I Tarocchi Crowley-Harris

Il presente saggio è stato pubblicato in Primordia, Anno XII, Numero XXII, Milano equinozio di primavera, Anno 2003
© Giuseppe M.S. Ierace 2003
 
La decorazione
 
Marguerit Frieda Bloxam nacque nel 1877 e morì nel 1962. All’età di 24 anni era già sposata con Sir Percey Alfred Harris, un uomo politico stimato e piuttosto in vista, distinto membro del Parlamento Britannico. Abbastanza presto cominciò ad occuparsi di ricerca spirituale, affiancandola al lavoro di artista d’avanguardia. Quando, nel 1937, conobbe Crowley, ne rimase oltremodo affascinata, attratta soprattutto dal carisma naturale che lo contraddistingueva. Appena due anni più tardi iniziò quella che si sarebbe dovuta rivelare una proficua collaborazione per la decorazione delle carte dei Tarocchi secondo la visione magica della “Grande Bestia”. Nonostante la sua precedente conoscenza in merito non fosse del tutto soddisfacente, almeno da un punto di vista prettamente esoterico, riuscì egualmente e a porsi in sintonia con lo spirito essenziale della Tradizione.
I Tarocchi – scrisse – potrebbero essere descritti come Il Libro illustrato di Dio o posso essere legati ad un celestiale gioco a scacchi, essendo le carte i pezzi che vanno mossi secondo la legge del loro ordine su di un piano squadrato dai quattro elementi”.
Lavorò con pazienza agli abbozzi di Aleister Crowley, che li aveva programmati come illustrazioni per il suo “Libro di Thoth”, seguendo attentamente pure le descrizioni verbali dell’occultista e, nello stesso tempo, sforzandosi di leggere tra le righe delle decorazioni classiche più antiche. Sarebbe arrivata persino a dipingere spesso la stessa carta più volte, sino ad otto rifacimenti, secondo quanto afferma, nella prefazione al “Libro di Thoth”, “Soror I.W.E. 8°=3° A.A.” (molto probabilmente uno dei tanti pseudonimi dello stesso Crowley). In verità, a parte l’eccezione (quasi sicuramente voluta) delle tre versioni del Mago, non si conoscono raffigurazioni multiple tra gli originali della Harris.
Difatti, quando Wener Ganser del Warburg Institute di Londra ricevette l’incarico della riedizione del 1986, si accorse che, invece di essere settantotto, come ci si sarebbe aspettati di norma, i disegni depositati erano ottanta. Si interpretò la presenza delle due carte soprannumerarie, ed apparentemente superflue, collegandole ai Re Magi della stella di Betlemme, ovvero alla trinità alchemica di Nigredo, Albedo e Rubedo, ma si sarebbe potuto fare riferimento anche all’allegoria tizianesca della Prudenza, o altro ancora.
 
