HASSAN -I- SABBAH

Pubblicato per la prima volta in Grok, Bristol, numero 6, novembre 1983 e tradotto da Roberto Migliussi in Idola Tribus, numero 4, Livorno, febbraio 1987.
© David Minshall
 
“Niente è vero. Tutto è permesso. Le ultime parole di Hassan-I-Sabbah, il vecchio della montagna”.
W.S. Burroughs, La città della Notte Rossa
 
Alla morte del profeta Maometto (632 AD) era scoppiata una lotta per la sua successione. I Sanniti, o Musulmani ortodossi, sostenevano che i califfi eletti di Baghdad erano gli appropriati leader dell’Islam. Contro questa maggioranza sannita le sette sciite si ribellarono. Gli Sciti mantenevano un rigido ordine sociale basato sull’assoluta obbedienza ai loro re-preti, gli Imam, che erano i diretti discendenti di Maometto attraverso sua figlia Fatima e il suo genero Alì. Credevano nell’avvicinarsi del millennio, quando uno degli Imam passati sarebbe ritornato sulla terra come il Mahdi o “l’Ispirato”, e avrebbe stabilito le regole della giustizia. Una disciplina di segretezza e il credo nel valore della sofferenza per amore della religione aiutò gli Sciti  a sopravvivere alla persecuzione sannita.
Nel secolo VIII, dopo la morte del sesto Imam, Jafar As-Sadiq, le stesse sette scite si divisero. La maggioranza, chiamata dei Dodici, sosteneva la successione del figlio di Jafar As-Sadiq, Musa, e dei suoi discendenti, credendo che il millennio sarebbe venuto con l’avvento del dodicesimo Imam in quella linea di discendenza.
Gli Ismailitici, o i Settimi, sostenevano la candidatura del fratello maggiore di Musa, Ismail; loro sostenevano che suo figlio Mohamed, che era scomparso nell’anno 770 AD era il settimo ed ultimo Imam e che il Millennio sarebbe venuto con il suo ritorno sulla Terra come Mahdi.
Missionari Ismailitici o Da’is viaggiarono attraverso il resto del mondo arabo predicando queste dottrine sovversive. Ebbero un così grande successo in Tunisia che gli Ismailitici furono capaci di stabilirvi un Califfato rivale nell’anno 909 AD conosciuto come il Califfato fatimida, poiché il primo califfo Ubay Dullah dichiarò di essere un diretto successore di Fatima e Alì, attraverso il profeta Ismail, e di essere il Mahdi.
Hassan-I-Sabbah proveniva da una famiglia scita dei Dodici, nell’ovest della Persia. Riferendoci ad una storia ismailitica egli fu educato all’Università di Nishapur, insieme al poeta e astronomo Omar Khayyam, e al grande uomo di stato sannita Niza Al-Mulk. Hassan stesso ci dice che quando era giovane ricercò entusiasticamente i segreti della scienza e della religione. Egli scrive al riguardo della sua conversione all’Ismailismo dopo un periodo di dubbio spirituale: “Nel mezzo di questo una seria e pericolosa malattia mi colpì. Dio fece sì che il mio corpo e le mie ossa diventassero qualcosa di differente – ‘Dio cambiò il suo corpo in un corpo migliore del suo e il suo sangue in un sangue migliore del suo’ dato (riferito) a me”. Purgato e spiritualmente rinato Hassan andò al Cairo nel 1078 per chiedere all’ottavo califfo fatimida il permesso di divulgare la verità ismailitica in Persia (A quei tempi nella mani dei Turchi Seljuk). Il califfo accettò alla condizione che Hassan sostenesse la rivendicazione del figlio maggiore del califfo, Nizar, ad essere il Nono fatimida. Così era nata la setta dei Nizari o Assassini.
La leggenda dei primi viaggi di Hassn di sovversione missionaria narra della sua liberazione dalla prigione a causa del terrore provocato dalla caduta di una alta torre vicino alla sua cella, e del suo atto di calmare una tempesta in mare con le parole “Nostro Signore mi ha promesso che nessun male mi accadrà”. Hassan vagò in Iran, e scelse come centro strategico la fortezza di Alamut (Nido d’Aquila o Insegnamento di Aquile).
