuito a dischiudere le coscienze rattrappite della coppia dei progenitori, i quali, dopo aver assaggiato il frutto proibito dell’albero della conoscenza, si resero conto di essere ignudi, prendendo dunque atto di chi effettivamente fossero.
Il serpente, il più antico simbolo di saggezza e di salute, di rinascita e di potenza divina, subisce le ire del dio della legge, signore dell’Eden, che ne è geloso e lo condanna a strisciare nella polvere sul ventre, nonostante il suo veleno divenga ad un determinato dosaggio un farmaco terapeutico, in grado di donare le chiavi del regno, la luce del mondo, la conoscenza del bene e del male. Come il serpente, Gesù guarisce le anime. Gli gnostici che più apertamente si rivolgevano a questo archetipo presero il nome di naasseni, o ofiti.
 
Il vangelo dei cainiti
 
Il dio geloso, padrone del giardino dell’Eden è il dio della legge giudaica, dalla quale San Paolo aveva detto che i cristiani erano stati resi liberi. Tutti coloro i quali avevano subito la sua repressione, avevano sofferto, o erano stati discriminati, di certo, ingiustamente. A partire dunque da Caino.
Il dio della legge guardava con favore le offerte cruente di Abele. Caino interrompe invece i sacrifici di sangue. Alla stessa stregua di come Gesù non osserva i sacrifici del Tempio. Come i progenitori, Caino viene scacciato con un marchio di trasgressione che lo renda riconoscibile, quale primo emarginato, errabondo, ricercatore di verità e di giustizia.
Nel trentatreesimo capitolo della sua opera Ireneo si scaglia contro i cainiti ed i naasseni, che rivalutavano la figura di Caino, come quella del serpente, perché pensavano la stessa cosa di Giuda, quale personaggio davvero esoterico, portatore di un’enorme ambivalenza morale, e, su questo eccelso protagonista del “mistero del tradimento”, avevano elaborato un Vangelo apposito.
 
Otto giorni
 
Si trattava di una “rivelazione”, fatta dallo stesso Gesù, nel corso della settimana che precede la Pasqua, o meglio durante gli otto giorni antecedenti detta celebrazione. Il riferimento è abbastanza esplicito al valore simbolico del sette, relativo alle influenze planetarie, dell’otto, che riguarda la sfera delle stelle fisse, ed, aggiungendo il giorno della festività, del nove, consono alla dimensione della vera luce.
Gnosi, infatti, non è semplicemente sensazione di sapere, ma è illuminazione mistica. Cosicché “otto giorni” rappresenta un “tempo fuori dal tempo”. La gnosi, la comunione con il divino, deforma la percezione del tempo accostandoci alla sensazione dell’eternità. Viaggiare oltre il sette, equivale ad andare oltre la materia; l’otto rappresenta il livello spirituale, quello eterno, da dove però si può alzare lo sguardo verso l’alto per contemplare il divino, oppure analizzare la realtà dell’universo più in basso.
Lo stesso “ministero della guarigione” viene emblematicamente spiegato  nel Vangelo di Giovanni, dal numero dei miracoli; ed essi sono sette, perché appartengono al grado delle influenze planetarie.
In quanto essere spirituale, invece, Gesù operava trascendendo il tempo. Gli gnostici pertanto lo cercavano in quella dimensione, tentando di sollevarsi alla sua altezza per divenirne gli “eletti”.
 
L’anatema di Attanasio
 
Il Vangelo di Giuda consiste in uno scritto, su fogli di papiro rilegati in codice, elaborato in saidico, un dialetto della lingua copta, l’egiziano cioè trascritto con le lettere dell’alfabeto greco. Il testo risalirebbe all’inizio del IV secolo, posteriormente cioè all’istituzione, avvenuta nel 307 o 308 d. C., di quel “Pagus 6”, citato nel “trattato matematico” che faceva parte della stessa raccolta di codici.
Tutti gli scritti gnostici vennero condannati dal vescovo di Alessandria, Attanasio, nel 367 d. C.. Se ne può dedurre che nella prima metà del IV secolo erano piuttosto numerosi i proseliti di un aborrito gnosticismo, inteso dai professi quale strumento di rivoluzione culturale nei confronti dell’autorità costituita, appunto vescovi, sacerdoti e diaconi della chiesa ufficiale.
Ad esercitare il fascino maggiore sarebbe stata una certa ambiguità morale suggerita da una misterica visione sovversiva e privilegiata. La condanna di Attanasio era stata sollevata forse proprio perché gli gnostici dicevano “cose che non si potevano dire”, perché violavano i segreti più grandi, o perché, comunque, il loro comportamento si dimostrava del tutto autonomo da qualsivoglia insegnamento codificato. E questo sì che costituiva una vera minaccia per le autorità ecclesiastiche. Il segreto più grande, infatti, per gli gnostici, era che la conoscenza non dipende da altri che la possano impartire, così come la grazia non proviene automaticamente dalla fede.
 
Io so chi sei
 
Gesù si mostra secondo le capacità spirituali di chi lo cerca. L’ampiezza della sua apparizione è proporzionata alla capacità mentale di chi lo accoglie.
“Spesso non appariva ai suoi discepoli come se stesso, ma si trovava tra loro come un bambino” ricorda le parole di Isaia: “un piccolo bimbo li guiderà”.
Lo gnostico Valentino aveva la visione del Logos sotto le sembianze di un bambino. Un’immagine di potenzialità che si associa all’idea di innocenza, speranza, verità.
Luca (9, 48) sottolinea questo aspetto, quando afferma: “Chi accoglie questo fanciullo nel mio nome accoglie me; e chi accoglie me, accoglie Colui che mi ha mandato. Poiché colui che è il più piccolo tra voi, questi è il più grande”.
Nell’Apocalissi di Paolo, proprio ad un bambino l’apostolo dei gentili chiede di indicargli la strada per sentirsi rispondere: “Io so chi sei”.
 
Un’anticipazione dell’Apocatastasi
 
Il mondo inferiore ha una fine prestabilita, di modo ché il Vangelo di Giuda potrebbe essere letto come un’anticipazione dell’apocatastasi ed inserirsi così nella tradizione apocalittica iniziata a partire dalle profezie del VI secolo a. C., per raggiungere il culmine della produzione dopo la metà del II secolo a. C.
Una Apocalissi è una rivelazione di segreti con riferimento particolare alle intenzioni di Dio circa il futuro. All’epoca di Gesù erano il Libro di Enoch ed il Libro di Daniele i testi più conosciuti di questo genere letterario, contenenti cioè impliciti elementi di tipo apocalittico.
Gli gnostici cainiti presumevano che i dodici sarebbero stati scelti a metà strada tra la trasgressione e la “retta via”, allo scopo cioè di redimere i peccatori e praticare la giustizia.
Nel sogno dei discepoli del Vangelo di Giuda c’è una “grande casa” (un tempio) con un altare sul quale i sacerdoti sacrificano figli e mogli “in lode ed umiltà l’un dell’altro”, anche mediante pratiche sessuali innominabili. Gesù interpreta questo sogno, spiegando che “hanno piantato alberi senza frutto, in mio nome, in modo vergognoso”. Il riferimento sembra diretto, più che all’ebraismo, proprio alla chiesa cristiana di allora, accusata di venerare il nome di un “morto”. Gesù, in questo frangente, si comporta come Daniele che era stato educato da sapienti caldei, i quali gli insegnarono ad interpretare sogni e visioni.
 
L’ironia di Gesù
 
Allorquando i discepoli offrono una preghiera di ringraziamento sopra il pane quotidiano, o sull’offa, Gesù commenta questa azione ridendo, in quanto li scopre incastrati in un’illusione, l’illusione di glorificare “il loro Dio”, senza che la libera volontà venga indirizzata alla divinità giusta.
Ma la risata sghignazzante è rivolta soprattutto al Signore di questo mondo.
 
Signore perdona loro perché non sanno quello che fanno
 
Nel Secondo Discorso del Grande Seth, la descrizione della crocifissione appare fin troppo distaccata: “Perché la mia morte che essi pensano sia accaduta, è accaduta a loro nel loro essere e nella loro cecità poiché essi inchiodarono il loro uomo alla loro morte… Fui colpito con la canna; fu un altro, Simone, a portare la croce sulle spalle. Fu un altro su cui posero la corona di spine. Mentre dall’alto io ridevo di tutta la ricchezza degli arconti e del frutto del loro errore, della loro gloria vana. E ridevo della loro ignoranza”.
“Signore perdona loro perché non sanno quello che fanno”.
Nell’Apocalissi di Pietro, Gesù “ride della loro cecità intellettuale. Egli sa che sono nati ciechi”.
Gesù vive per aprirci gli occhi, sia pure con strategie, che tra gli gnostici, si rivelano decisamente d’urto.
Del resto gli gnostici si ricollegano ad una linea genetica alternativa.
Nessuna “generazione delle genti che si trovano tra voi mi conoscerà”.
 
“Quello che avete dentro di voi vi salverà, se lo trarrete fuori da voi”
 
L’analisi di Gesù evidenzia che la rabbia suscitata in loro è provocata dal “dio vostro che è dentro di voi”. “Quello che avete dentro di voi vi salverà, se lo trarrete fuori da voi”. Occorre, insomma, divenire consapevoli della propria vera identità nascosta.
Chi si sente abbastanza forte tragga fuori “l’uomo perfetto e stia eretto dinanzi al mio volto”. Ma, mentre i loro spiriti non osavano stare di fronte al suo volto, Giuda lo fa, pur senza riuscire a guardarlo negli occhi: “So chi sei tu e donde sei giunto. Tu vieni dal reame immortale di Barbelo. Ed io non sono degno di pronunciare il nome di colui che ti ha inviato”.
 