I Tre Magi
 
Solo successivamente si prese in considerazione l’osservazione dell’esoterista Harald Shulz-Theiler, il quale in “Judas und sein Sohn Ger” (Jason, Munster, 1989) deduce la presenza, (a dire il vero) invisibile, delle due carte. Questa osservazione naturalmente riveste un notevole interesse, anche se andrebbe più propriamente riferita forse al Matto, la carta numero zero, giusto per completare la serie dei cosiddetti “tre giorni folli” del calendario occulto.
Quello egiziano antico, ad esempio, inquadrava l’anno in dodici mesi di trenta giorni ciascuno, raggruppati in tre decadi, con l’aggiunta di cinque giorni supplementari detti epagomeni. La riforma gregoriana, seguendo il piano elaborato dall’astronomo e medico calabrese Aloysius Lilius, lascia ancora sussistere un errore di circa sei giorni, sia pur ogni diecimila anni. Per cui l’antico sistema di calcolo su base numerica duodecimale, sul quale si basa il computo del tempo, andrebbe in realtà giudicato del tutto approssimativo e destinato a completarsi solamente fino ad un massimo del 98-99%. E da qui, non solo i cinque giorni in esubero ai 360, ma pure gli anni bisestili, ect.
La sapienza antica relativa ai 360 giorni annui veniva racchiusa nel nome divino Mithras, che li assomma secondo la convenzione alfanumerica greca (M 40+I 10+Th 9+R 100+A 1+ S 200=360). Le successive osservazioni più precise circa i 365 giorni modificarono il nome divino in Meithras, ovvero in Abraxas (a 1+B 2 +R 100 + A 1 + X 60 + A 1+ S 200=365).
L’apparizione delle due carte invisibili agli inizia dell’Era dell’Acquario si rivela davvero stupefacente se si considera che è proprio questa l’epoca in cui divengono possibili le scoperte delle cose dapprima accuratamente nascoste. Resta comunque da capire il perché di un tale messaggio e soprattutto perché sarebbe stato affiancato alla simbologia del Bagatto. Da un punto di vista strettamente cabalistico, andrebbe contemplato come le forme dell’eterno rimangano di per sé invisibili nell’En Sof, appunto lo zero, ed in tutte le nostre immagini si esprima soltanto il desiderio di intuire l’ombra di quanto risiede al di là del comprensibile. L’uno, Kether, risulta essere l’uomo più vicino alla perfezione, il tre raffigura la trinità o il triangolo.
Il Bagatto della collezione milanese Visconti Sforza, del XV secolo, rappresenta un prestigiatore in abiti signorili seduto su un tavolo su cui si trovano gli strumenti della sua spettacolare esibizione di fantasia e manipolazione, illusione e abilità. Nelle carte coeve di Ferrara, attribuite al Mantenga, si tratta di un orafo artigiano con il suo apprendista ed un fuoco, la fiamma della creatività, a significare la capacità di concentrazione. La serie parigina di Etteilla risalente al 1870, raffigura il mago con barba, mantello ed un cappello particolare; il tavolo che gli sta dinanzi è coperto da una tovaglia verde con sopra vari accessori. E’ riferito al numero 15, alla negatività, alla malinconia ed alla dispersione dell’energia. Wirth, nel 1888, associa al Bateleur, con in testa un cappello la cui tesa, a forma di otto rovesciato, rimanda all’infinito, la coppa, il pentacolo, la bacchetta, e la spada, simboli della teurgia tradizionale, suggerendo il principio dell’autodeterminazione su se stessi e dell’intervento sul mondo eterno. I Tarocchi ispirati all’Egitto comparsi a Parigi alla fine dell’Ottocento, ripropongono un dignitario di fronte ad una pietra cubica, a riprova della perfezione umana e del dominio sugli elementi naturali. Anche sul capo de l’Escamoteur di Papus, nel 1909, compare un segno di lemniscata: in riferimento alla lettera ebraica Aleph, a Osiride, ad Adamo, al Padre, all’Uomo, alla Terra, all’essenza divina. Nel mazzo londinese Rider-Waite, del 1910, c’è ancora il segno dell’infinito come aureola di un giovane vestito di bianco e con un manto rosso, circondato dai fiori della purezza, nell’atto di invocare le forze celesti per convogliarle sulla terra. Per Crowley “The Juggler”, la carta numero uno, rappresenta invece Mercurio dai piedi alati, alle spalle il caduceo, insieme con la scimmia sacra a Thoth.
Negli altri due disegni della Harris, relativi sempre al Mago, qualcosa cambia: in un caso, la posizione del corpo e delle braccia rimanda nettamente alla svastica, l’antico emblema della croce con cui si rappresenta il Sole ed il vortice della creazione, mentre, nell’altro caso, il caduceo diviene l’organo sessuale di una figura molto statica, circondata dalle varie simbologie della Forza e dell’irradiazione, della Volontà e dell’eterno movimento, del principio creatore e del dominio sugli elementi.
“Con il Bastone Egli crea, con la Coppa Egli conserva, Con il Pugnale Egli distrugge, con la Moneta Egli redime” (“Liber Magi” 7-10).
“Questa carta – scrive il Maestro Therion ne “Il Libro di Thoth” – è riferita alla lettera Beth, che indica la casa, ed è attribuita al pianeta Mercurio…Il titolo francese di questa carta nel mazzo medioevale è Le Bateleur, il portatore di Baton (Variante Le PagadPChD, terrore (specialmente panico), un titolo di Geburah…membrum virile. Per analogia araba, PAChD, ingeneratore di terrore, valore 93! Pagoda, monumento fallico: similare e ugualmente acconcio”.
 