In assenza di una potente artiglieria i castelli e le rocche di solito crollavano per carestia. La guarnigione di Alamut presto espulse il suo capo sannita ed accettò Hassan al suo posto. Secondo la leggenda il capo sannita promise ad Hassan tanta terra quanta ne poteva includere uno scudiscio e dopo fu costretto a cedergli l’intera fortezza quando Hassan la cinse con strisce di cuoio tagliato.
Hassan che perseguì il potere spirituale attraverso quello politico, cambiò il ruolo dell’iniziato ismailitico in quello dell’assassino. La setta aveva nove gradi di iniziazione ed era basata sui due fondamenti dell’assoluta obbedienza e della conoscenza spirituale della filosofia.
I discepoli salivano nella gerarchia della setta grazie alla loro intelligenza. Dopo la conoscenza era necessario raggiungere la fede nel più alto Dio comune a tutte le religioni. Ma al più alto livello gli veniva insegnato che non c’era per l’uomo né ricompensa né punizione, che il mondo era governato da una legge indifferente, e che probabilmente l’egoismo individuale era il principio decisivo della vita. Solo pochi maestri della setta raggiunsero questi gradi superiori.
Ci sarebbe dovuto essere ancora un livello più alto, che fu raggiunto dal primo grande maestro, Hassan-I-Sabbah, e il cui complesso tormento egli non rivelò mai a nessuno.
Nessuno dei segreti degli assassini è stato mai scoperto perché i loro libri di dottrine e rituali furono bruciati nel 1256 con la biblioteca di Alamut.
Non si conosce niente di preciso sui cambiamenti che Hassan operò nella gerarchia ismailita. Secondo la tradizione persiano sotto Hassan, dopo il capo da’i o grande maestro veniva l’anziano da’is, l’ordinario da’is, i compagni rafiq e i fidais (i devoti che compivano gli omicidi). I suoi discepoli riferiscono che spese 35 anni senza lasciare la biblioteca del castello di Alamut, che conteneva così tanti libri che divenne la più grande biblioteca del mondo dopo la biblioteca di Baghdad (sebbene Brion Gysin che ha visitato Alamut, dichiari che “l’area dove si dovrebbero mettere duecentomila libri è molto piccola, non c’è una stanza sufficiente per metterci dentro duecento confezioni di vitamina B1”).
Durante questo periodo di trentacinque anni Hassan fu visto solo due volte sul suo terrazzo: la sua invisibilità accresceva il suo potere. Dal suo isolamento egli rinforzò le difese di Alamut, purgò le schiere dei suoi seguaci (persino mettendo a morte due dei suoi stessi figli) e continuò con la sua strategia ad impossessarsi di fortezze per costruire centri di sovversione locale. Egli elevò la sua autorità alla tirannia sulla vita e l’anima. La volontà del Vecchio era la volontà del suo Imam, il califfo, e così la volontà di Dio.
Dopo la morte del califfo nel 1094 ed il fallimento del tentativo di Nizar di succedergli Hassan si svincolò dai fatimidi egiziani, e si elevò lui stesso a principe indipendente. Attraverso vittorie sulle guarnigioni e uccisioni di governatori locali occupò punti strategici e terrorizzò i Sanniti, i Persiani e persino i Turchi. Chiunque si opponeva alla sua volontà veniva assassinato dai suoi emissari. Se l’emissario veniva catturato prima di aver compiuto l’omicidio ne veniva subito inviato un altro e se necessario un terzo. E i discepoli di Hassan non si fermavano di fronte a nulla. Se era necessario uccidere un cristiano essi si convertivano alla cristianità. Alcuni di loro si travestivano da belle donne e venivano venduti come schiave con l’ordine di raggiungere qualche sospettoso emiro amante della lussuria e pugnalarlo mentre li accarezzava. Preferivano il pugnale come arma e la corte o la moschea come luogo dell’esecuzione. Disprezzavano l’uso del veleno e dell’intrigo infame.
La leggenda racconta della madre di un fidai che si rallegrò quando giunse la notizia che suo figlio era morto in un attentato contro un governatore, ma si lamentò quando questi ritornò vivo.