Ma tu li supererai tutti, perché sacrificherai l’uomo che mi riveste”.
 
Nel Vangelo di Giuda, Gesù vuole, perché sa, che qualcuno lo liberi definitivamente dai vincoli terreni e sceglie le modalità di questa altrimenti incomprensibile azione, prospettandola nei dettagli ad un discepolo prescelto che invita a sacrificare “l’uomo che lo riveste”.
”L’uomo che lo riveste” è il corpo, la carne che ha reso visibile il Verbo agli occhi dei mortali. L’essere spirituale sfuggirà allo stolto Saklas, principe di questo mondo, che riuscirà ad afferrare il solo vestito di Gesù, restando con in mano quanto v’è di transeunte ed effimero nell’uomo.
Questa allegoria è già presente nel Vangelo di Marco (14, 51). Un giovane scappa dal giardino di Getsemani, senza che lo si riesca a fermare, abbandonandosi dietro un semplice, misero lenzuolo. Gli gnostici interpretarono il lenzuolo come le vesti, di cui, in Giovanni, i soldati ”fecero quattro parti, una per ciascun soldato”. Ma già la “tunica era senza cuciture, tessuta tutta d’un pezzo da cima a fondo”, e, come il corpo, questa tunica è il velo dello spirito, che viene lasciato nelle mani di chi resta nel mondo del quaternario.
 
L’errore delle stelle
 
Tra gli insegnamenti di Gesù a Giuda v’è quello relativo all’”errore delle stelle”, che ricalca l’antico mito apocalittico della ribellione degli angeli. Stelle, rimaste intrappolate nella materia, sono gli angeli caduti al servizio del capo arconte.
Nel Libro di Enoch, le stelle giuste “non si tradiscono tra di loro”, rispettano le traiettorie preordinate, in armonia con la volontà del padre delle luci, signore degli spiriti. Il disordine generato dalle stelle ribelli è sostenuto dall’ignoranza del capo arconte.
Gesù ride degli “errori delle stelle, perché queste sei stelle vagano di sopra con questi cinque combattenti e tutti saranno distrutti con le loro creature”. “Vaganti” sarebbero i pianeti Venere, Mercurio, Giove, Saturno, e Marte.
 
Ascensione interiore
 
La cosmogonia gnostica prevede una gerarchia angelica dinanzi alla quale si sarebbe dovuto passare nel momento del ritorno alla pienezza del divino (Pleroma). Per effettuare tale ascensione interiore, l’anima deve conoscere le formule che possano impedire agli arconti di essere d’ostacolo.
Dietro il velo della materia, vasti domini spirituali (eoni) sono in rivolta contro l’origine medesima della loro esistenza, pur fornendo l’illusione di massima permanenza ed assolutezza.
 
Viaggio di Giuda
 
Il viaggio di Giuda inizia con l’apparizione di una “nube lucente, dalla quale emerge “l’illuminato divino autogenerato”. Un grande angelo guida ne produce altri quattro da un’altra nube. “Ed egli creò il primo luminario per regnare su di esso”. Si susseguono la creazione di un eone illuminato, di un secondo “luminario per regnare su di esso” insieme a miriadi di angeli.
“Adamas era nella prima nube lucente che nessun angelo ha mai veduto tra quelli chiamati dio”.
Il volere dello spirito fa apparire settantadue luminari nella generazione incorruttibile ed affinché il loro numero fosse di cinque per ognuno, appaiono altri trecentosessanta esseri di luce.
Un angelo nominato con l’antico appellativo semitico di dio, El, fa sì che dodici angeli governino sul caos.
Dio ordinò all’arcangelo Michele di insufflare l’alito di vita in prestito, ma “il Grande ordinò a Gabriele di concedere spiriti alla gran generazione senza arconte sopra di essa, ossia spirito e anima”.
 
Seth “che è detto Cristo”
 
Seth, “che è detto Cristo” è il primo di cinque angeli, insieme con Harmathot, Galila, Yobel, e Adonaios.
Seth è pure il nome del terzo figlio della coppia dei nostri progenitori, dopo la morte di Abele per mano di Caino, il che equivarrebbe ad un nuovo inizio, un altro seme. “Allogenes”, altra razza, straniero, è infatti il titolo di un altro scritto gnostico raccolto insieme con il Vangelo di Giuda.
Nel VI capitolo della Genesi, i figli di Seth, “figlio di Adamo, figlio di Dio”, si uniscono alle “figlie dell’uomo” da cui ebbero origine giganti ed eroi. Sembra che risalga a questo periodo l’invocazione nominativa alla divinità  (Genesi 4, 26) e la degenerazione che avrebbe condotto al diluvio universale.
Gli gnostici sethiani erano convinti che il seme di Seth racchiudesse la perfezione dell’umanità preservata dalla degenerazione; la linea di discendenza, però, non andava intesa in senso genetico, bensì come allegoria spirituale, significando “seme dell’anima”. L’ispirazione poteva alludere a quest’immagine, cosicché Gesù poteva venire considerato un’incarnazione del Grande Seth.
Seth era l’identità segreta dell’uomo perduta nella materia, l’idea divina, relativa al dio supremo, divenuta frutto dell’umanità. In qualche modo Seth si riallacciava pure all’Hermes Trismegistus della tradizione della sapienza eterna.
Come Paolo, negli Atti, per la sua grande capacità di comunicare, viene paragonato a Mercurio-Ermes, così Gesù, nel Secondo Trattato del Grande Seth, è associato al Grande Seth.
 
Antitypon tra Fede e storia
 
Gesù aveva improntato le proprie vicende esistenziali seguendo un disegno preordinato, e quel piano era predisposto dalle profezie antecedenti.
La chiesa invece sostiene che il cristianesimo sia una “religione storica”, costruita cioè su fatti realmente accaduti.
Paolo sottolineava l’importanza della resurrezione corporale, per cui se non è avvenuta nella cronaca di quei fatidici giorni, non solo Cristo è morto invano, ma ha lasciato il vuoto; il vuoto non più dentro il sepolcro, bensì in un cenotafio e con esso anche nella fede di tutti i credenti. Cosicché la fede dipenderebbe strettamente dalla storia.
Gli stessi vangeli canonici assolvono proprio questa funzione; sono stati scritti affinché si creda “che Gesù è il Cristo, il figlio di Dio, e perché, credendo, - recita il Vangelo di Giovanni - abbiate la vita nel suo Nome”.
Orbene, già il pagano Celso criticava aspramente gli scritti evangelici proprio per le loro illogicità fideistiche e discrepanze storiche. In realtà, si trattava, per lui, di un “uomo” venerato in vita come un “dio” e poi condannato per crimini contro lo stato, non certo di un dio-re che non era stato riconosciuto dalle sue creature e dai suoi sudditi, i quali proprio per questo sarebbero stati oppressi e dispersi.
La salvezza eterna impone la supremazia del Cristo della fede sul Gesù della storia.
 
Re dei giudei
 
Per il partito politico dei ceti più bassi Gesù poteva rappresentare l’atteso messia, principe ereditario della stirpe di Davide che avrebbe dovuto liberare la popolazione resa schiava dal giogo imperialista. Per alcuni altri, ad interessare di più era una chiave di lettura circa il potenziale umano in relazione ad una futura, “grande e santa generazione”.
Se sapeva quanto gli sarebbe capitato, Gesù aveva anche, in un certo qual modo, indotto quegli avvenimenti, divenendo “il” principale artefice o, quanto meno, “un” complice di quella che sarebbe stata di lì a poco la propria rovina.
Secondo i resoconti dei Vangeli, dopo la flagellazione, i soldati romani rivestirono il corpo martoriato di Gesù con il manto purpureo dei monarchi, e lo schernirono per la sconfitta e le umiliazioni subite in qualità di re dei giudei.
Gesù invece aveva deciso, secondo il Vangelo di Giuda di scuotersi di dosso non solo le vesti principesche, ma perfino quel che di umano ancora lo ricopriva. Se il Verbo si era fatto carne, era ormai giunto il momento che la carne sparisse di scena per lasciare il suo posto da protagonista al Verbo, e tornare definitivamente al Dio padre.
Egli stesso non concepiva la possibilità di essere interamente Dio ed interamente umano. Questo è un “mistero” contraddittorio, neanche da lui formulato. Eppure fu questa la tesi che prevalse a Calcedonia nel 451, e, per la sua intrinseca razionale incomprensibilità, assurse subito al rango di dogma.
Per gli gnostici, invece, l’umanità di Cristo restava un archetipo spirituale, semmai un’apparenza fisica, una copertura illusoria, non certo un prevedibile fenomeno psicobiologico.
 
 
Quelle
 
Nel confrontare il contenuto dei Vangeli canonici, Marco appare subito come la fonte di Luca e di Matteo, per cui, in ordine di tempo, è sicuramente il primo dei quattro, venendo datato abitualmente intorno all’epoca della persecuzione dei cristiani da parte di Nerone e del martirio di Pietro, presumibile fonte di Marco. Luca e Matteo provengono dal clima tempestoso e catastrofico di quei terribili eventi che videro la distruzione di Gerusalemme intorno al 70 d. C.
Marco e Luca derivano il loro materiale rispettivamente da quanto udito dalla viva voce di Pietro e Paolo. Ma già Paolo aveva aderito abbastanza in ritardo alla causa della buona novella, forse neppure aveva mai conosciuto Gesù, ed in ogni caso le sue idee non venivano condivise dalla stragrande maggioranza dei giudeocristiani, per cui preferiva rivolgersi ai gentili, e con maggior successo di pubblico.
Nell’individuare un’unica sorgente del materiale condiviso dai sinottici Marco, Matteo e Luca, si è ipotizzato un comune bacino di raccolta a cui avrebbero attinto i tre evangelisti, indicato con la lettera Q, iniziale del tedesco Quelle (fonte), ma probabilmente anch’esso non unico, bensì un insieme di fonti comuni.
 