Il Libro di Thoth
 
Sembra che Lady Harris abbia saldamente resistito al corteggiamento pressante e caparbio della “Bestia Spasimante”, visto che nel carteggio epistolare pervenutoci respinge sdegnosamente delle esplicite avances, ribattendogli di essere felicemente sposata. Dalle altre sue lettere indirizzate a Crowley, si viene a sapere che Lei si considerava guidata dal Santo An'elo Custode nel riprodurre le decorazioni nella maniera migliore. Temeva di essere rimproverata per essere giunta all’esaurimento del suo implacabile lavoro sul mazzo dei Tarocchi senza risultati apprezzabili. Crowley le rispose che, se non fosse stato per lei e proprio in virtù di quell’innegabile genio artistico dimostratogli, non si sarebbe lasciato coinvolgere così profondamente in un procedimento apparentemente interminabile di ricreazione e formulazione di una nuova veste estetica per le carte tradizionali e soprattutto le dichiarò che lei era riuscita a realizzare ogni singolo disegno quasi fosse un capolavoro unico. Il risultato, infine emersone, sarebbe consistito in un ampliamento di coscienza ed in una più matura e definitiva consapevolezza iniziatica da entrambe le parti. Eppure né Crolwey, né Lady Harris, finché furono in vita, si diedero molto da fare per diffondere il frutto agognato della loro laboriosa rielaborazione del classico gioco dei Tarocchi.
Nel 1944, le carte furono pubblicate unitamente a “Il Libro di Thoth” in una edizione limitata a soli duecento esemplari.
Come artista Lady Harris sarebbe dovuta essere l’unica proprietaria dei diritti d’autore di queste carte, anche se fu Crowley ad incassare il ricavato.
Rimasta vedova nel 1952 Frieda Harris trascorse l’ultimo decennio della sua vita in India. Dopo la sua morte, gli originali e i diritti sono stati donati dai suoi eredi al Warburg Institute di Londra. E per alcuni, queste carte dovrebbero portare solo il suo nome e chiamarsi i Tarocchi di Frieda Harris.
Nel 1969 se ne sentì parlare diffusamente, in quanto il Maggiore Grady Louis McMurtry (1918-1985), membro della “Loggia Agapé”, dissoltasi nel 1953, nel riorganizzare amministrativamente l’Ordo Templo Orientis statunitense, reclamò i diritti di pubblicazione di quelli che venivano ordinariamente definiti i “Tarocchi di Crowley”.
McMurtry aveva contribuito ad aiutare la “Grande Bestia” in quella prima edizione (1944) del “Book of Thoth”, limitata a soli duecento esemplari. Un paio di anni più tardi, nel 1946, ricevette alcune lettere autografe da parte del Maestro Mega Therion, il quale gli si rivolgeva equivocamente, e forse anche scherzosamente con l’appellativo di Calif. da alcuni interpretato semplicemente come abbreviazione postale per lo stato nord americano di residenza del militare. Fatto sta che, a distanza di oltre venti anni da quell’episodio, McMurtry interpretò quell’espressione nei termini di una esplicita volontà, da parte di Bafometto, di consacrazione a “Califfo”, e quindi anche, con il nome iniziatico di Hymenaeus Alpha, a indiscusso rappresentante (Outer Head Order) esterno (OHO) dell’OTO e successore del Profeta, secondo la dignità ed il ruolo che quel titolo conferisce nel sufismo islamico.
Ad onor del vero, la qualità tipografica di quelle riproduzioni fu piuttosto povera, priva dell’eccellente chiarezza e del nitido dettaglio degli originali che soltanto una stampa precisa e attenta all’integrità della decorazione poteva rendere alla perfezione.
 
La Tradizione esoterica
 
Si dice solitamente che la decorazione dei Tarocchi sarebbe stata disegnata da Crowley e dipinta da Frieda Harris, nell’intenzione originaria di correggere ed adattare alla Nuova Era il classico tarocco medioevale lungo linee più esoteriche. Il progetto iniziale però crebbe a tal punto da pervenire ad una completa ristrutturazione dello stesso simbolismo pittorico, ed a una audace, ma brillante revisione del concetto tradizionale dell’antica Sapienza. I preventivati tre mesi di programmazione e lavoro si andarono ad estendere infine ad un intero lustro, tra il 1938 ed il 1943.
Sull’onda della moda rinascimentale, i Tarocchi erano divenuti un vero e proprio strumento di conoscenza occulta, quale ultima testimonianza di un perduto libro della rivelazione che il dio egizio Thoth aveva offerto all’umanità con l’intento di illustrarvi il cammino della realizzazione spirituale. Ciascuna carta assume la funzione di ambigua lettera di un alfabeto cabalistico, il cui mistero soltanto un intuito predisposto all’imperscrutabile riesce a penetrare.
Court de Gobelin (1725-1784), affascinato dai geroglifici egizi, attribuì la diffusione delle carte ai Gitani provenienti dal sud del mondo, nella sua opera monumentale dal titolo “Le Monde Primitif analysé et comparé avec le monde moderne”.
Alphons Louis Constant (1816-1875) meglio noto con l’appellativo iniziatico di Eliphas Levi Zahed, ne sostenne la derivazione ebraico-cabalistica. Insieme con Kenneth Mackenzie aveva progettato un nuovo mazzo da ricostituire globalmente secondo i principi del suo “Dogma” e “Rituale dell’Alta Magia”, del quale mazzo però ci sono rimaste solamente le descrizioni dei Trionfi denominati “Il Carro” ed “Il Diavolo”.
Oswald Wirth, discepolo di Stanislas de Guaita, disegnò un originale gruppo di Tarocchi, dando alle stampe nel 1927, uno dei testi ancor oggi tra i più importanti sull’argomento: “Le Tarot des Imagiers du Moyen Age”.
 