Altri simili racconti nacquero attorno ad altri fedeli fidais che si pugnalavano o si spaccavano le cervella sulle rocce sotto il castello per dimostrare la loro obbedienza al comando del Vecchio. Per trasformare i suoi discepoli in fanatici ed ottenere da loro il sacrifico della vita Hassan possedeva un metodo personale, il quale si tramandò ai suoi successori.
Come suo padre, Alì Sabbah, per i cui successi aveva il più profondo rispetto, egli aveva compiuto uno studio sulle piante sin dalla giovinezza. Aveva trovato un modo di preparare l’hashish e di mescolarlo col giusquiamo così che un uomo poteva ottenere fiducia e sicurezza in sé e una inflessibile determinazione: i suoi emissari portavano insieme al loro corto pugnale triangolare l’assoluta certezza del successo.
Probabilmente, come Marco Polo ci ha tramandato, (e tutti i suoi scritti hanno ricevuto convalida) Hassan dava ai suoi discepoli un’altra mistura di hashish (Polo viaggiò in Persia nel suo viaggio verso la Cina nel 1273).
In una valle fortificata tra due montagne, dice Polo, lo Sceicco o “Vecchio Uomo” degli assassini aveva piantato un bellissimo giardino dove cresceva ogni frutto del mondo. Il giardino era innaffiato con fiumi di latte, miele e vino. Come il paradiso del profeta Maometto su cui era modellato conteneva palazzi, vergini, danzatori, musici e cantanti. Ed era visto solo da coloro che dovevano diventare assassini (parte del castello di Alamut era chiamato “Meimoun-diz” la fortezza della felicità). I giovani uomini che erano addestrati alle armi alla corte del Vecchio erano drogati, portati al giardino segreto ed iniziati alle sue delizie. Essi vivevano in lussuria per alcuni giorni, convinti che il loro leader li avesse trasportati in Paradiso. Poi erano narcotizzati ed erano impazienti di rischiare la loro vita per lui in modo da ritornare in quel luogo.
“Andavano via – concludeva Polo – e facevano tutto quello che gli era stato comandato. Così accadeva che nessun uomo poteva mai scappare quando lo Sceicco della Montagna desiderava la sua morte”.
É da questo uso della droga che la setta derivò il suo nome di Assassini – dalla parola araba hashinshin, “consumatori di hashish”.
Il racconto del giardino del paradiso probabilmente ha la sua origine nelle allucinazioni prodotte dalla droga.
Ma le leggende orientali avevano già creato un Eden fuori dalla fertile valle vicino alla roccaforte del capo Assassino ad Alamut, a sud del Mar Caspio. Gli assassini possono essere stati confusi con questa tradizione e con la leggenda del re Shedad che cercò di imitare il paradiso di Allah costruendone uno suo personale.
Gli Assassini ebbero successo nel terrorizzare i potenti governanti arabi e i sultani seljuk e le popolazioni sunnite si vendicarono cacciando via molti insediamenti ismailitici nel Levante ed in Persia. Dopo il 1105 circa, sebbene gli Assassini rimanessero forti, non costituivano più una seria minaccia militare.
Hassan-I-Sabbah morì nel 1124. Gli Assassini come il resto del mondo arabo opposero poca resistenza all’avanzata mongola alla metà del Secolo XIII. Sebbene alcuni rami della setta raggiunsero l’India le loro risorse si dispersero e la loro disciplina si indebolì. La paura ispirata dagli Assassini non era niente in confronto all’orrore usato dai Mongoli per rompere i costumi dei loro nemici.
Le fortezze degli Assassini furono circondate e rase al suolo una dopo l’altra sebbene Alamut fosse così forte che quasi sconfisse i tentativi nemici di distruggerla. I Mongoli, non appena ebbero conquistato tutte le fortezze degli assassini, massacrarono i Persiani Ismailiti, mentre gli Assassini Siriani furono ridotti dal sultano Baybars, il flagello dei mongoli, a killer assoldati alla corte egiziana.
 
Nota
 
Molte società segrete persiane, indiane e cinesi hanno fatto e fanno ancora uso di beveraggi preparati con hashish, oppio e molte altre piante con lo scopo di promuovere le apparizioni dell’astrale ‘doppio’ e la realizzazione dei primi gradi dell’Estasi.