Papia
 
L’autorità apostolica del Vangelo di Giovanni è piuttosto dubbia; il suo autore non sembra poter essere individuato nel discepolo testimone della Trasfigurazione. Il suo messaggio anzi non è certo rivolto agli storici, anzi, rispetto agli altri scritti neotestamentari, è decisamente circonfuso da un’aura di natura mistica. Eppure tutti i Vangeli non vanno intesi come fedeli ed attendibili resoconti, sia pur idealizzati, di una cronaca dettagliata degli eventi della vita di Gesù e della gente che lo circondava, semmai piuttosto uno strumento di efficace predicazione di un nuovo culto. E da ciò, del resto, è dettata la scelta del canone neotestamentario.
Uno dei primi padri della Chiesa, Papia (60-130 d. C.), nell’annotare i detti di coloro i quali ebbero ad ascoltare di persona le parole del maestro, spiega che Marco aveva fedelmente riportato tutto quello che l’apostolo Pietro gli aveva rivelato. Successivamente cita ben due Giovanni, entrambi discepoli del Signore, di cui uno era probabilmente l’apostolo, mentre all’altro venne dato l’appellativo di “vecchio”, ed era quest’ultimo che, con una certa approssimazione, poteva essere riconosciuto quale autore del Vangelo contrassegnato da quel nome, redatto intorno al 120 d. C. e sostanzialmente differente dagli altri tre, sia per la cristologia più avanzata che lo contraddistingue, soprattutto in merito alla natura di Gesù ed al suo rapporto con il Padre celeste, sia per quel deciso distacco dai giudei, nettamente distinti dai cristiani, che lo allontana definitivamente e drasticamente dalle influenze della prima chiesa di Gerusalemme ancora ad impronta mista.
 
Capotavola a Gerusalemme
 
Eusebio, nella sua Storia della Chiesa, citando l’Ipotiposi di Clemente Alessandrino, e gli scritti di Egesippo, indica il primo “capotavola”, o maestro di tavola (vescovo), di Gerusalemme in uno dei fratelli di Gesù, Giacomo il Giusto, altrimenti detto Iacopo o Giacobbe. Questo nome, essendo quello del patriarca delle dodici tribù di Israele, per qualche verso, poteva simboleggiare una carica importante in seno ad una compagine a forte componente dinastica. “Dovunque voi siate, dovete andare da Giacomo il Giusto, poiché per lui sono stati creati il cielo e la terra”, si dice nel Vangelo di Tommaso.
Molti credevano persino che l’attacco sferrato da Tito contro la città santa potesse essere diretta conseguenza del giudizio di Dio sul martirio del Giusto (zadokita) Iacopo, e pure questo sarebbe accaduto in adempimento alla profezia di Gesù sulla fine del Tempio.
L’organizzazione dinastica della primitiva comunità giudeocristiana termina, in base a quanto ci viene riferito da Eusebio di Cesarea nella Preparazione evangelica, allorquando non vengono accolte le pretese avanzate dai parenti di Gesù sul patriarcato di Antiochia. Nella sua Storia della Chiesa (III, 22), sempre Eusebio parla di nipoti di Giuda, fratello di Gesù, viventi all’epoca, siamo già sotto l’imperatore Traiano, in cui era a “capotavola” della chiesa di Gerusalemme Simeone, figlio di Clopa e diretto parente di Gesù.
La presenza di membri della famiglia del maestro non poteva che compromettere le tesi dottrinarie sulla natura del Cristo, sulla perpetua verginità di Maria, su di una fecondazione avvenuta per grazia e virtù dello spirito Santo, con una esplicita assunzione da parte della madre santa di attributi caratteristici di figure femminili mitologiche, come la dea egizia Iside, coinvolta sessualmente nella resurrezione del fratello sposo Osiride, ucciso dal tradimento del fratello Set che ne costituisce il doppio, o l’ombra.
I giudeocristiani consideravano Paolo un pericoloso predicatore di eresie, convinti come erano che anche i gentili dovessero accettare la legge ebraica e sottoporsi alla circoncisione. Esisteva insomma una diversità di interpretazione in quelle prime comunità cristiane ed il livello di diversità dipendeva molto da chi impartiva gli insegnamenti e dal grado di profondità con cui si era in grado di trasmettere tali argomentazioni. “Un profeta non è disprezzato che nella sua patria, tra i suoi parenti e in casa sua” riportava Marco (6, 4).
Con la repressione dei moti sollevati da Bar Kokheba e la definitiva sconfitta della resistenza giudaica nel 135 d. C., la comunità giudeocristiana guidata da membri  della famiglia di Gesù, o da loro diretti discendenti, scompare. Sembra che a partire da questo momento abbia assunto sempre maggior rilievo una sorta di acuta ellenizzazione di una forma di gnosi che interpreta la “grande e santa generazione” in chiave decisamente e definitivamente non biologica.
“Le cose spirituali –diceva lo stesso San Paolo - si esprimono in termini spirituali”. La filiazione divina viene così riconosciuta come un fatto squisitamente ontologico.
 
Naasseni
 
I Sethiani potrebbero, in qualche modo, essersi legati alla tradizione dinastica della famiglia di Gesù, innestandosi sulla genealogia che lo fa discendere dal “figlio di Adamo, figlio di Dio”, per come riportato da Luca medesimo. A quel punto era la conoscenza, più che la fede, ad esercitare l’autorità di designare i discendenti di Seth, attraverso il potere taumaturgico del sacro serpente della Genesi, depositario della discriminazione tra bene e male, salute e malattia, salvezza e perdizione, di modo che potessero assumere anche l’appellativo di ofiti o naasseni.
Giuda viene posto nell’orbita della generazione sethiana con la stessa identica autorità spirituale dell’omonimo Didimo Tommaso, capostipite della chiesa siriana, orientale, patrono dei costruttori, muratori, architetti, in quanto uomo di scienza e non di fede.
 
Districarsi da questo mondo
 
I cosiddetti vangeli gnostici non rientrano nella categoria degli apocrifi, in quanto opere non accettate dall’ortodossia, semplicemente perché non furono scritti con l’intenzione di rientrare nel canone, semmai con quella di trascenderlo. Si limitavano a circolare cioè nei soli ambiti dove la loro lettura poteva essere compresa o quanto meno non avrebbe destato scandalo.
Nel fare o nel dire qualcosa di eclatante, paradossale, si cerca di provocare una qualche reazione con il voluto intento di risvegliare le coscienze. In essi difatti la fede ha un rilievo molto relativo, ed era sostanzialmente la trasformazione spirituale procurata dalla conoscenza ad essere davvero determinante. La resurrezione “fisica” non contava nulla perché era congeniale ai morti. Quelli spiritualmente vivi non periranno in virtù della segreta capacità di “districarsi da questo mondo”, secondo la definizione di Hans Jonas, poiché è soltanto lo spirito ad animare la carne.
Nella Lettera di Pietro a Filippo, Pietro invita Filippo ad una riunione di preghiera in cui si rivolgono al santo Bambino Gesù quale illuminatore. La risposta interiore sarà: il Cristo è sempre con voi.
 
La deficienza dell’arroganza
 
L’universo materiale è l’effetto di un potere divino femminile, materno, che brama di procreare eoni, ricorrendo all’”arroganza”. L’essersi arrogato tale diritto ha avuto quale risultato una “deficienza”, una mancanza, spirituale, in cui è rimasto intrappolato un seme divino. I corpi rispondono ad un archetipo divino, ma la carne vive in virtù dello spirito che vi è intrappolato.
 
Io sono colui che era dentro di me
 
Nell’Apocalisse di Giacomo, Gesù consola il fratello dicendogli di non temere: “Prenderanno anche te. Ma lascia Gerusalemme poiché è lei ad offrire sempre il calice dell’amarezza ai figli della luce. In lei risiedono un gran numero di arconti. Ma la tua redenzione sarà da loro protetta”.
Il Gesù gnostico non è pienamente umano quindi non è interessato semplicisticamente a redimere l’umanità.
“Giacomo non preoccuparti per me o per questa gente. Io sono colui che era dentro di me. Non ho mai sofferto in alcun modo…”
L’io spirituale non subisce le dolorose esperienze del mondo, perché non è il soggetto delle tribolazioni del corpo. “io sono colui che era dentro di me”.
Il “conseguimento di Cristo” è un fenomeno perfettamente coerente con il cammino gnostico in cui Gesù non è più il maestro da seguire, nella misura in cui il discepolo ha acquistato sufficiente padronanza di se stesso. La resurrezione, come la crocifissione, non rivestono la stessa importanza che assumono in Paolo, poiché il Verbo può essere fatto carne in ogni nuova “grande e santa generazione”.
 
Logos
 
La considerazione di Rudolf Bultmann è che quello di Giovanni possa costituire quasi una sorta di Vangelo intermedio tra i sinottici e quelli più decisamente “ellenizzanti” dello gnosticismo, tanto è intrisa di filosofia e di allegorie la descrizione della figura del Cristo, paragonata al pane, alla vite, alla luce, alla verità, alla via, alla vita, all’amore, al Verbo.
Il termine greco Logos indicava l’intelligenza divina dell’universo, l’illuminazione mentale che rende comprensibile la creazione, e diventa parte integrante di quella trinità che rende “testimonianza in cielo” (Prima Lettera di Giovanni 5, 7).
Nel linguaggio della gnosi sethiana, Logos corrisponde a Sophia, o a Barbelo, mentre Gesù è la divinità celata nell’uomo. Mentre alcuni tra i discepoli vedono in lui il potere terreno, il re, per cui è costretto a separarsi da loro proprio per aprire l’accesso ad una dimensione più elevata. “Sapendo che stavano per venire a prenderlo per farlo re, si ritirò di nuovo sulla montagna, tutto solo”(Vangelo di Giuda 6, 15).
 