La “Golden Dawn” e i Tarocchi
 
Su questa falsariga si inserisce la vicenda personale di Aleister Crowley che è stato spesso descritto come l’occultista più avanzato ed influente del ventesimo secolo. Per alcuni fu un uomo davvero straordinario, le cui idee hanno impresso una tangibile svolta all’esoterismo moderno. Tutta la sua vita è stata impostata nel tentativo di sintetizzare i diversi insegnamenti delle religioni del mondo, estraendo da essi il nucleo essenziale e soggiacente di verità da tutti condiviso, ma anche nello sforzo di consapevolezza interiore e consono ai tempi attuali. Quest’ansia di contemporaneità lo portò a definire il suo sistema quale “Illuminismo scientifico”, coniando il motto “Al metodo della Scienza il fine della Religione”, proprio per sottolineare come, liberata da ogni peso culturale e storico, la verità si riveli unica dovunque e per chiunque.
Ha lasciato un voluminoso corpo di scritti sui più svariati argomenti esoterici. Gia solo in merito alle Carte dei Tarocchi ha pubblicato il cosiddetto “Liber 777 vel Prolegomena simbolica ad systemam sceptico-misticae viae explicandae fundamentum hieroglyphicum sanctissimorum scientiae summae”; “Ambrosii Magi Hortus Rosarum” (La Spada del Canto, 1904), “Il Ridestatore del Modno” (Konx Om Pax, 1907), “Liber XXX Aerum vel Speculi sub figura CCCCXVIII” (Degli Angeli dei Trenta Aethyrs la Visione e la Voce, 1911), “Il Libro delle Menzogne” (1913), “Magick in Teoria e Pratica” (Liber IV, 1929) ect.
Nei suoi Tarocchi riversò l’intero contenuto della sua mentalità e conoscenza magiche, incorporandovi pure le scoperte più recenti della Scienza, dalla matematica all’antropologia. I Tarocchi, del resto, erano stati per lui una compagnia quotidiana sin dall’epoca dell’iniziazione (18 novembre 1898) con il nome mistico di Frater Perdurabo, all’Ordine Ermetico della Golden Dawn ed alla Societas Rosicruciana in Anglia, i quali gli offrirono un approccio sistematico ed estremamente lucido alla Tradizione dei Misteri appartenenti alla cultura occidentale. I Tarocchi giocavano un ruolo preminente nell’ambito di studio, nella meditazione, e nel corso dei rituali di un Ordine di cui facevano parte illustri personaggi, come William Wynn Westcott, S.L. MacGregor Mathers, W. Butler Yeats, Arthur Machen, A.E. Waite, Paul Foster Case e tanti altri.
Forse anche insieme con Crowley, questi due ultimi, Case e Waite elaborarono decorazioni delle carte, il cui simbolismo si è poi andato radicando negli stessi Tarocchi della Golden Dawn. Non si sa fino a che punto in accordo con i Maestri dell’Ordine stesso, Frater Perdurabo pubblicò una completa relazione sul Tarocco nel 1912, nel primo volume di “The Equinox”, nei numeri 7 ed 8. I membri della Golden Dawn, infatti, erano tenuti sotto solenne giuramento, a mantenere il più stretto riserbo riguardo a quella decorazione approvata come insegnamento iniziatico e perciò rimasta inedita fino al 1978, allorquando, dipinta da B. Robert Wang, dietro la guida di Israel Regardie venne data alla stampe.
I Tarocchi di Etteila, erano stati predisposti dal Mago Aliette , nel 1783, e ripresi, secondo le indicazioni dell’Autore, dal tradizionale Libro di Toth, classicamente ritenuto inciso su lamine d’oro da diciassette maghi sotto la guida del leggendario Ermete Trismegisto, incarnazione ellenistica dell’antico Dio Egizio.
Arthur Edward Waite (1857-1942), in collaborazione con Pamela Colman Smith, statunitense originaria della Giamaica, aveva fatto pubblicare, nel 1908, presso l’editore Rider un mazzo di Tarocchi in cui anche le carte di serie o di colore ovvero di seme (dal 2 al 10), venivano illustrate come gli Assi e le Carte cosiddette di Corte (Re, Regina, Cavaliere, Fante), di modo che ognuna di queste avesse un’immagine inerente al suo significato.
 
La Rivelazione di Aiwass
 
Aleister Crowley era nato il 12 ottobre 1875, e già a 23 anni era stato accolto in seno all’Ordine Ermetico della Golden Dawn, i cui insegnamenti agirono su di lui come in un crogiuolo al fine di una, sia pur lenta, ma quasi predestinata evoluzione occulta.
Nel gennaio del 1900, conseguì il grado di Adeptus Minor 5° = 6° (Fra.˙. R.R. et A.C.). Assumendo il motto “Ol Sonuf Vaoresaif”, nell’aprile 1904, divenne Adeptus Major 6° = 5°. Nel 1909, con il motto “Oy Mh” ed il nome mistico di Fra.˙.A.˙.A.˙., fu Adeptus Exemptus 7° = 4°. Col motto “Vi Veri Vniversum Vivus Vici” gli venne conferito il titolo di Magister Templi 8° = 3° il 3 dicembre 1910. Il 12 ottobre 1915 divenne Magus 9° = 2° e si fece chiamare “To Mega Therion”.
Eppure, l’apice della sua carriera iniziatica, era già avvenuto nel 1904, al Cairo, in Egitto, allorquando l’8, il 9 e il 10 di aprile ricevette, per trasmissione di voce diretta, la prima comunicazione indirizzata al genere umano da parte delle forze gerarchiche governanti la Terra agli inizi dell’attuale Età dell’Acquario, con la quale veniva annunziata l’apertura di una nuova più rivoluzionaria trasmissione iniziatica, nonché la nascita del Nuovo Eone di Horus. Conosciuto ai più come “Il Libro della Legge” (Liber Al vel Legis), questa rivelazione forma la pietra miliare dell’insegnamento crowleyano ed influenza profondamente le stesse origini della sua decorazione delle carte. Infatti, a parte quelle interessate alle attribuzioni cabalistiche ed astrologiche classiche, per le quali si può fare riferimento al “Liber 777” ed al “Libro di Thoth”, quelle altre relative all’influenzamento cosiddetto “thelemico” vanno poste in relazione proprio a questo “Book of the Law”, ed in particolare a quel 57° versetto del primo capitolo che recita: “Tutte queste vecchie lettere del mio libro sono corrette, ma Tzaddi non è la Stella”.
La Stella, per Crowley, rappresenta Nuit, il cielo stellato. “Io sono l’infinito spazio, e le Infinite stelle che vi si trovano” si legge nel versetto 22 del primo capitolo del Liber Legis. La descrizione che se ne fa è con i due tradizionali vasi, uno che versa acqua simbolo di Luce su di sé, mentre l’altro la versa contemporaneamente sulla terra, quale metafora di una superiore “Economia dell’Universo”, che continuamente spande energia e continuamente la riassorbe, ma anche quale glifo del “Moto Perpetuo”.
“Ciò si dimostra molto soddisfacente – ebbe ad annotare ne “Il Libro di Thoth” – ma lo divenne infinitamente di più non appena si vide che questa sostituzione chiariva l’altro mistero circa la Forza e la Giustizia. Leone e Bilancia sono, grazie a questo scambio, mostrati rovesciati intorno alla Vergine, il sesto segno dello zodiaco, e ciò equilibra il rovesciamento di Ariete ed Acquario intorno ai Pesci, il dodicesimo segno. Questo è un riferimento ad un particolare segreto degli antichi che fu studiato molto profondamente da Godfrey Higgins e altri della sua scuola…La correttezza dello scambio è evidente quando si considera l’Etimologia. É naturale che la Grande Madre si attribuita a , che è la sua lettera nel Tetragrammaton, mentre la lettera Tzaddi è la lettera naturale dell’Imperatore nel sistema fonetico originale, com’è mostrato nelle parole Tsar, Czar, Kaiser, Caesar, Senior, Seigneur, Senor, Signor, Sir”.
L’Arcano numerato XVII si riferisce all’Acquario dello Zodiaco, mentre Tzaddi è l’Imperatore, che sta per Potere, Aautorità, Legge ed è relativo ad Ariete; in  base  a questa identificazione le posizione della Stella e del IV Trionfo dovevano essere scambiate. Anche gli Arcani VIII (Giustizia) e XI (Forza) vanno scambiati di posto, in quanto il primo è collegato alla Bilancia, per le rappresentazioni simboliche in esso contenute, e sull’altro compare un Leone. Cosicché Acquarius e Aries si trovano ai lati dei Pisces, alla stessa stregua di come Leo e Libra incorniciano Virgo. La correzione suggerita da Aiwass nel Liber Legis forniva una simmetria perfetta alle attribuzioni zodiacali dei Trionfi.
“La legge della Fortezza è il grande mistero della Casa di Dio” (corrispondente al XVI Arcano, ma Atu, che in antico egiziano significa e Casa e Chiave, per Crowley, sta pure alla radice etimologica di “Atout”) aveva come formato un’asola (IV e XVII ai lati di XVIII) all’estremità (Pisces) dell’ellisse, analoga e corrispondente all’asola già riconoscibile (XI e VIII intorno a XI) all’altra estremità (Virgo).
“Per rendere assolutamente chiaro agli iniziati che non comprendevano il significato della carta denominata Il Matto, essi la collocarono tra le carte XX e XXI, per la ragione che impedisce all’immaginazione umana di concepire – spiega sempre Maestro Therion – Essi allora attribuirono la carta numero I, Il Bagatto, alla lettera Aleph. In questa semplice ed ingegnosa maniera essi ottennero le attribuzioni sbagliate di ogni carta, eccetto l’Universo, XXI. Nel frattempo la vera attribuzione era ben custodita nel Santuario; essa divenne pubblica solo quando la lezione segreta consegnata ai membri dell’Ordine Ermetico della Golden Dawn con il grado di Practicus, fu pubblicata quale risultato della catastrofe che colpì il ramo inglese dell’Ordine nel 1899 e 1900, e.v., e della ricostruzione dell’intero ordine nel marzo e aprile 1904 ev.. Collocando la carta contrassegnata 0 al suo giusto posto, dove ogni matematico l’avrebbe posta, le attribuzioni si succedono in un ordine naturale che è confermato da ogni investigazione. Vi era tuttavia un nodo alla fune. La carta denominata Adeguamento (Forza) è contrassegnata VII. La carta denominata Concupiscenza (Giustizia) è denominata XI. Per conservare la sequenza naturale, Concupiscenza deve essere attribuita alla Bilancia e Adeguamento al Leone. Ciò è evidentemente sbagliato, poiché la carta denominata Adeguamento mostra in effetti una donna con spada e bilancia, mentre la carta denominata Concupiscenza mostra una donna e un leone. Fu assolutamente impossibile capire il perché di questa inversione fino agli avvenimenti di Marzo ed Aprile 1904, che sono riferiti in dettaglio in “The Equinox of the Gods”.
A questo punto, l’Arcano numero VI, Gli Amanti, che rappresenterebbe Ercole al bivio, oppure, come dichiara Crowley, le Nozze chimiche di Rosenkreutz, attribuendo il risalto dovuto all’occulto significato cabalistico erotico de “il Giusto tra due donne”, per come tramandato sia dalla tradizione sufi che dallo Zohar, in questa visione thelemica, avrebbe potuto degnamente rimarcare entrambi i nodi astrologici creati dai Trionfi XVIII (Pesci), tra IV (Ariete) e XVII (Acquario) e da IX (Vergine) tra XI (Leone) e VIII (Bilancia).
Crowley aveva pure cambiato la definizione ai Denari, divenuti Dischi, ed alle Carte di Corte chiamandole Cavaliere, Regina, Principe e Principessa, oltre che l’appellativo di alcuni altri Trionfi, attribuendo quello di Fortuna alla Ruota X, di Arte alla Temperanza XIV, e di Universo al Mondo XXI. Ma il significato profondo di salvezza e liberazione fu stravolto soltanto per il Giudizio XX che venne trasformato nell’Avvento del Nuovo Eone, da interpretare secondo quanto scrisse Hesse in “Siddharta”. “Il Mondo, amico Govinda, non è imperfetto o nel procinto di perfezionarsi lentamente. No, esso è perfetto in ogni attimo, tutti i peccati portano già in sé il perdono, tutti i bambini piccoli portano già in sé il vecchio, tutti i neonati la morte, tutti i morenti la vita eterna. Nella meditazione profonda c’è la possibilità di eliminare il tempo e di vedere tutta la vita che è stata, che è e che sarà insieme ed allora tutto è bene, tutto è perfetto, tutto è Brahman”.
Il sistema crowleyano fa riferimento alla rappresentazione in coppia dei simboli attribuendo loro significato doppio; dietro ogni idea si nasconde il suo opposto, come astrologicamente accade per il segno dei Gemelli.
Facendo nascere Oro dall’uovo di Hadit / Seth / Tifone viene sottolineata la necessità di comprendere come ogni lato chiaro rappresenti un’unità soltanto insieme al suo polo oscuro e contrario, come testimonia il motto di Yeats in seno alla Golden Dawn: “Demon est Deus Inversus”. Arpocrate, Oro bambino, in primo piano tra passato e futuro, raffigura il taglio trasversale del Tempo nel quale si intravede a distanza la controparte Arueri. Oro vecchio, che dallo sfondo longitudinalmente ricompone il futuro nel passato. Aion, il dio dell’eternità è, come Horus, una divinità doppia, simbolo dell’inizio che si crea dall’ultimo e della chiusa che germoglia dal principio:”Finis coronat Opus”.
 