Figlio della perdizione
 
Nella discesa del Logos, quando il Verbo spirituale si è fatto carne transeunte, qualcosa è andata dispersa perché si adempisse la scrittura relativa al “figlio della perdizione” (Giovanni 17, 12).
Nel Vangelo di Giuda la spiegazione di questa perdizione si associa all’idea di Cosmo e dei suoi settantadue eoni: “La moltitudine di quegli immortali è chiamata cosmo, cioè perdizione, dal Padre ed i suoi settantadue luminari che sono con l’autogenerato ed i suoi settantadue eoni”. Il figlio della perdizione, il figlio del cosmo, è, comunque, nel novero degli immortali.
 
Il tredicesimo demone
 
“Non ho forse scelto io voi, i dodici? Eppure uno di voi è un diavolo” (Giovanni 6, 70). Giuda è il “tredicesimo” demone, un genio dell’uomo ed un genio che sa quello che fa, in quanto daimon è l’essenza più riposta della personalità, la sua vera volontà, per citare Crowley.
Platone, nel Simposio la indica quale identità spirituale essenziale, alla stregua del genius latino che comprende il tramite del sé che va al di là della sua stessa dimensione. Separato dai dodici è l’Uno dei dodici e nel mostrare la natura demoniaca o divina in lui celata, diviene il “tredicesimo”, quello che si può permettersi di disturbare l’unzione del messia a Betania e subito dopo denunciare l’accaduto alle autorità religiose.
Il diavolo di Giuda è il suo dio nascosto, l’unico che abbia afferrato la simbologia della vestizione e della vestizione, che contiene il miracolo della resurrezione dello spirito. “Tu li supererai tutti. Poiché tu sacrificherai l’uomo che mi riveste”. Dopo l’ultima cena, nell’alzarsi da tavola, Gesù “depose le vesti”, lasciò il corpo, offrendo la propria carne al Signore di questo mondo.
Il piano trascendentale di Gesù è quello di liberarsi della dimensione materiale per risalire la scala verso il cielo. Il nuovo assetto delle sfere del cosmo configura una rivoluzione nel cielo stellato. “Il sole si eclissò e si fece buio su tutta la terra. Il velo del tempio si squarciò nel mezzo” (Luca 23, 44-45). Il velo, la veste, il corpo sono gli ostacoli che nascondono la verità spirituale, e impediscono la venuta del grande giorno della luce per la generazione. E’ l’alba il momento dell’espandersi della luce. Ma nessuno di questo “eone” vedrà mai la generazione “grande e santa”. “Nessuna schiera di angeli delle stelle governerà sopra di essa, e non uno che sia di nascita mortale può legarsi ad essa.”
“Allontànati dagli altri ed io ti confiderò i misteri del regno. Tu puoi raggiungerlo, ma dovrai soffrire molto per farlo”. Per l’esoterismo gnostico, alla conoscenza si perviene in piena solitudine perché l’iniziazione non può che essere individuale. La trasformazione dell’essere va sperimentata in prima persona.
 
Barbero
 
Il primo riferimento ad un Vangelo di Giuda si trova nel I libro, capitolo 31 dell’opera di Ireneo “Contro le eresie”, dove si dice che: Caino, come Esaù, Korah, i sodomiti e tutte le persone del genere, derivò il suo essere dalla Potenza Superiore; nessuno di loro ha subito danno dall’assalto del Creatore “poiché Sofia aveva l’abitudine di portar via da loro ciò che le apparteneva”; il “traditore” Giuda sapeva perfettamente tutte queste cose e, conoscendo la verità come nessun altro, “portò a compimento il mistero del tradimento”, cosicché “da lui tutte le cose, terrene e celesti, vennero così gettate nel caos”.
Il testo citato da Ireneo nel 180 d. C. sembra trovarsi in armonia con quei magmatici tempi di disordine culturale e confusione spirituale e pertanto potrebbe benissimo venire considerato a lui contemporaneo, soprattutto in considerazione del fatto che, nella letteratura del secolo precedente, non si conoscono espliciti riferimenti a Barbelo.
La più potente immagine della mitopoiesi gnostica è una divinità madre, però androgina, perché perfetta, regina dei cieli.
Barbelo è una parola composita di origine semitica. Bar indica un certo grado di parentela, el sta per il dio supremo della religione arcaica, tant’è che Baal è la divinità maschile dei cananei. Arba corrisponde al numero quattro.
Ber-arb-orot sarebbero le quattro luci che indicano gli arcangeli. Il numero quattro è, comunque, un costante riferimento al tetragrammaton composto dalle quattro lettere del nome di YHWH.
Valentino chiamava Bythos, profondità, il dio trascendente, l’inconoscibile padre. Quand’Egli si manifesta in un “primo pensiero” in cui riflette di essere “colui che è”, questo riflesso di questo suo primo pensiero, questa manifestazione di questa sua prima idea, questa è Barbelo, la madre androgina che attualizza la potenziale natura bisessuale del divino. Barbelo è l’autoconsapevolezza di Dio, madre di tutto, l’unica risposta a tono alla domanda che Gesù si pone in Marco (3, 33): “Chi è mia madre e chi sono i miei fratelli?”, che sembra citare i Salmi (8, 5):
“Che cosa è l’uomo perché te ne ricordi”.
 
I fratelli di Gesù
 
Luca fa riferimento ad un fratello di Giacomo, a sua volta fratello di Gesù, come a Giuda. In Marco compare Taddeo, che per Matteo diventa Lebbeo. E, se per questo, il figlio di Alfeo, in Luca, si chiama Giacomo, mentre è Levi in Marco (2, 14). Poi c’erano le pie donne, tra cui una nobile Ioanna, addirittura cortigiana di Erode.
I fratelli di Gesù in Marco (6, 3), sono Giacomo, Joses, Simone e Giuda; in Matteo Joses diventa Giuseppe e Giuda Judas. Ma questo Giuda è perfino gemello, in aramaico Tommaso, ed in greco Didimo, oltre ad essere “l’uno dei dodici”.
 
Colui che non conosce se stesso non sa nulla
 
Il siriaco “Libro di Tommaso il confutatore”, risalente alla prima metà del III secolo, trascritto ad Edessa da un certo Mataia, forse Matteo, riferisce di uno scambio di “parole segrete” fra Gesù ed il suo fratello gemello (Tommaso) di nome Giuda.
“Ora poiché si è detto che tu sei il mio gemello e vero compagno, esamina te stesso per comprendere chi sei, in quale modo esisti e come diventerai. Poiché vieni chiamato mio fratello, non è conveniente per te non conoscere te stesso. E so che hai capito perché avevi già capito che io sono la conoscenza della verità… Poiché colui che non conosce se stesso non sa nulla, ma chi conosce se stesso è già arrivato a conoscere al tempo stesso la Profondità del Tutto. Quindi, Tommaso, fratello mio, tu hai contemplato ciò che è oscuro agli uomini, vale a dire, ciò contro cui incespicano nella loro ignoranza”.
 
La pietra che i costruttori hanno scartato
 
“Ciò contro cui incespicano nella loro ignoranza” è forse “La pietra che i costruttori hanno scartato, divenuta testata d’angolo”. Si tratta di un’immagine latomistica, alchemica, di discernimento tra grano e loglio, separazione tra luce e tenebra; sembra di assistere al ritorno del serpente della Genesi. E’ come se i naasseni avessero specificato: la pietra su cui va costruita la mia chiesa è equilibrio, giudizio, conoscenza, mio caro Simone. Pietro, invece, estrae la spada per mozzare l’orecchio a Malco, poi si fa raccomandare alla giovane portinaia per avere libero accesso al cortile di palazzo, dove nega risolutamente, e per tre volte, di essere uno dei discepoli.
In Giovanni (18), Giuda, che ha “bevuto” le parole di vita dalla bocca del maestro, si limita ad indicare ai Sommi Sacerdoti dove si reca abitualmente Gesù per pregare: in un giardino “al di là del torrente Cèdron”.
 
 
Genealogia di Gesù
 
Nella genealogia di Gesù riportata da Matteo (1, 1-2) compaiono Davide, Abramo, Isacco, Giacobbe, Giuda ed i suoi fratelli; in quella formulata da Luca (3, 38) sono presenti  Enos, figlio di Seth, figlio di Adamo, figlio di Dio.
Luca si rivolgeva già ad un uditorio di gentili. E Paolo aveva ormai affermato che i gentili erano stati innestati sull’albero di Iesse, padre di Davide, divenendo così orgogliosamente la nuova “grande santa generazione” di Gesù, “come in cielo così in terra”.
L’autore degli Atti prende spudoratamente le difese di Paolo e della sua aspirazione all’universalismo, contro lo zelo dei tradizionalisti giudeocristiani.
I lettori di Matteo erano ancora intrisi di cultura fondamentalista ebraica, per cui Abramo resta il “padre delle nazioni”, colui che siglò l’indelebile patto con Dio.
Nei Salmi vi sono svariati riferimenti alla delusione procurata dai trasgressori del “patto”, dagli apostati, dai falsi profeti, dal cattivo Pastore, di cui parlava Zaccaria. E Gesù considerava il clero gerosolimitano, ed, in primis, il partito sadduceo, i veri traditori della patria, ma in questo, di certo, era ampiamente ricambiato. Il semplice fatto di aver dato voce alla profezia della sconfitta dei sacerdoti del Tempio, avrebbe procurato una prima vittima nel protomartire Stefano.
 