La Bestia Trionfante e la Sfinge
 
Qualcuno ha paragonato la biografia della Grande Bestia alla trama di uno dei più famosi romanzi dell’età imperiale romana, “L’Asino d’Oro” di Apuleio. Una storia nella quale  vengono inseriti dei racconti piuttosto piccanti, ma pure una favola molto impegnativa ed allegorica come quella di Amore e Psiche. Il protagonista, comunque, il cui nome è già tutto un programma, avendo a che fare con l’illuminazione, Lucio, da giovane colto e curioso qual è, scopre di nutrire un impellente interesse per la magia e decide di recarsi nella zona dove è più alta la concentrazione di streghe, la Tessaglia. Ma già prima ancora di quanto non se lo aspetti viene iniziato, a sua insaputa, e trasformato in un animale, un asino per la precisione. Per riscattarsi dovrà cibarsi di una rosa, ed anche questo riferimento riveste una simbologia altamente pregnante. Far ciò gli risulterà oltremodo difficile, perché sarà sottoposto a dure prove fino a quando non viene aiutato dalla Dea Madre Iside.
Crowley si autodefinì “Grande Bestia” e trascorse la sua vita letteralmente divorando petali di fiori esoterici.
Qualcun altro ha aggiunto che la proverbiale perplessità di Aleister, il quale addirittura morì esclamando “sono perplesso!”, derivi dalla presunzione metonimica, di avere cioè scambiato una parte per il tutto, il livello simbolico con il reale, come i “soffiatori di vetro” e coloro i quali si limitano a squagliare di piombo avrebbero fatto con i segreti più riposti dell’Alchimia. Insomma un errore che sarebbe stato comune anche ad Edipo, il quale nel risolvere l’enigma della Sfinge, presume d’averne penetrato il mistero, quel medesimo arcano dell’eterno femmineo, che ne rappresenta l’essenza stessa e che in fondo l’indusse all’incesto.
La giusta misura, raffigurata nella XIV Lama, insegnano i Tarocchi, sta sempre tra astinenza (XIII lama) e ossessione (XV lama). Crowley però vi vedeva forse soltanto uno scheletro ed un caprone, ed anche se comprese la simbologia ermetica del Leone bianco e dell’Aquila rossa, che nasconde la conoscenza di invertire i lumi prima del compimento del Magnum Opus, non sappiamo fino a che punto l’abbia davvero messa in pratica. Come infatti scrisse Meyrink ne “La Faccia Verde”: “Anche se è giusto, tutto ciò che un uomo crede quando le luci in lui non sono ancora scambiate è sbagliato, talmente sbagliato da non poter essere compreso”.

La Legge di Thelema
 
To Mega Therion ha lasciato un gran numero di poesie ed ha scritto parecchi romanzi  (“La Figlia della Luna”, “Diario di un Tossicomane”), tantissimi saggi di regole e consultazione in campo magico, ed ha persino tradotto I Ching e Tao Te Ching. Mario Praz ne “La Carne, la Morte e il Diavolo nella Letteratura Romantica”, lo inserisce tra i decadentisti inglesi swinburniani, non tanto perché fondatore della Rivista “The Equinox, the official organ of the A.˙. A.˙., the review of Scientific Illuminism” (1909-1913), ma in quanto autore del dramma “Tannhauser” e di poesie quali “Madonna of the Golden Eyes” ( in “The Temple of the Holy Ghost”), Messaline (in “Alice: an Adultery”), o del poema dedicato alla Dea Kali (in “Gargoyles being strangely wrought Images of Life and Death”. Di “Jezabel” riporta i versi: “Now let me die, at last desidered. At last beloved of thee my queen…” e del sonetto “for E. Kelly’s drawing of an Hermaphrodite” cita “O body pale and beautiful with sin!...”. Eppure quello che lo avrebbe reso famoso tra il più vasto pubblico dei non addetti ai lavori occulti, dove ha indubbiamente primeggiato è stata proprio l’opera tarda sul Libro di Thoth. Lui ha comunque sempre sostenuto che il maggior rilievo sarebbe dovuto riconoscersi alla rivelazione del Liber Al vel Legis dettatogli al Cairo nel 1904 dall’entità Aiwass, la cui essenza è il precetto di rabelaisiana memoria “Fay ce que voudras”. Quello dell’utopica abbazia Thèlème descritta nel IV volume del ciclo di romanzi su Gargantua. Ma la massima di “Ama e fa ciò che vuoi” (“Dirige et quod vis fac”), la si ritrovava già tra i pensieri di Sant’Agostino.
L’abbazia si Thelema Crowley la fonda a Cefalù, ove fa campeggiare il motto “Fa ciò che vuoi sarà tutta la legge”. Michael Ende nella sua “Storia infinita”, la riporta come iscrizione sull’amuleto di Auryn, interpretandola in maniera profondamente etica, quale invito a vivere sempre in armonia con la propria volontà.
Ebbene, i confini del dettato della Volontà sono sempre abbastanza incerti. E questo concetto viene espresso nei Trionfi XIV e XV che potrebbero essere interpretati come la giusta misura (Arte ed Equilibrio) e la dismisura (ciò che invece è diabolico, come la perseverazione nell’errore). A ciò forse si sarebbe riferito Alan Watts nel tratteggiare l’esperienza di vita di Frater Perdurabo: “Le figure grandi e potenti, nel senso religioso, vengono senza eccezione considerate divinità dagli uni e diavoli dagli altri”.
 