La demonizzazione di Giuda, the Myth of the Jewish Evil
 
In “The Secrets of Judas-the Story of the Misunderstood Disciple and His Lost Gospel” (2006), James M. Robinson sottolinea l’importanza della scelta dell’uso del verbo greco paradidomai a seconda che lo si traduca come “consegnare”, “dare in mano”, oppure che lo si renda con “rimettere”, concedere, abbandonare, esporre, arrischiare, accordare, permettere. Questo, in fondo, farebbe la vera differenza circa il ruolo di Giuda in quella fase delicatissima di denudamento del ministero ieratico di Gesù, attraverso “il sacrificio dell’uomo che lo riveste”. In un caso Giuda sarebbe un esecutore del volere divino, nell’altro il traditore del proprio maestro.
In “Judas Iscariot and the Myth of the Jewish Evil” (1992), Hyam Maccoby evidenzia la differente modalità di approccio nel trattare questo argomento come in un crescendo, a partire da Marco fino a Giovanni, seguendo quella scala temporale che va appunto dal periodo che precede a quello che segue la distruzione di Gerusalemme, all’incirca dagli anni 60 al 120 d. C.. Giuda viene demonizzato sempre con maggiore enfasi fino ad essere visto come strumento di Satana.
Mentre Giovanni (13, 26) lo dipinge come un indemoniato, perché “dopo quel boccone, satana entrò in lui” , e Luca (6, 16) si riferisce a Giuda esplicitamente come ad un traditore (prodotes), i Vangeli antecedenti Marco (3, 19) e Matteo (10, 4) ricorrono alla perifrasi “quello che lo consegnò”, quasi per velare la crudezza dell’atto, anzi accentuandone l’aspetto equivoco, laddove invece la circonlocuzione solitamente dovrebbe servire a chiarire.
 
Paredoken
 
In Marco il nome di Giuda compare per la prima volta nel capitolo 3, versetto 19, in seno alla lista dei dodici prescelti con accanto la definizione specificativa di paredoken (da paradidomai), ma può anche trattarsi di un’aggiunta successiva.
In ebraico Yehudah significa lodato e, nelle sue varianti Juda, Judah e Judas, sembra un nome piuttosto comune. Ci sono altri Giuda (dai quali il nostro deve essere distinto ?) ed uno di questi è fratello di Gesù (Marco 6, 3), l’altro è perfino gemello, Didimo Tommaso, oppure sono la stessa persona.
Giuda è poi designazione del regno meridionale tra i due antichi regni di Israele; Giudea è la provincia romana, Giudei sono, indistintamente, tutti i suoi abitanti.
Nel Codex Alexandrinus, risalente al V secolo, il cognome, o l’altro nome distintivo di Giuda, è riportato Iskarioten, mentre nel manoscritto Bezae di poco meno di un secolo successivo: Skarioth.
Iskariot potrebbe risultare un altro nome proprio, mentre Iskariotes sembra più un aggettivo possessivo oppure un sostantivo che indica un toponimo: Ish-Qriyoth, uomo di Kariot. Ed una Keriot, la cui etimologia al plurale potrebbe alludere a piccole città, ovvero sobborghi viene menzionata in Giosuè (15, 25).
 
Sicarii
 
Se, però, teniamo conto che un altro discepolo di Gesù, Simone, viene definito, in greco ton kananaion, dall’aramaico qanna’im, “cananeo”, non tanto in relazione alla provenienza, ma in quanto membro effettivo del movimento rivoluzionario degli zeloti, si affaccia l’ipotesi che l’appellativo “iscariota” potesse fare riferimento ad un’altra appartenenza politica, alla frangia dei sicarii, cioè “quelli dal pugnale”, i quali costituivano il braccio armato più estremista dei militanti terroristi che di lì a poco sarebbero insorti contro i romani, intorno al 66 d. C., più o meno, allora, nel periodo in cui Marco scriveva.
In “Religion in Ancient History” (1973), S. G. F. Brandon presume che Marco non avesse volutamente tradotto l’aramaico qanna’im con il greco zelota, proprio perché quei cruciali avvenimenti della rivolta gli erano troppo vicini e pertanto sarebbe stato piuttosto imbarazzante entrare in determinati dettagli, per i quali la polemica era ancora fresca. Cosicché è credibile che Giuda fosse, almeno da un punto di vista strettamente politico, fortemente deluso dalla riluttanza del maestro ad afferrare quella che poteva rivelarsi una vera e propria ottima opportunità per l’intera nazione di Israele.
La perplessità di un Giuda, quello indicato come l’iscariota, si affiancherebbe, in tal modo, allo scetticismo di un altro Giuda, Didimo Tommaso, o si trattava di una stessa persona nell’atto di esercitare ruoli differenti?
 
Issacar
 
Issacar era uno dei figli di Giacobbe e pertanto uno dei capostipiti delle dodici tribù di Israele. All’epoca di Salomone, Issacar era la designazione della decima ripartizione del regno, quella zona del lato sud occidentale del mar di Galilea. Il I libro dei Re (4, 7) riporta che Salomone aveva nominato dodici prefetti, collegati ciascuno ad una tribù, ognuno dei quali a lui provvedeva per un mese all’anno. Ad Issacar era legato Giosafat.
Allora, si può ipotizzare che, nello scegliere i discepoli, Gesù, proprio nelle sue precipue qualità di principe ereditario del regno di Davide ovvero di messia re,  abbia voluto rispettare questa tradizione, attribuita al suo illustre predecessore, dei dodici prefetti salomonici, uno per ciascuna tribù, per dare risalto alla volontà patriottica di unità della nazione ebraica e per porre le basi di una imminente organizzazione politica ed amministrativa. Come Giosafat ai tempi di Salomone, ad Issacar, era quindi collegato Giuda, con la rispettabile funzione di cassiere, economo, probabile futuro ministro delle finanze del governo “ombra” della rivoluzione messianica.
 
Le dieci mitiche tribù “perdute”
 
Da quando il regno settentrionale di Israele era stato conquistato dal re siriano Shalmaneser V, nel 722 a. C., i membri della tribù di Issacar, deportati  nella lontana regione del Khorasan, rientravano nella definizione delle dieci mitiche tribù “perdute”. Come i samaritani, molti ebrei del nord, che, al loro rientro dall’esilio forzato, si erano accasati con donne straniere, venivano assoggettati allo stigma da parte degli aristocratici del meridione, che si consideravano lignaggi genealogici  più puri. Secondo questo punto di vista, acquisterebbe un significato del tutto nuovo ed illuminante quella famosa parabola della “pecorella smarrita”. Il “pastore” si rivolgerebbe proprio a “quelle” genti più umiliate, che discendono da “quelle” antiche e fiere tribù, ancora in attesa di un agognato riscatto, che  però poteva avvenire soltanto grazie all’avvento del predestinato regno messianico ed alla riunificazione di tutte le nazioni di Israele sul suolo della Terra Promessa dei patriarchi.
Tentativi, mal riusciti, si erano già avvertiti nel non remoto passato, come quello, avvenuto nell’anno 6 d. C., contro Erode Antipa, l’usurpatore idumeo, da parte di un altro Giuda, detto il Galileo, “maestro di una sua setta particolare”, secondo la descrizione fornitaci da Giuseppe Flavio, il quale definiva tutti i combattenti zeloti indifferentemente come “ladroni”, alla stessa stregua di quei due patrioti che vennero crocifissi sul Golgota assieme a Gesù.
 
Testamenti dei dodici patriarchi
 
In Genesi (49, 13-15) uno dei figli di Giacobbe, Issacar, subisce una condanna ai lavori forzati in un “campo” come quello comprato da Giuda.
Negli apocrifi “Testamenti dei dodici patriarchi”, risalenti al  I-II secolo a. C., si narra della madre di Issacar, Lea, la quale si assicura di venire ingravidata da Giacobbe grazie ad un baratto con Rachele: uno scambio di mandragore per una notte d’amore.
L’apostasia tramite fornicazione al di fuori del bacino genetico ebraico, e l’avidità finanziaria rientrano pure nel Testamento del patriarca Giuda.
Il Testamento di Levi (5, 21-22) prospetta invece la venuta del messia negli stessi termini ripresi successivamente da Matteo (3, 16-17): “i cieli si apriranno e dal tempio della gloria scenderà su di lui la santificazione con la voce del Padre, come da Abramo ad Isacco. E la gloria dell’Altissimo verrà proclamata sopra di lui e lo spirito di comprensione e santificazione riposerà su di lui nell’acqua”.
Come in una sorta di antitypon, anche la descrizione del personaggio Giuda riposava su vari strati di citazioni delle Sacre Scritture.
 