La sistemazione napoletana
 
Il “Liber Al vel Legis” affermava una nuova Legge, in cui è proclamata la divinità purissima di ogni uomo e di ogni donna, e dichiarava quale unico criterio di evoluzione spirituale la progressiva consapevolezza di queste verità da parte di ogni individuo.
Il Libro della Legge aveva indubbiamente influenzato per il disegno le attribuzioni cabalistiche tradizionali degli Arcani Maggiori. Classicamente ad ognuna delle ventidue Lame dei Tarocchi viene assegnata una certa lettera ebraica ed un determinato sentiero sull’Albero della Vita, come pure un segno astrologico, un elemento ed una pianta corrispondenti. La rivelazione di Aiwass annunziava un cambiamento in qualcuna delle primitive corrispondenze accettate e ormai consolidate. E ciò fu oggetto di uno studio dettagliato soprattutto nel “Liber 777” e ancor più nel “Book of Thoth”.
“Si deve incominciare, come farebbe un matematico, con il concetto di Zero. Zero assoluto, che all’esame si rivela una qualsiasi quantità che si può scegliere, ma non come potrebbe dapprima supporre il profano, Nulla, nel senso popolare della parola di assenza di qualsiasi cosa”. Crowley, citando il “Berashit”, definisce “napoletana”, essendo stata elaborata per la prima volta proprio in quella città, la sua sistemazione della Qabalah in relazione ai Tarocchi ed aggiunge: “I cabalisti allargarono questo concetto di Nulla, e ottennero un secondo tipo di Nulla, che essi denominarono Ain Soph – Senza Limite (questo concetto non sembra dissimile da quello di Spazio). Essi poi stabilirono che al fine di interpretare questa mera assenza di qualsiasi mezzo di definizione, era necessario postulare l’Ain Soph Aur – Luce Senza Limite. Con ciò essi sembrano aver inteso molto da vicino quello che gli uomini di scienza della tarda età vittoriana intendevano, o pensavano di intendere, con l’Etere Luminifero (il Continuum Spazio Temporale?). Tutto ciò è evidentemente informe e vuoto; queste sono condizioni astratte, e non idee positive. Il passo successivo deve essere l’idea di posizione. Si deve formulare questa tesi: se c’è qualsiasi cosa eccetto il Nulla, esso deve esistere dentro questa Luce Illimitata; entro questo Spazio, entro questo inconcepibile Nulla, che non può esistere come Nulla, ma deve essere concepito come un Nulla composto dall’annientamento di due opposti immaginari. Appare in tal modo Il Punto, che non ha né parti né grandezza ma solo posizione. Ma la posizione non significa proprio niente a meno che non vi sia qualcosa d’altro, qualche altra posizione con cui possa essere messa in rapporto. La si deve descrivere. Il solo modo per farlo è disporre di un altro Punto, e ciò significa che si deve inventare il numero Due, rendendo possibile la Linea. Ma questa Linea non significa davvero un gran che, perché non c’è ancora alcuna misura di lunghezza. Il limite della conoscenza a questo stadio è che vi sono due cose, onde essere in grado di parlarne. Ma non si può dire che sono reciprocamente visive, e che sono lontane l’una dall’altra; si può dire solo che vi è una distanza tra loro. Per distinguerle tra loro, ci deve essere una terza cosa; dobbiamo avere un altro. Si deve inventare la Superficie, si deve inventare il Triangolo. Nel far ciò, incidentalmente, appare per intero la Geometria Piana…Ma finora, non vi è alcuna sostanza in nessuno di questi concetti. In effetti non vi sono idee, eccetto l’idea di Distanza e forse l’idea di Infraneità, e di Misurazione angolare; cosicché la Geometria Piana che ora esiste in teoria, è dopotutto completamente incipiente ed incoerente. Non vi è stato alcun approccio alla concezione di una cosa realmente esistente. Non è stato fatto niente di più che creare definizioni, tutto in un mondo puramente ideale e immaginario. Ma ora sopraggiunge l’Abisso. Non si può procedere oltre nell’ideale. Il prossimo passo deve essere il Reale – almeno un approccio al reale. Ci sono tre punti, ma non vi è alcuna idea di dove sia collocato ciascuno di loro. Un quarto punto è essenziale, e ciò formula il concetto di materia…61= 0; 61+146=0 quale Indefinito (Spazio); 61+146+207=0 quale base di possibile Vibrazione; 1. Il Punto: Positivo eppure indefinibile. 2. Il Punto: distinguibile da un altro. 3. Il Punto: definito dalla relazione con 2 altri. L’Abisso – fra Ideale e Reale. 4. Il Punto: definito da 3 coordinate: Materia…”
Crowley morì il primo dicembre 1947, nel più assoluto abbandono, ingiuriato dalla stampa come maledetto e perverso, disprezzato dai più ed assolutamente misconosciuto in quelle che furono le sue qualità profetiche. Il suo operato ha cominciato ad avere un qualche riconoscimento negli anni ’60, all’epoca del movimento hippy, raggiungendo una certa diffusione e venendo apprezzato, oltre che per scopi iniziatici, per l’innegabile profondità e chiarezza di pensiero esoterico. La decorazione dei Tarocchi fu uno dei maggiori e più impegnativi progetti della sua vita e rimane ancor oggi quasi un testamento, sicuramente eloquente, come poche altre produzioni del suo genio incompreso.
 
Bibliografia
Ierace G.M.S. “Aleister Crowley, La Grande Bestia” su “Gli Arcani”, pp- 66-69, anno II, n. 10, marzo 1973
la voce “Crowley” sull’Enciclopedia L’Uomo e l’Ignoto, pp- 342-344, vol. II, Armenia, Milano, 1978
Aleister Crowley” su “Gli Arcani”, pp. 110-122, anno VII, n. 5, maggio 1978
La decorazione dei Tarocchi di Crowley”, su “Sixtrum” (prima serie) anno II, n. 1, Equinozio di Primavera, 1981
Il Grimorio Grantiano”, su “Sixtrum (prima serie), anno III, n. 1, Equinozio di Primavera
Magia Sessuale”, Armenia, Milano, 1982
Introduzione a “Il trattato di Astrologia Magica” di Aleister Crowley, Basaia, Roma, 1984
Introduzione a “Il Simbolismo dei Tarocchi” di Piotr D. Oupensky, Basaia, Roma, 1987
Prefazione ai “Tarocchi Divinatori” di Papus, Basaia, Roma, 1988
L’iniziazione nell’Era dell’Acquario – Interpretazione del Liber OZ” su Primordia, pp- 16-19, Anno VI, n. X, Equinozio di primavera, 1997