Il mistero dello  zodiaco
 
Nella tradizione astrologica ebraica, Issacar corrisponde al segno zodiacale del cancro, all’interno del quale brillano quattro stelle identificate come Aselli, asini in latino. Allora, quando Gesù invita Giuda a guardare la sua stella “era necessario che si adempisse ciò che nella scrittura fu predetto dallo Spirito Santo per bocca di Davide riguardo a Giuda, che fece da guida a quelli che arrestarono Gesù” (Atti 1, 6). Il sole entra nel segno del Cancro al solstizio d’estate, quando la luce comincia la sua parabola discendente.
“Leva gli occhi e osserva la nube e la luce in essa, e le stelle intorno. La stella che indica la via è la tua stella”.
“Ogni uomo ed ogni donna è una stella” era l’assioma magico di Crowley. Tra anime e stelle v’è uno stretto legame. Ciascuno di noi ha la sua stella. Fin dal Timeo di Platone, in cui le anime buone ritornano alle stelle loro assegnate.
L’investitura messianica, nei Vangeli, viene confermata dall’annuncio della cometa ai magi. Per gli zeloti era familiare l’associazione delle stelle all’esecuzione della giustizia divina, tant’è che l’ultimo capo ebreo alla testa dell’insurrezione del 132-135 d. C. si faceva chiamare figlio della Stella, Bar Kokheba.
La visione delle giuste stelle si ha però nel capitolo 43 del Libro di Enoch, “figlio di Seth, figlio di Adamo”: “E vidi altri fulmini e stelle del cielo e vidi che Egli (il Padre delle Luci) li chiamava tutti per nome ed essi lo ascoltavano. E vidi come essi erano soppesati sulla bilancia della giustizia, secondo le loro luci, l’ampiezza delle loro località, il giorno del loro sorgere ed il loro giro… Quelli sono i nomi dei giusti che stanno sulla terra e credono, in eterno, nel nome del Signore degli Spiriti”.
Lo zodiaco può essere indicato con l’espressione relativa ai Dodici, con cui si significa la sfera delle stelle fisse, del manto celeste visibile di notte, perché assoggettato al falso dio, padrone delle influenze del fato.
I segni zodiacali sono principi archetipici, copia di idee sublimi di perfezione. Per cui la “completezza del dodici”, dal punto di vista gnostico, è un vano tentativo di mantenere in ordine le costellazioni. Infatti Giuda, per gli Apostoli, dev’essere sostituito in modo che i dodici “possano ancora giungere a completezza con il loro dio”, dominatore dello zodiaco e quindi divinità secondaria.
Nel Discorso sull’Otto e sul Nove ci viene spiegato che per andare nel regno della luce superiore, oltre il manto notturno assoggettato al falso dio, bisogna allontanarsi al di là dell’influenza dei pianeti, e viaggiare pertanto oltre il sette. L’ottava sfera è la dimensione spirituale, associata alle stelle, che si trova giusto al di sotto della nona sfera, dell’eterna essenza divina.
In quest’ottica, pure la designazione di “tredicesimo” acquista un significato ancora più pregnante
 
Targum
 
Per leggere ed interpretare quanto è stato scritto nel I libro delle Cronache (12, 32), dove si dice che proprio perché “conoscevano bene i vari tempi, sì da sapere che cosa dovesse fare Israele”, duecento uomini di Issacar si recarono ad Hebron, alla corte di Davide, re di Giuda, viene in soccorso il commentario delle scritture Targum.
Il significato di quel “conoscevano bene i vari tempi, sì da sapere che cosa dovesse fare Israele” corrisponde, abbastanza esplicitamente, a quello di una conoscenza occulta, quale quella predittiva dell’interpretazione dei segni dei tempi, o quella astrologica relativa allo stabilire le fasi della luna e la posizione dei pianeti e del sole, o quella calendariale dell’intercalare dei mesi, oppure ancora quella sacerdotale delle ricorrenze festive.
Se tutti i componenti della ristretta cerchia del messia erano stati scelti in base ad una, sia pur approssimativa, corrispondenza tribale, vien da presumere che Giuda svolgesse un ruolo conforme a quella tradizione biblica secondo cui re Davide richiedeva consigli agli anziani dell’antica tribù di Issakar perché riconosceva in loro delle speciali capacità decisionali e di tempismo, grazie ad una consolidata sapienza occulta. Giuda, in contraccambio allora, condivideva pienamente la consapevolezza  del potenziale messianico della casata di Davide e Salomone, dalla quale proveniva la dinastia di Gesù, ed alla quale molto probabilmente anche lui apparteneva.
Ma, forse, il regno terreno e quello celeste sarebbero dovuti andare assoggettati a delle scadenze da differire in maniera diversa. La loro coincidenza non poteva essere immediata, né tanto meno scontata.
“Come in cielo così in terra” avrebbe potuto subire degli spiacevoli contrattempi.
 
Traditore ebreo necessario
 
Del resto, se Giuda, per i cristiani, come Gesù per gli ebrei, divenne il capro espiatorio è perché il piano ben congegnato fallì e le cose non presero affatto una buona piega per nessuno.
Alla luce dei fatti storici, l’autorevole opinione di Hyam Maccoby, in “Judas Iscariot and the Myth of the Jewish Evil” (1992), è che si debba riconoscere a Giuda il ruolo di capro espiatorio, “traditore ebreo necessario”, e personificazione del mancato riconoscimento da parte degli ebrei di chi, di lì a poco, sarebbe assurto a messia dei gentili.
Il nome Giuda, in senso lato, è sinonimo della fierezza del popolo ebraico, Giuda è il nome dell’eroe che combatte l’esercito greco-siriano nel II secolo a. C.. Giuda è il nome del fondatore della setta sconfitta dai romani nel 6 d. C.
L’episodio del tradimento del singolo, da parte di Giuda, è stato però assimilato a quello collettivo, dei Giudei, di non aver accettato il messia, in quanto i cristiani gentili, sparsi nei territori dell’impero, preferirono essere esclusi dall’accusa di attività insurrezionale e distinguersi nettamente da quei rivoluzionari patrioti che combattevano nella provincia romana di Giudea intorno al 60 d. C.
 
Una cospirazione
 
In “The Scrolls and Christian Origins: Studies in the Jewish Background of the New Testament” (1961), Matthew Black sottolinea il fatto che la cena, che poi si rivelò essere l’Ultima, non cade nel giorno ufficialmente sancito per tale ricorrenza; sarebbe stata, inoltre, tenuta segreta persino agli apostoli, i quali vengono invece affidati ad un perfetto sconosciuto, affinché venga loro indicato il luogo convenuto. E ciò fa presumere si trattasse di una riunione, per molti versi, di tipo illegale. Il comportamento di Giuda è poi altrettanto misterioso, visto che appena ricevuta l’offa, si dilegua nella notte. L’offa, ovvero il pezzo di pane da inzuppare nel sugo, offerta dal Signore era molto verosimilmente la parte centrale e più rilevante dell’intera cerimonia che si stava celebrando quel giorno. L’essersi allontanato subito dopo, farebbe pensare quanta importanza avesse l’offa recata seco; forse doveva servire come prova  per dimostrare ai sacerdoti che si era celebrato un banchetto non autorizzato, e proprio all’interno delle mura della città santa di Gerusalemme.
Quel pezzo di pane inzuppato significava qualcosa per loro che a noi, dopo millenni di cristianesimo ortodosso, potrebbe essere sfuggita: Giuda doveva convincere i sacerdoti che Gesù stava compiendo un rituale “satanico” e che solo agendo nell’immediatezza lo si poteva cogliere in piena flagranza di reato.
Quel festino immorale e provocatorio era una sfida troppo estrema per le autorità locali. L’Ultima Cena va inquadrata come una sorta di braccio di ferro o di scontro con il potere costituito. A questo punto pronosticare l’intervento delle guardie del Tempio non rivestiva il valore della predizione, ma significava anticipare i tempi per non essere interrotti prima del previsto, prima cioè di aver compiuto ogni proposito.
 
Tu quoque … come Bruto per Cesare
 
In Luca, quella di Giuda è descritta come una vera e propria cospirazione.
Alcuni degli accompagnatori del maestro erano armati si spada, quasi fossero delle guardie del corpo che si aspettavano una qualche azione, a mo’ di attentato, contro di lui, in quanto obiettivo politico sensibile.
A Betania, nella casa di Simone il lebbroso, Gesù viene unto con un costoso unguento di nardo. Qualcuno dei discepoli protesta per tanto spreco, ma solo Giovanni rivela che si tratta di Giuda, l’economo. E’ dopo questo diverbio circa il significato di questo gesto, giudicato spontaneo dal maestro, ma più verosimilmente davvero pregno della valenza sacrale di un’imminente incoronazione di re, che Giuda cambia rotta, e, ritenendo che le cose stiano andando oltre, decide di comportarsi con il suo Cesare come Bruto?
 
L’Apocalissi
 
Dopo lo storico fallimento della sfida patriottica alla potenza imperialista di Roma, il messianismo giudaico si sarebbe tinto di accesi colori apocalittici, si sarebbe pure in qualche modo, diciamo, “gnosticizzato”, trasferendo le speranze collettive deluse, di una nostalgica unità della nazione e di una monarchia terrena, in quelle individuali della salvezza spirituale dei soli eletti: “il mio regno non è (più) di questo mondo!”.
Alla città santa distrutta in terra si sostituiva la Gerusalemme celeste!
 
Sacrificio incruento
 
Eppure, nel corso dell’Ultima Cena, l’offerta dell’offa assurge al massimo rilievo, perché, offrendo loro il pane ed il vino come suo corpo e suo sangue, Gesù si rivela ai suoi seguaci, quale vera vittima sacrificale.
Il maestro stava celebrando la festa di Pesach senza l’agnello, secondo le consuetudini vegetariane della comunità essena di Qumran, che non riconosceva validità ai sacrifici cruenti perpetrati nel tempio di Erode, osservava un calendario in netto anticipo di almeno un giorno, e si concepiva come protagonista di una lotta apocalittica tra i figli della luce ed i figli dell’oscurità.
 
Da che parte stare?
 
La Lettera agli Efesini (6, 12) individua nei Principati e nelle Potestà “i dominatori di questo mondo di tenebra”, contro cui combattere. Nel Vangelo di Giuda, i fautori del male sono Nebro e Saklas, indipendenti dalla perfezione di dio.
La figura di Satana appare sovrapponibile a quella di Saklas o Ialdabaoth, tutti incapaci di vedere ciò che sta al di sopra della materia.
Per combattere la sua battaglia segreta, Satana poteva aver scelto il campo dottrinario, impadronendosi dapprima dell’anima del Tempio e successivamente di quella della Chiesa, al fine di derubare gli uomini della vera salvezza. La Chiesa ed il Tempio predicavano un falso dio, mentre coloro i quali venivano considerati i seguaci del Maligno erano paradossalmente i veri depositari del messaggio di una saggezza superiore.
L’atteggiamento gnostico verso gerarchie, dogmi, riti, ministeri, insomma nei confronti dell’organizzazione religiosa nel suo complesso viene interpretato come una vera minaccia per l’istituzione ecclesiastica.
Purtroppo, il vero punto debole delle comunità gnostiche è sempre stato di non investire nella loro struttura; non erano infatti interessati a fare proselitismo, non si arruffianavano con i potenti a fini politici, perché non avevano nessuna intenzione di costituire il loro regno in “questo” mondo.
 
La fine del regno della malvagità
 
Nebro, “che sta per ribelle” appare da una nube “balenante di fuoco”come un volto terrificante; è lui il capo arconte, dio geloso, signore di questo mondo, a pretendere sacrifici di sangue.
La cessazione dei sacrifici del Tempio avrebbe rappresentato un segno dell’imminente fine del regno della malvagità.
Celebrando, allora, prima della Pasqua ebraica, un sacrificio incruento al di fuori del Tempio, Gesù sancisce una modalità del tutto spirituale di festeggiare la solenne ricorrenza, completamente sganciata dalla religione ufficiale di Gerusalemme, durante la quale avrebbe adempiuto un rito che faceva del suo stesso corpo un tempio vivente, in cui operare l’estremo sacrificio di sé. E questo agli occhi dei sadducei e dei sacerdoti era una imperdonabile eresia che andava repressa nel sangue.
 
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Antitypon: In adempimento alle profezie precedenti
 
Ne “Il Complotto di Pasqua” (1960), Hugh J. Schonfield intravede negli eventi legati alla crocifissione i segni di un’operazione preordinata. Gli adempimenti delle vecchie profezie non si susseguono inconsapevolmente, bensì quanto accadeva veniva deliberatamente adattato alle precedenti divinazioni. Probabilmente quest’idea fu postuma alla storia di Gesù, sorgendo dalla fantasia dei più stretti seguaci l’idea di far sì che la vita, la passione e la morte del maestro rispondessero ad una programmazione profetica di riferimento. Del resto, era sufficiente cercare tra le scritture veterotestamentarie il brano più simile e vicino agli accadimenti ed il gioco delle citazioni era fatto. Matteo è molto eloquente in proposito nel ripetere costantemente la formula: “in adempimento alle scritture”.
Le vicende esistenziali di Gesù seguono un disegno preordinato, quello del piano predisposto dalle profezie antecedenti. Ma in questo  piano predisposto da Gesù i dodici non sembrano essere stati coinvolti più di tanto; i preparativi appaiono curati da un’organizzazione  parallela ed indipendente: “Vi verrà incontro un uomo con una brocca d’acqua, seguitelo…” (Marco 14, 13).
In Matteo, Gesù dice che se fosse stata la cosa giusta, avrebbe pregato perché dodici legioni di angeli accorressero in suo aiuto, ma che invece gli avvenimenti devono seguire il loro corso naturale affinché si adempia la profezia di Zaccaria (13, 7): “insorgi spada, contro il mio pastore… sia disperso il gregge: allora volgerò la mano sopra i deboli”.
Entrando in Gerusalemme in groppa ad un asino lo fa come in una ricostruzione cerimoniale, in conformità con la profezia dell’umile arrivo del messia, riportata in Zaccaria (9, 9).
 
Se vi pare giusto, datemi la mia paga
 
“Sii pronto – recita una massima ermetica – a comperare l’uovo di una gallina completamente nera, senza trattare sul prezzo”.
Se, per Matteo soprattutto, movente del tradimento sarebbe stato il denaro, bisogna riconoscere che le trenta monete d’argento possiedono in sé delle implicazioni simboliche certamente non trascurabili. Più che ad un prezzo convenuto, si riallacciano alla profezia del pagamento degli ingrati per i servizi offerti da Dio stesso. La somma non possiede allora il valore di una fortuna terrena, ma solo quello della miseria spirituale.
Le trenta monete d’argento si ritrovano in Zaccaria, capitolo 11, versetto 12: “Se vi pare giusto, datemi la mia paga; se no lasciate stare…”.
In Matteo (27, 3-10): “Si adempì quanto era stato detto dal profeta Geremia: E presero trenta denari d’argento, il prezzo del venduto, che i figli d’Israele avevano mercanteggiato e li diedero per il campo del vasaio come aveva ordinato il Signore”.
Ma, più che in Geremia (32, 6-9), è sempre in Zaccaria (11, 13) che si intravedono maggiori corrispondenze: “Getta nel tesoro questa bella somma con cui sono stato da loro valutato!”. Per cui quanto narra Matteo appare la rappresentazione rituale del dramma messianico di Zaccaria che storicamente precede la frattura tra la nazione di Giuda e quella di Israele.
Giuda stava quindi interpretando l’ambitissimo ruolo di “grande elettore”, se non proprio di chi detiene l’autorità sacerdotale di incoronare un re divino.
 
Pochi siano i suoi giorni ed il suo posto l’occupi un altro
 
La storia contenuta negli “Atti” della rovinosa caduta di Giuda con le viscere sparse a terra appare quale il prodotto della sovrapposizione di più elementi profetici tra loro confusi in maniera contraddittoria.
Il salmista si augura che le viscere dei suoi nemici si trasformino in acqua. “Fiumi di acqua viva sgorgheranno dal seno dei credenti” annuncia Giovanni (7, 38), quando ancora “non c’era lo Spirito, perché Gesù non era stato ancora glorificato”.
Nel primo capitolo degli Atti degli Apostoli, affinché “possano giungere a completezza”, Pietro, nel formulare la richiesta, rivolta a centoventi “fratelli”, di scegliere un successore di Giuda, li informa della sorte da questi subita in adempimento alla profezie dei Salmi: “Anche l’amico in cui confidavo, anche lui, che mangiava il mio pane, alza contro di me il suo calcagno” (41, 10). “La loro casa sia desolata, senza abitanti la loro tenda” (69, 26). “Pochi siano i suoi giorni ed il suo posto l’occupi un altro” (109, 8).
 
L’uno dei dodici
 
“Anche l’amico in cui confidavo, anche lui, che mangiava il mio pane…” (41, 10). “Colui che mangia con me” mi consegnerà; “colui che intinge con me nel piatto” (Marco 14, 18-20). Si tratta, quindi, di qualcuno a lui molto vicino.
Il greco enfatizza la frase che descrive “l’uno dei dodici”; il numero “uno” equivale al migliore, il più autorevole.
E difatti Giuda impartisce ordini alla squadra armata inviata dai sommi sacerdoti e si assicura che l’operazione venga condotta in tutta sicurezza, “senza rischi”. Quasi certamente è lui il discepolo “conosciuto dal sommo sacerdote”, che per farlo entrare nel cortile raccomanda Pietro alla giovane portinaia, alla quale esprime per la prima volta l’indecoroso rinnegamento.
 
Akeldamà
 
Quel pezzo di terra acquisito con i proventi dell’aborrito “crimine” viene chiamato campo del sangue, Akeldamà (Atti 1, 18-19), luogo per seppellire i forestieri. In tal senso è ben appropriato a tutti quelli che son divenuti stranieri per quanti non li abbiano compresi, o che, come il regno di Gesù, non appartengono più a questo mondo.
La morte di Giuda potrebbe essere una sorta di martirio empatico, poiché anche lui avrebbe avvertito la necessità di rimanere “appeso” in attesa degli ulteriori sperati sviluppi del regno dei cieli.
 
Vangelo di Barnaba
 
Il contestato Vangelo di Barnaba mostra Giuda crocefisso al posto di Gesù. Al momento dell’arresto si scambiano di ruolo ed è Giuda (Didimo Tommaso ?) a venire crocefisso invece del fratello (gemello). Tre giorni dopo la sepoltura il suo cadavere viene trafugato e fatto scomparire per poterne annunciare la resurrezione.
E, come se non bastasse, c’è poi l’insinuazione che a salire sul Golgota nelle vesti di Gesù sia stato Simone di Cirene.
 
 
Il bacio della morte e della resurrezione
 
Nel Vangelo di Filippo si sostiene una particolare preferenza di Gesù per Maria Maddalena, amata più degli altri discepoli e spesso baciata sulla bocca, per confermare che le parole pronunciate da quelle labbra sono veritiere e sante.
Il bacio, infatti, oltre ad avere una fortissima valenza erotica, contrassegna, per via della saliva che si umetta e si scambia, la trasmissione dello Spirito Santo. Anche la consegna ai carnefici avviene attraverso un bacio, il “bacio della morte e della resurrezione”.
 
Prendi questo è il mio corpo
 
Gesù tende il braccio verso il discepolo prediletto per porgergli l’offa con l’invito: ”prendi questo è il mio corpo”.
“Colui che berrà dalla mia bocca diventerà come me, si legge nel Vangelo di Tommaso, io diventerò come lui e le cose che sono nascoste gli saranno rivelate”. E’ Didimo Giuda Tommaso ad aver capito, perché ha bevuto “alla fonte gorgogliante” distribuita da Gesù e ad essa si è “ubriacato”. Didimo Giuda Tommaso ha appreso dalla bocca del maestro, con lui ha scambiato il bacio, ha condiviso il pane, ha sorseggiato dallo stesso amaro calice.
“Se vi dico una delle cose che mi ha detto, raccoglierete delle pietre e me le scaglierete addosso; un fuoco scaturirà dalle pietre e vi consumerà”.
Nel Vangelo di Tommaso è proprio Didimo Giuda Tommaso a dichiarare la propria incapacità a dire chi sia effettivamente il maestro.
Nel Vangelo di Giuda il protagonista si dichiara indegno di pronunciare il nome di chi lo ha mandato.
In Giovanni (14, 22) alla domanda: “come mai devi manifestarti a noi e non al mondo?” Gesù risponde: “Se uno mi ama osserverà la mia parola… Non parlerò più a lungo con voi, perché viene il principe del mondo…”.
 
Il prediletto
 
“Non parlo di tutti voi: io conosco quelli che ho scelto; ma si deve adempiere la Scrittura: Colui che mangia il pane con me, ha levato contro di me il suo calcagno. Ve lo dico fin d’ora, prima che accada, perché, quando sarà avvenuto, crediate che Io sono. In verità, in verità vi dico: Chi accoglie colui che io manderò, accoglie me; chi accoglie me, accoglie colui che mi ha mandato…”.
L’ambiguità del passo di Giovanni (13, 21-30) indusse L. Noack nel 1876, in “Die Geschichte Jesus”, a concludere che il discepolo prediletto era Giuda, in quanto l’unico a capire veramente l’ambizioso progetto di Gesù di “divenire” Dio, l’unico a reggergli il gioco fino alla fine e l’unico a consacrarne la missione con un bacio che valeva più dell’unzione. L’attività di Giuda non fu mai proditoria, ma sempre in sintonia con quel programma predisposto in comune.
 
Ruach
 
Il risorto alita sui discepoli per trasmettere lo Spirito Santo. Alito, in ebraico, si dice ruach, spirito. Per gli Yezidi lo spirito è ruh, un alito, che, come la saliva, si trasmette con il bacio. La trasmissione dello Spirito Santo avviene allora da bocca a bocca. A quell’appuntamento era stranamente assente Tommaso Didimo Giuda, che, sapendo, si dimostrava incredulo, scettico.
La tradizione gnostica, quella della conoscenza, reputava la resurrezione non una prova, bensì una delle condizioni della spiritualità di Gesù, quella della liberazione dalle limitazioni della carne e della gloria sulla morte. Gli gnostici che si definivano “figli della resurrezione” perseguivano dunque la santità dell’esperienza diretta, e, come Tommaso Didimo Giuda, volevano “toccare con mano”.
Lo spirito invoca il ritorno alla sua vera casa, oltre le stelle. Questo anelito richiede la discesa di Gesù.
“Mi sono incarnato a causa del seme che si era perduto. Ma non mi hanno riconosciuto; pensavano che fossi un uomo mortale. Ed ho parlato con colui che mi appartiene”.
L’uomo Gesù “ha parlato con colui che gli appartiene”,  prende coscienza del suo vero io, ed a questo viene conferita l’autorità di rientrare in possesso dell’eredità paterna.
“Poiché gli arconti combattono con l’intimo dell’uomo… dovete… insegnare al mondo la salvezza con una promessa… cingetevi del potere di mio Padre e fate conoscere la vostra preghiera”.
“Poiché il Signore Gesù, figlio dell’incommensurabile gloria del Padre, è l’autore della nostra vita”.
 
La saggezza divina va seguita come una prostituta
 
“Fratelli miei, Gesù è estraneo a queste sofferenze. Ma noi siamo quelli che hanno sofferto per la trasgressione della madre”.
Il mondo non veniva visto nei termini di peccato, colpa e punizione. Il valore morale del mondo consiste nella possibilità del risveglio dello spirito addormentato, possibilità ignorata dai materialisti (ilici).
Se la creazione è difettosa, il dio che pretende adorazione non è l’Altissimo, e la natura si trova incommensurabilmente lontana dal dio supremo.
La saggezza divina andava seguita come una prostituta.
Simon Mago, rimasto fedele ad un mito protognostico siriano, vedeva nella sua compagna Elena, redenta da un bordello di Tiro, la Saggezza divina, umiliata ed esiliata dalla casa del Padre.
 
Pelagio
 
Pelagio, monaco del V secolo, era convinto della capacità naturale dell’uomo di raggiungere la salvezza anche a dispetto del peccato ed a discapito della grazia.
Giuda poteva forse essere stato frainteso e mal giudicato, ma in ogni caso l’amore divino sarebbe stato talmente grande da includere anche colui che l’aveva tradito.
 
Brendano
 
Secondo la storia di Brendano, durante il periglioso viaggio verso l’isola dei beati, il Santo irlandese sbarca su di un vulcano che costituisce la bocca dell’inferno, dove incontra Giuda, il quale gli svela di godere di un periodo di vacanza dai tormenti abituali a cui deve attendere eternamente, dal primo al secondo vespro domenicale, da natale a capodanno, da pasqua a pentecoste, e nelle due festività della Vergine.
 
Un punto di vista “romantico”
 
Il Vangelo di Giuda non riferisce, romanticamente, il “suo” punto di vista per rendere più umano e tormentato il suo gesto, ma costituisce un insegnamento esoterico parallelo che dimostra quanto composito fosse il movimento cristiano delle origini.
L’elevazione finale di Giuda, la sua ascesa alla generazione santa di Seth, nel Vangelo che porta il suo nome, è riservata alla fine dei tempi.
 
 
Enoteismo di El, Yahweh ed Asherah
 
Nell’antica storia ebraica, durante il cosiddetto periodo del primo tempio, che va dal 940 al 586 a. C., sarebbe piuttosto plausibile, almeno secondo le tesi di Margaret Baker, che venisse venerata una sorta di arcaica trinità rappresentata da un Dio supremo, nominato El, da una divinità secondaria, locale, etnica, nazionale, Yahweh, e dalla di lui consorte Asherah. Le riforme teologiche elaborate durante il regno di Giosia (640-609 a. C.) sancirono il definitivo passaggio al monoteismo da quel primitivo enoteismo, in cui la supremazia di un dio era affiancata dalla compresenza di altri esseri superumani. Ad avere la peggio fu l’aspetto femminile del divino, con la scomparsa di Asherah, mentre El e Yahweh subirono una specie di fusione, la qual cosa a molti non dispiacque, perché, temendo l’inafferabilità, l’ignoto, la lontananza, l’incomprensibilità di un dio da condividere con l’intero universo, preferivano riproporlo in sembianze molto più familiari, renderlo più simile a loro, tipizzarlo in qualche modo, attribuendogli una “personalità” spiccatamente israelita.
 
Radice ebraica dello gnosticismo
 
Per alcuni altri, invece, tutto questo avrebbe costituito, oltre che una certa confusione, un orribile scandalo, profilandosi l’elevazione del provinciale Yahweh al rango di un vero e proprio usurpatore, che da modesta divinità di un popolo si poneva allo stesso piano del supremo El.
Sarebbe probabilmente questa la radice ebraica della concezione di differenti divinità, superiori ed inferiori, che cristallizza il nodo centrale e la credenza più impegnativa dello Gnosticismo.
La distinzione tra superiori ed inferiori si riflette nel mondo quale estrema deficienza morale della carne. La divinità vera è remota, quell’altra è per antonomasia antispirituale, manchevole, forse proprio per questo perfino malvagia. In ogni caso, o è inadeguata ad affrontare la natura assai problematica dell’uomo, oppure pedissequamente rispecchia la nostra inadeguatezza a confrontarci con il sacro e la nostra spontanea tendenza a creare divinità a nostra immagine e somiglianza.
Ebbene, anche se la vita materiale non dovesse rivelarsi del tutto  oscura ed insopportabile, già il solo fatto di averlo pensato poteva indurre a meditare sulla natura più profonda della realtà, innestare quindi quel “fatto selezionato” in grado di spogliare di tutti i pregiudizi di base e di tutte le credenze “definitive”, allo scopo di svegliare le coscienze e renderle disponibili alla trascendenza, sviluppando quelle facoltà di percezione spirituale che agiscono dopo che sono stati distrutti i rivestimenti sensoriali.
 
Bibliografia essenziale:
 
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      “                 Alla ricerca del Sepolcro, su Kemi-Hathor, XVII, 93, pp. 77-82, 21 dic. 1998
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      “                Carl Gustav Jung… di ritorno da Gerusalemme – I Septem Sermones ad Mortuos (prima parte) su Primordia, 17° anno, n° XXXII, pp. 10-18, Equinozio di Primavera 2008
      “           Carl Gustav Jung… di ritorno da Gerusalemme – I Septem Sermones ad Mortuos (seconda parte) su Primordia,  17° anno, n° XXXIII, pp. 20-27, Equinozio d’Autunno 2008
      “                Le radici ebraiche del Satanismo, su Primordia, 18° a., n° XXXIV, pp. 4-17, Equinozio di Primavera 2009
      “                La Gnosi del contrappeso, su Primordia, 18° a, n° XXXV, pp. 14-25, Equinozio d’Autunno 2009
      “                Nostra Signora lo Spirito Santo, in corso di stampa
      “                Il germoglio dell’Albero di Iesse, in corso di stampa
      “                La Cena del Signore, in corso di stampa
      “                Antitypon, in corso di stampa
 Jung C. G. : “Septem Sermones ad Mortuos”, (trad. ital. di M. Comba), Arktos, Carmagnola, 1989
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